lunedì 21 maggio 2012

«loro non vogliono cambiare loro»: è il grido di dolore di Rosaria Schifani, vent’anni fa, al funerale del marito Vito e del giudice Falcone

Sono passati vent’anni dal 23 maggio 1992, il giorno dell’omicidio del giudice Giovanni Falcone; di sua moglie Francesca Morvillo; degli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Ai funerali a Palermo, il 25 maggio, una ragazza sfida le consuetudini, il cerimoniale e la mafia stessa con parole fuori programma, estemporanee, lucidamente fuori controllo. È Rosaria Schifani, moglie dell’agente della scorta Vito. Ha 22 anni e un bambino di quattro mesi.

Nel suo breve discorso invoca giustizia immediata; sfida gli uomini di mafia, chiedendo loro di inginocchiarsi e pentirsi; dichiara con coraggio che i mafiosi sono lì presenti, nella stessa chiesa dove si stanno svolgendo i funerali.

L’incipit del discorso è oggettivo, solenne e perentorio: un enunciato che ha valore di assolutezza e di eternità. Una testimonianza storica, che recita:

«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…».

Il discorso è scritto su un foglio posato su un leggio. Un sacerdote tiene il microfono. Rosaria legge.

Ma qualcosa comincia a uscire dalla maglia fitta del testo preparato. All’inizio è un piccolo foro, un sussulto timido, detto tra sé e sé («Vito mio»); poi diventa uno strappo; infine un varco da cui la verità esplode in faccia all’uditorio.

Le parole già scritte – opportune ma di circostanza – appaiono fasulle.
Sbiadiscono, sfumano, tacciono.

Ecco, allora, che inizia a emergere la Rosaria autentica, con i suoi pensieri, le sue angosce e i suoi giudizi:

«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso».

L’inciso «lo Stato» viene pronunciato con un tono di disapprovazione, di rassegnazione, un sottilissimo sarcasmo.

Rosaria continua:

«[…] chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano [pausa, il sacerdote al fianco di Rosaria Schifani suggerisce: “se avete il coraggio…”] di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare, loro [applauso]».

Si sono rotti gli argini e la verità dilaga. Una verità disarticolata, frutto di uno stato quasi di trance, ma non per questo meno vera. Una verità che imbarazza chi è abituato alla cultura del decoro. Una verità che colpisce nel segno per la purezza fanciullesca con la quale viene proferita. Una verità che travolge il cerimoniale, contrapponendo il dire selvaggio della profezia biblica al rito solenne ma abitudinario.

Fanciullesca è la ripetizione di «però» e «loro» all’inizio e alla fine della frase: «però vi dovete mettere in ginocchio, però»; «loro non vogliono cambiare, loro».

Malgrado il tratto infantile, non c’è nulla d’ingenuo in queste parole. Nulla che possa far guardare questa donna con superiorità e indulgenza, attribuendo lo sfogo alla disperazione di una povera vedova che domani nessuno ricorderà.

Prosegue una lettura mista a singhiozzi e a osservazioni personali:

«Loro non cambiano, loro non cambiano… No. Aspetta, aspetta, no [Rosaria Schifani si rivolge al sacerdote che l’invita a seguire il testo scritto]. Di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete».

Il sacerdote ripetutamente invita Rosaria ad attenersi al testo scritto. La donna, invece, si sofferma su alcune parole dall’alto potere simbolico e drammatico. Tra queste la parola «sangue», ripetuta quattro volte:

«Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: “Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno”. Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo [pianto] che avete reso questa città sangue, città di sangue [Rosaria Schifani parla con il sacerdote ma, nella registrazione, le parole non si sentono]. Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue – troppo sangue – di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti.
Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è amore per niente».

Questo è il testo completo:

«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano [pausa, il sacerdote al fianco di Rosaria Schifani suggerisce: «se avete il coraggio…»] di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro [applauso].
Loro non cambiano, loro non cambiano… No. Aspetta, aspetta, no [Rosaria
Schifani si rivolge al sacerdote che l’invita a seguire il testo scritto]. Di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete.
Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: “Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno”. Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo [pianto] che avete reso questa città sangue, città di sangue [Rosaria Schifani parla con il sacerdote].
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue – troppo sangue – di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è amore per niente.»

7 commenti:

  1. Questo discorso ci deve fare riflettere: nella sua semplicità, è una vera denuncia.
    Rosaria ha, davvero, avuto molto coraggio.

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  2. ho leto da qualche parte che questo discorso non è spontaneo ma costruito a tavolino cosi come pure il suo painto e che per questo sia stata pagata è vero ?

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  3. Caro Giuseppe, credo sia spontaneo. Anche perché quando hai 22 anni, un bambino di quattro mesi e ti ammazzano il marito non c'è bisogno che ti paghino per piangere. Lo fai gratis. Ti ricordi dove hai letto questa notizia?

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    1. A' Flavia più che altro bisognerebbe conoscere l'idiota che l'ha scritta.. ma sarà veramente un idiota?

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  4. parole che resteranno nella storia e nel cuore....

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  5. Un discorso talmente puro e sincero che solo un idiota potrebbe intendere come falso.

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  6. Andrebbero ricordati ogni giorno queste persone che hanno perso la vita per rendere l'Italia libera dalla MAFIA,per rendere l'Italia un posto migliore.I nostri cari politici non hanno che da imparare da questi eroi, invece di buttare via il lavoro di uomini che hanno lasciato moglie e figli. Ma la cosa più brutta è che noi popolo italiano abbiamo un grandissimo potere,essendo la nostra una repubblica democratica, dovremmo darci una svegliata e cambiare tutto,dovremmo fare la differenza, la vita è una emerita di essere vissuta in libertà.

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