giovedì 24 maggio 2012

Messaggio di pace in parole guerriere. È la forza di Gandhi nel discorso del 1947 a New Dehli

Gandhi, il “fachiro seminudo” - come lo definì Churchill non senza una vena varicosa di razzismo - ha fatto della sua immagine essenziale un'icona riconosciuta in tutto il mondo. Ma il suo eloquio non era altrettanto scarno e privo di dettagli.

Ne è una prova il discorso tenuto nel 1947 alla Conferenza Interasiatica di New Dehli, riportato nella collana di dvd "Le parole che hanno cambiato il mondo" del Corriere della sera, dove il Mahatma - "la grande anima" - dà prova della sua abilità oratoria e della sua determinazione.

Fin dal principio, il tono è dimesso. Ma i contenuti sono taglienti. Gandhi dichiara che vorrebbe parlare la sua lingua, l'hindustani, ma sa che solo pochi possono capirla. In questo modo, esprime pubblicamente la frustrazione di un popolo colonizzato:

«Vi stavo dicendo che la lingua della mia provincia, che è la mia lingua madre, voi non potete capirla; e io non voglio insultarvi insistendo. La lingua nazionale, l’hindustani, so che ci vorrà molto tempo prima che possa competere nei discorsi ufficiali.»*

Poi, Gandhi diluisce la polemica, mettendo in campo una excusatio propter infirmitatem, un espediente attira-simpatia più volte affrontato in questo blog. Si dichiara inadatto al compito di oratore che gli è stato affidato. Ma è solo una formula di cortesia che prelude alla bordata:

«Mi chiedevo di cosa avrei dovuto parlarvi. Volevo raccogliere i miei pensieri, ma lasciatemi confessare che non ho avuto tempo, eppure vi avevo promesso ieri che avrei provato a dirvi qualche parola. Mentre venivo con Badshah Khan*, ho chiesto un piccolo pezzo di carta e una matita. Ho avuto una penna al posto della matita. Ho provato a scarabocchiare qualche parola. Vi spiacerà sentirmi dire che quel pezzo di carta non ce l’ho con me. Ma non importa, mi ricordo di cosa volevo parlarvi   (...).»

Dopo questa dimostrazione di ritrosia, il Mahatma affonda il coltello senza pietà, infierendo sul colonialismo culturale e politico dell'Occidente. Denuncia l'appropriazione indebita dei pilastri della spiritualità, ribaltando il punto di vista comunemente accettato. L'obiettivo è spiazzare l'uditorio:

«Io ho studiato dai libri, libri scritti dagli storici inglesi [...]. Ci dicono che la saggezza è arrivata all'Occidente dall'Oriente. E chi erano questi uomini saggi? Zoroastro [Zarathustra]. Lui apparteneva all'Oriente. È stato seguito da Buddha. Apparteneva all'Oriente, apparteneva all'India. Chi ha seguito Buddha? Gesù, ancora una volta dall'Asia. Prima di Gesù c'era Mosè, anche lui appartenente alla Palestina - ho controllato con Badshah Khan e Yunus Saheb, ed entrambi mi hanno confermato che Mosè apparteneva alla Palestina, nonostante fosse nato in Egitto. E poi è venuto Gesù, e poi è venuto Maometto. Questi li tralascio. Tralascio Krishna, tralascio Mahavir, tralascio le altre luci, non le chiamerò luci minori, ma sconosciute all'Occidente, sconosciute al mondo della letteratura.»


Ghandi abbandona ogni riserva e colpisce al cuore l'Occidente. Lo fa con la grazia che tutti conosciamo - si scusa - ma non esita ad affondare il coltello:

«E poi, cosa è successo? Il cristianesimo è stato sfigurato quando ha raggiunto l'Occidente. Mi dispiace doverlo dire, ma questa è la mia interpretazione.»

«Sfigurato» (desfigured). Nell'immaginario romantico che si è creato intorno al personaggio di Gandhi non ci si aspetta che potesse utilizzare parole tanto affilate.

Tanta risolutezza viene lievemente diluita dalla ripresa della excusatio propter infirmitatem («il mio povero discorso») che prelude, tuttavia, a un nuovo attacco:

«il mio povero discorso può farvi capire, che quello che vedete dello splendore e di tutto ciò che le città dell'India hanno da mostrarvi non è l'India.»

Arriva, infine, al punto culminante dell’allocuzioe, al concetto chiave che viene reso tangibile, chiaro, lampante per tutti attraverso la metafora degli occhiali.

«Ma quello che voglio che capiate, se potete, è che il messaggio dell'Oriente, il messaggio dell’Asia, non può essere imparato attraverso gli occhiali europei, attraverso gli occhiali occidentali; non può essere compreso imitando gli orpelli dell'Occidente, la polvere da sparo dell'Occidente, la bomba atomica dell'Occidente.
Se volete nuovamente dare un messaggio all'Occidente, deve essere un messaggio d’amore, deve essere un messaggio di verità.»

Scoppiano gli applausi dell’uditorio. Ma Gandhi di schernisce, li rifiuta. Ora non è più interessato alla dimostrazione della benevolenza del pubblico perché lo ha già conquistato.

«Per favore questo [l’applauso] interferirà con il mio discorso e anche con la vostra comprensione. Voglio catturare i vostri cuori, non ricevere i vostri applausi. Fate battere i vostri cuori all'unisono con quello che dico e, credo, avrò compiuto il mio lavoro. Perciò voglio che ve ne andiate da qui con il pensiero che l'Asia deve conquistare l'Occidente.»

Il discorso si conclude con un ossimoro, un'apparente contraddizione: «la conquista amabile». Geniale.

«Sono ottimista. Se metterete insieme i vostri cuori, non soltanto le vostre teste, ma i vostri cuori insieme e capirete il segreto del messaggio che questi uomini saggi dell'Oriente ci hanno lasciato, e che se noi davvero diventiamo, meritiamo e siamo degni di quel grande messaggio, allora capirete che la conquista dell'Occidente sarà completa, e che lo stesso Occidente amerà quella conquista.
Oggi l'Occidente è così carente in saggezza. Oggi l'Occidente è disperato per la proliferazione della bomba atomica, perché la proliferazione delle bombe atomiche significa distruzione completa, non soltanto dell'Occidente, ma del mondo intero, così che la profezia della Bibbia si avvererà e ci sarà un vero e proprio diluvio universale. Non voglia il cielo che ci sia quel diluvio, e non per i torti dell'uomo contro se stesso. Sta a voi liberare il mondo intero, non solo l'Asia, ma il mondo intero, da quella malvagità, da quel peccato. Questa è la preziosa eredità che i vostri maestri, i miei maestri ci hanno lasciato.»

*Khan Abdul Ghaffar Khan (1890 - 1988), pacifista, attivista e amico di Gandhi.

3 commenti:

  1. Bellissimo esempio di retorica
    Hai anche qualche discorso di Nehru sullo stesso argomento?
    Mi piacerebbe vedere le similitudini e le differenze "dialettiche" con Gandhi
    Grazie per il bellissimo documento
    Ciao Flavia

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  2. Ciao,
    ho fatto un giro su Google. Qualcosa si trova. Se ti interessa, approfondisco e ci lavoro.
    Flavia

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