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martedì 7 ottobre 2014
mercoledì 20 agosto 2014
Quel terribile pomeriggio. Saragat commenta il discorso di De Gasperi a Parigi
Ricordiamo ancora una volta Alcide De Gasperi, morto sessant'anni fa, attraverso il suo discorso alla Conferenza di Pace di Parigi del 1946. De Gasperi rappresentava un Paese nemico e il Trattato di Pace prevedeva sanzioni molto aspre per i Paesi sconfitti come l’Italia.
L'incipit del discorso è una delle più sofisticate excusatio propter infirmitatem, l'oratore si scusa per essere in difficoltà nell'affrontare il proprio compito. La conferenza di Parigi fece conquistare all'Italia una rinnovata credibilità internazionale.
Ecco il commento di Saragat, membro della delegazione italiana:
«mi par di rivivere quel terribile pomeriggio del 10 agosto 1946 […]. Per non contaminare con la nostra presenza gli sguardi dei delegati […] ci fecero entrare nella grande sala affollata da una porticina che immetteva nell’ultima fila dei seggi in alto: non vedevamo che schiere di gente silenziosa» (Craveri, 2006).
Questo è il commento di Byrnes, segretario di stato americano:
«Il primo ministro italiano parlò con
tatto, ma con dignità e coraggio. Quando lasciò il rostro per tornare al posto
assegnatogli nell’ultima fila, scese nella navata centrale della sala
silenziosa, passando accanto a molte persone che lo conoscevano. Nessuno gli parlò.
La cosa mi fece impressione; mi sembrava inutilmente crudele […]. Così quando
passò davanti alla delegazione degli Stati Uniti, gli tesi la mano e gliela
strinsi […]. Volevo fare coraggio a quest’uomo che aveva sofferto nelle mani di
Mussolini, e ora stava soffrendo nelle mani delle Nazioni alleate» (Byrnes,
1948).
lunedì 23 settembre 2013
Grillo è l'invidia e B. è l'inganno
Oggi è uscita una mia intervista sui discorsi potenti e impotenti: si parla di Berlusconi, Grillo, Luther King, De Gasperi.
http://espresso.repubblica.it/dettaglio/grillo-e-linvidia-b-e-linganno/2214984/9
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giovedì 3 gennaio 2013
Giorgio Napolitano: le parole per il 2013
Lo stile oratorio di Giorgio Napolitano è aristocratico e aulico, ma non per questo freddo e generico. Nel discorso di fine 2012, e di fine settennato, ha raggiunto picchi emotivi - seppur sorvegliati e istituzionali - e ha inserito qualche passo pungente.
Se vuoi leggere tutto, vai su Huffingtonpost.
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giovedì 21 giugno 2012
De Gasperi, maestro della retorica priva d'infingimenti
«Grace under pressure»: grazia sotto pressione. È la definizione, presa in prestito da Hernest Hemingway, utilizzata da John F. Kennedy nel libro Profiles in Courage (Kennedy, 2000). Kennedy descrive il coraggio di otto senatori americani che hanno avuto la capacità di agire con autocontrollo e rigore, malgrado la pressione del proprio partito e dell’elettorato.
Dimostra «grace under pressure» Alcide De Gasperi nel 1946, alla Conferenza di Pace di Parigi in un discorso storico riportato nella collana “Le parole che hanno cambiato il mondo” in edicola questa settimana con il Corriere della Sera.
De Gasperi rappresenta un Paese nemico. Le ventuno nazioni vincitrici della Seconda Guerra Mondiale sono riunite al palazzo del Lussemburgo per redigere il Trattato di Pace, comprendente le sanzioni per i Paesi sconfitti come l’Italia. De Gasperi, allora presidente del Consiglio, affronta un’aula in cui l’atteggiamento ostile è palpabile. Saragat, membro della delegazione italiana, commenta:
«mi par di rivivere quel terribile pomeriggio del 10 agosto 1946 […]. Per non contaminare con la nostra presenza gli sguardi dei delegati […] ci fecero entrare nella grande sala affollata da una porticina che immetteva nell’ultima fila dei seggi in alto: non vedevamo che schiere di gente silenziosa» (Craveri, 2006).
Il presidente del Consiglio inizia il suo discorso ammettendo, senza preamboli, la difficoltà di rappresentare un Paese vinto e il suo conseguente status di «imputato», che deve vestire il «saio del penitente»:
«Signor presidente, signori ministri, signori delegati, prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione».
È la più sofisticata tra le captatio benevolentiae (ricerca della benevolenza), un topos retorico che di norma si trova all’inizio di una composizione orale o scritta e viene utilizzato per stimolare un atteggiamento benevolo da parte del pubblico.
Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso si rivolge a Ippolito d’Este, figlio di Ercole I, con una captatio benevolentiae:
«Piacciavi, generosa Erculea prole, / ornamento e splendor del secol nostro, / Ippolito, aggradir questo che vuole / e darvi può l’umil servo vostro».
La captatio benevolentiae è un espediente retorico guardato con sospetto per la sua componente lusingatrice o, addirittura, ruffiana. De Gasperi, però, ci fornisce una prova di come si possa farne uso con dignità e decoro. È la verità delle cose dette a fare la differenza. Non è qui una formula di maniera, un generico appello alla simpatia del pubblico. È espressione sincera di un sentimento personale e, allo stesso tempo, descrizione – puntuale, senza infingimenti diplomatici – del clima ostile di quell’aula.
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martedì 12 aprile 2011
Collana “La forza delle parole” de L’Espresso: De Gasperi fondatore dell’Europa. E Maroni?
«Mi chiedo se abbia un senso continuare a far parte dell'Unione europea»
Sono le parole pronunciate ieri a Strasburgo dal ministro dell’interno Maroni. Il ministro ha espresso la propria delusione per la bocciatura della proposta italiana di protezione temporanea per i migranti provenienti dai Paesi del Nord Africa.
Il presidente Napoletano e il ministro Frattini hanno ricordato l’importanza dell’Unione europea per il nostro Paese. Vale la pena di ricordare la metafora usata da De Gasperi nel discorso “La nostra patria Europa”, pronunciato alla conferenza parlamentare europea di Parigi nel 1954 e presente nella collana de L’Espresso “La forza delle parole”:
«[…] bisogna riconoscere che la vera e propria garanzia della nostra unione consiste in un’idea architettonica che sappia dominare dalla base alla cima, armonizzando le tendenze in una prospettiva di comunanza di vita pacificata ed evolutiva».
giovedì 21 ottobre 2010
Vendola: tra i due litiganti l’excusatio gode
Nichi Vendola, intervistato da Umberto Rosso per La repubblica (21 settembre 2010), commenta il confronto-scontro tra Bersani e Veltroni - attuale ed ex segretario del Pd - per la leadership del partito. Lo fa con una dichiarazione esplicita della propria inferiorità, excusatio propter infirmitatem, che diventa paradosso, una figura retorica che intende rivelare una realtà contraria all’opinione comunemente diffusa (pará = contrario; dóksa = opinione).
L’excusatio di Vendola, ricorre tre volte in poche righe:
«Il centro-sinistra puzza di naftalina, ha bisogno di prendere aria. […] Perciò chiedo scusa ai sofisti e ai sapienti della politica se non mi capiscono: la colpa è senz’altro mia. […] Non sono un grande esperto di politica, come è noto… Sarà per questo che non riesco a capire la natura dello scontro tra Bersani e Veltroni, è preoccupante la disputa tra le persone quando non è chiara la sostanza politica del contendere.
Domanda: Sta dicendo che lo scontro fra segretario ed ex segretario del Pd è tutto personale?
Il riverbero di antiche contese di certo c’è. Ma, ripeto, io non ho strumenti, non capisco.»
Il paradosso è nella dichiarazione di un politico di professione che sostiene di avere problemi nel comprendere la politica. Sarebbe come un idraulico che confessa di non intendersi granché di rubinetti. Chiaramente non è così, nel caso di Vendola (e nemmeno nel caso dell’idraulico, si spera). È evidente, invece, la non sottile ironia.
Tornando alla excusatio propter infirmitatem, ecco un precedente illustre. De Gasperi, alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1946, inizia il suo discorso con un’excusatio:
«Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e sopratutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.»
L’excusatio di Vendola, ricorre tre volte in poche righe:
«Il centro-sinistra puzza di naftalina, ha bisogno di prendere aria. […] Perciò chiedo scusa ai sofisti e ai sapienti della politica se non mi capiscono: la colpa è senz’altro mia. […] Non sono un grande esperto di politica, come è noto… Sarà per questo che non riesco a capire la natura dello scontro tra Bersani e Veltroni, è preoccupante la disputa tra le persone quando non è chiara la sostanza politica del contendere.
Domanda: Sta dicendo che lo scontro fra segretario ed ex segretario del Pd è tutto personale?
Il riverbero di antiche contese di certo c’è. Ma, ripeto, io non ho strumenti, non capisco.»
Il paradosso è nella dichiarazione di un politico di professione che sostiene di avere problemi nel comprendere la politica. Sarebbe come un idraulico che confessa di non intendersi granché di rubinetti. Chiaramente non è così, nel caso di Vendola (e nemmeno nel caso dell’idraulico, si spera). È evidente, invece, la non sottile ironia.
Tornando alla excusatio propter infirmitatem, ecco un precedente illustre. De Gasperi, alla Conferenza di Pace di Parigi nel 1946, inizia il suo discorso con un’excusatio:
«Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e sopratutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.»
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