Discorso di apertura alla Convention Nazionale dei Democratici, Boston, Mass., 27 luglio 2004.
È il discorso che ha lanciato un giovane promettente politico: Barack Obama. Nell’incipit, il futuro presidente Usa racconta la sua storia che diventa una narrazione universale. I suoi genitori - africano lui, americana lei - si incontrano all'università e chiamano il loro figlio "Benedetto".
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martedì 1 luglio 2014
giovedì 21 giugno 2012
De Gasperi, maestro della retorica priva d'infingimenti
«Grace under pressure»: grazia sotto pressione. È la definizione, presa in prestito da Hernest Hemingway, utilizzata da John F. Kennedy nel libro Profiles in Courage (Kennedy, 2000). Kennedy descrive il coraggio di otto senatori americani che hanno avuto la capacità di agire con autocontrollo e rigore, malgrado la pressione del proprio partito e dell’elettorato.
Dimostra «grace under pressure» Alcide De Gasperi nel 1946, alla Conferenza di Pace di Parigi in un discorso storico riportato nella collana “Le parole che hanno cambiato il mondo” in edicola questa settimana con il Corriere della Sera.
De Gasperi rappresenta un Paese nemico. Le ventuno nazioni vincitrici della Seconda Guerra Mondiale sono riunite al palazzo del Lussemburgo per redigere il Trattato di Pace, comprendente le sanzioni per i Paesi sconfitti come l’Italia. De Gasperi, allora presidente del Consiglio, affronta un’aula in cui l’atteggiamento ostile è palpabile. Saragat, membro della delegazione italiana, commenta:
«mi par di rivivere quel terribile pomeriggio del 10 agosto 1946 […]. Per non contaminare con la nostra presenza gli sguardi dei delegati […] ci fecero entrare nella grande sala affollata da una porticina che immetteva nell’ultima fila dei seggi in alto: non vedevamo che schiere di gente silenziosa» (Craveri, 2006).
Il presidente del Consiglio inizia il suo discorso ammettendo, senza preamboli, la difficoltà di rappresentare un Paese vinto e il suo conseguente status di «imputato», che deve vestire il «saio del penitente»:
«Signor presidente, signori ministri, signori delegati, prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: e soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato e l’essere citato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione».
È la più sofisticata tra le captatio benevolentiae (ricerca della benevolenza), un topos retorico che di norma si trova all’inizio di una composizione orale o scritta e viene utilizzato per stimolare un atteggiamento benevolo da parte del pubblico.
Ludovico Ariosto nell’Orlando furioso si rivolge a Ippolito d’Este, figlio di Ercole I, con una captatio benevolentiae:
«Piacciavi, generosa Erculea prole, / ornamento e splendor del secol nostro, / Ippolito, aggradir questo che vuole / e darvi può l’umil servo vostro».
La captatio benevolentiae è un espediente retorico guardato con sospetto per la sua componente lusingatrice o, addirittura, ruffiana. De Gasperi, però, ci fornisce una prova di come si possa farne uso con dignità e decoro. È la verità delle cose dette a fare la differenza. Non è qui una formula di maniera, un generico appello alla simpatia del pubblico. È espressione sincera di un sentimento personale e, allo stesso tempo, descrizione – puntuale, senza infingimenti diplomatici – del clima ostile di quell’aula.
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lunedì 21 maggio 2012
«loro non vogliono cambiare loro»: è il grido di dolore di Rosaria Schifani, vent’anni fa, al funerale del marito Vito e del giudice Falcone
Sono passati vent’anni dal 23 maggio 1992, il giorno dell’omicidio del giudice Giovanni Falcone; di sua moglie Francesca Morvillo; degli uomini della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.
Ai funerali a Palermo, il 25 maggio, una ragazza sfida le consuetudini, il cerimoniale e la mafia stessa con parole fuori programma, estemporanee, lucidamente fuori controllo. È Rosaria Schifani, moglie dell’agente della scorta Vito. Ha 22 anni e un bambino di quattro mesi.
Nel suo breve discorso invoca giustizia immediata; sfida gli uomini di mafia, chiedendo loro di inginocchiarsi e pentirsi; dichiara con coraggio che i mafiosi sono lì presenti, nella stessa chiesa dove si stanno svolgendo i funerali.
L’incipit del discorso è oggettivo, solenne e perentorio: un enunciato che ha valore di assolutezza e di eternità. Una testimonianza storica, che recita:
«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo…».
Il discorso è scritto su un foglio posato su un leggio. Un sacerdote tiene il microfono. Rosaria legge.
Ma qualcosa comincia a uscire dalla maglia fitta del testo preparato. All’inizio è un piccolo foro, un sussulto timido, detto tra sé e sé («Vito mio»); poi diventa uno strappo; infine un varco da cui la verità esplode in faccia all’uditorio.
Le parole già scritte – opportune ma di circostanza – appaiono fasulle.
Sbiadiscono, sfumano, tacciono.
Ecco, allora, che inizia a emergere la Rosaria autentica, con i suoi pensieri, le sue angosce e i suoi giudizi:
«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso».
L’inciso «lo Stato» viene pronunciato con un tono di disapprovazione, di rassegnazione, un sottilissimo sarcasmo.
Rosaria continua:
«[…] chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano [pausa, il sacerdote al fianco di Rosaria Schifani suggerisce: “se avete il coraggio…”] di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare, loro [applauso]».
Si sono rotti gli argini e la verità dilaga. Una verità disarticolata, frutto di uno stato quasi di trance, ma non per questo meno vera. Una verità che imbarazza chi è abituato alla cultura del decoro. Una verità che colpisce nel segno per la purezza fanciullesca con la quale viene proferita. Una verità che travolge il cerimoniale, contrapponendo il dire selvaggio della profezia biblica al rito solenne ma abitudinario.
Fanciullesca è la ripetizione di «però» e «loro» all’inizio e alla fine della frase: «però vi dovete mettere in ginocchio, però»; «loro non vogliono cambiare, loro».
Malgrado il tratto infantile, non c’è nulla d’ingenuo in queste parole. Nulla che possa far guardare questa donna con superiorità e indulgenza, attribuendo lo sfogo alla disperazione di una povera vedova che domani nessuno ricorderà.
Prosegue una lettura mista a singhiozzi e a osservazioni personali:
«Loro non cambiano, loro non cambiano… No. Aspetta, aspetta, no [Rosaria Schifani si rivolge al sacerdote che l’invita a seguire il testo scritto]. Di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete».
Il sacerdote ripetutamente invita Rosaria ad attenersi al testo scritto. La donna, invece, si sofferma su alcune parole dall’alto potere simbolico e drammatico. Tra queste la parola «sangue», ripetuta quattro volte:
«Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: “Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno”. Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo [pianto] che avete reso questa città sangue, città di sangue [Rosaria Schifani parla con il sacerdote ma, nella registrazione, le parole non si sentono]. Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue – troppo sangue – di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti.
Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è amore per niente».
Questo è il testo completo:
«Io, Rosaria Costa, vedova dell’agente Vito Schifani – Vito mio – battezzata nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, a nome di tutti coloro che hanno dato la vita per lo Stato – lo Stato… – chiedo innanzitutto che venga fatta giustizia, adesso. Rivolgendomi agli uomini della mafia, perché ci sono qua dentro (e non), ma certamente non cristiani, sappiate che anche per voi c’è possibilità di perdono: io vi perdono, però vi dovete mettere in ginocchio, però, se avete il coraggio… di cambiare… loro non cambiano [pausa, il sacerdote al fianco di Rosaria Schifani suggerisce: «se avete il coraggio…»] di cambiare, di cambiare, loro non vogliono cambiare loro [applauso].
Loro non cambiano, loro non cambiano… No. Aspetta, aspetta, no [Rosaria
Schifani si rivolge al sacerdote che l’invita a seguire il testo scritto]. Di cambiare radicalmente i vostri progetti, progetti mortali che avete.
Tornate a essere cristiani. Per questo preghiamo nel nome del Signore che ha detto sulla croce: “Padre perdona loro perché loro non lo sanno quello che fanno”. Pertanto vi chiediamo per la nostra città di Palermo [pianto] che avete reso questa città sangue, città di sangue [Rosaria Schifani parla con il sacerdote].
Vi chiediamo per la città di Palermo, Signore, che avete reso città di sangue – troppo sangue – di operare anche voi per la pace, la giustizia, la speranza e l’amore per tutti. Non c’è amore, non ce n’è amore, non c’è amore per niente.»
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giovedì 25 agosto 2011
Steve Jobs, il grande oratore, lascia Apple
Ha molto colpito i navigatori del Web la decisione di ieri di Steve Jobs, chief executive officer della Apple, di lasciare il suo ruolo per ragioni di salute.
Facciamo in bocca al lupo a Jobs e ricordiamo il suo famoso discorso del giugno 2005, tenuto all’università di Stanford in occasione della consegna dei diplomi (video).
In quell’occasione, Jobs diede dimostrazione delle sue grandi capacità oratorie, mettendo in campo figure retoriche raffinate.
Tra queste l’excusatio propter infirmitatem dell’incipit, l’attacco del discorso. In questo blog abbiamo incontrato più volte questa strategia dell’arte del dire, che consiste nello scusarsi per non sentirsi all’altezza del proprio ruolo di oratore:
«Sono onorato di essere con voi oggi, per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Ad essere sincero, questo è la cosa più vicina a una laurea, per me.»
Nel discorso a Stanford, Jobs racconta della propria malattia che, a quel tempo, sembrava superata. Anche raccontare qualcosa di sé è retorica. È un Erlebnis: un’esperienza personale ed emotiva che diventa una narrazione dal valore universale.
Jobs sintetizza il suo vissuto con una metafora:
«Qualche volta la vita ci colpisce come un mattone in testa.»
Quello di Stanford, è un discorso che mira alla motivazione: Jobs invita i ragazzi neolaureati a cercare e inseguire le proprie inclinazioni:
«Dovete trovare qualcosa che amate […]. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare, non accontentatevi.»
L’explicit, la chiusura, riassume il senso dell’intera allocuzione ed è di una potenza dirompente:
“Stay hungry, stay foolish”
Può essere tradotto con “Siate bramosi, siate insensati”. Secondo Jobs, il desiderio di farcela e un po’ di follia sono gli ingredienti per la realizzazione personale, la felicità ma, soprattutto, per realizzare qualcosa di nuovo.
Probabilmente è così. Pensiamo a Galileo cui nessuno riusciva a togliere dalla testa che col cavolo che è il sole a girare intorno alla Terra; a Galvani che torturava le rane in nome dell’elettrofisiologia; a Marconi che andava matto per la radio o a quel pazzotico di Orwell che, nel 1948, aveva avuto una strana visione di una società futura controllata dai media. Ma quando mai!
Facciamo in bocca al lupo a Jobs e ricordiamo il suo famoso discorso del giugno 2005, tenuto all’università di Stanford in occasione della consegna dei diplomi (video).
In quell’occasione, Jobs diede dimostrazione delle sue grandi capacità oratorie, mettendo in campo figure retoriche raffinate.
Tra queste l’excusatio propter infirmitatem dell’incipit, l’attacco del discorso. In questo blog abbiamo incontrato più volte questa strategia dell’arte del dire, che consiste nello scusarsi per non sentirsi all’altezza del proprio ruolo di oratore:
«Sono onorato di essere con voi oggi, per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Ad essere sincero, questo è la cosa più vicina a una laurea, per me.»
Nel discorso a Stanford, Jobs racconta della propria malattia che, a quel tempo, sembrava superata. Anche raccontare qualcosa di sé è retorica. È un Erlebnis: un’esperienza personale ed emotiva che diventa una narrazione dal valore universale.
Jobs sintetizza il suo vissuto con una metafora:
«Qualche volta la vita ci colpisce come un mattone in testa.»
Quello di Stanford, è un discorso che mira alla motivazione: Jobs invita i ragazzi neolaureati a cercare e inseguire le proprie inclinazioni:
«Dovete trovare qualcosa che amate […]. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare, non accontentatevi.»
L’explicit, la chiusura, riassume il senso dell’intera allocuzione ed è di una potenza dirompente:
“Stay hungry, stay foolish”
Può essere tradotto con “Siate bramosi, siate insensati”. Secondo Jobs, il desiderio di farcela e un po’ di follia sono gli ingredienti per la realizzazione personale, la felicità ma, soprattutto, per realizzare qualcosa di nuovo.
Probabilmente è così. Pensiamo a Galileo cui nessuno riusciva a togliere dalla testa che col cavolo che è il sole a girare intorno alla Terra; a Galvani che torturava le rane in nome dell’elettrofisiologia; a Marconi che andava matto per la radio o a quel pazzotico di Orwell che, nel 1948, aveva avuto una strana visione di una società futura controllata dai media. Ma quando mai!
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lunedì 21 marzo 2011
Bertrand Russel. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, un incipit magistrale
Affrontare il foglio bianco è il dramma di tutti noi. In particolare, in un discorso l’attacco - l’incipit - è cruciale: è la chiave per attirare l’attenzione dell’uditorio.
Nel libretto uscito questa settimana con il settimanale L’Espresso è pubblicato un discorso contro la corsa agli armamenti nucleari, che il filosofo britannico Bertrand Russel pronunciò nel 1954 alla Bbc.
L’incipit è geniale:
«In questa circostanza non parlerò come cittadino britannico, europeo o di una democrazia occidentale, ma come essere umano, membro della specie Uomo, la cui sopravvivenza è ora messa in dubbio.
Il mondo è pieno di conflitti: quello tra ebrei e arabi, indiani e pachistani, bianchi e neri in Africa e, al di sopra di tutti i conflitti minori, la lotta titanica tra comunismo e anticomunismo.
Quasi tutti coloro che hanno una coscienza politica nutrono profonde convinzioni riguardo a uno o più di tali questioni, ma ora, se vi è possibile, vorrei che lasciaste da parte queste convinzioni e vi consideraste semplicemente membri di una specie biologica con una storia importante alle spalle e di cui nessuno di noi può desiderare la scomparsa.»
Potente, vero?
Nel libretto uscito questa settimana con il settimanale L’Espresso è pubblicato un discorso contro la corsa agli armamenti nucleari, che il filosofo britannico Bertrand Russel pronunciò nel 1954 alla Bbc.
L’incipit è geniale:
«In questa circostanza non parlerò come cittadino britannico, europeo o di una democrazia occidentale, ma come essere umano, membro della specie Uomo, la cui sopravvivenza è ora messa in dubbio.
Il mondo è pieno di conflitti: quello tra ebrei e arabi, indiani e pachistani, bianchi e neri in Africa e, al di sopra di tutti i conflitti minori, la lotta titanica tra comunismo e anticomunismo.
Quasi tutti coloro che hanno una coscienza politica nutrono profonde convinzioni riguardo a uno o più di tali questioni, ma ora, se vi è possibile, vorrei che lasciaste da parte queste convinzioni e vi consideraste semplicemente membri di una specie biologica con una storia importante alle spalle e di cui nessuno di noi può desiderare la scomparsa.»
Potente, vero?
lunedì 18 ottobre 2010
Fini, la Bibbia e Luther king a Mirabello
Fini, Mirabello, 5 settembre 2010
Pieno di spunti il discorso di Fini a Mirabello. Il presidente della Camera parla a braccio, l’atmosfera è calda, il piglio è biblico:
«È arrivato il tempo di dare vita a una sintesi, a un nuovo patto tra capitale e lavoro: significa mettere i produttori di ricchezza dalla stessa parte della barricata. Una proposta che feci in occasione di quella direzione nazionale e che è caduta nel nulla, è una riforma del mondo del lavoro.»
L'incipit ricorda:
«Ora è tempo di agire, perché il Signore ha parlato e ha detto: "Per mezzo di Davide, mio servo, io salverò il mio popolo Israele dalle mani dei Filistei e da quelle di tutti i suoi nemici"» (Samuele 3:18)
Nei discorsi politici i riferimenti volontari e involontari alla Bibbia sono numerosi. Eccone un esempio autorevole nel celebre I have a dream di Luther King:
«Ora è il tempo di rendere reali le promesse della democrazia. Ora è il tempo di sollevarsi dalla scura e desolata valle della segregazione, per percorrere il sentiero assolato della giustizia razziale. Ora è il tempo di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili della ingiustizia razziale, portandola verso il terreno solido della fratellanza. Ora è il tempo di rendere la giustizia una realtà per tutti i figli di Dio.»
(Ho un sogno, marcia su Washington per il lavoro e la libertà, Lincoln Memorial, 28 agosto 1963)
Pieno di spunti il discorso di Fini a Mirabello. Il presidente della Camera parla a braccio, l’atmosfera è calda, il piglio è biblico:
«È arrivato il tempo di dare vita a una sintesi, a un nuovo patto tra capitale e lavoro: significa mettere i produttori di ricchezza dalla stessa parte della barricata. Una proposta che feci in occasione di quella direzione nazionale e che è caduta nel nulla, è una riforma del mondo del lavoro.»
L'incipit ricorda:
«Ora è tempo di agire, perché il Signore ha parlato e ha detto: "Per mezzo di Davide, mio servo, io salverò il mio popolo Israele dalle mani dei Filistei e da quelle di tutti i suoi nemici"» (Samuele 3:18)
Nei discorsi politici i riferimenti volontari e involontari alla Bibbia sono numerosi. Eccone un esempio autorevole nel celebre I have a dream di Luther King:
«Ora è il tempo di rendere reali le promesse della democrazia. Ora è il tempo di sollevarsi dalla scura e desolata valle della segregazione, per percorrere il sentiero assolato della giustizia razziale. Ora è il tempo di sollevare la nostra nazione dalle sabbie mobili della ingiustizia razziale, portandola verso il terreno solido della fratellanza. Ora è il tempo di rendere la giustizia una realtà per tutti i figli di Dio.»
(Ho un sogno, marcia su Washington per il lavoro e la libertà, Lincoln Memorial, 28 agosto 1963)
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