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giovedì 27 agosto 2015

Il chiasmo di Mattia Fantinati al Meeting CL di Rimini

Grande attenzione mediatica per il discorso che Mattia Fantinati del Movimento 5 Stelle ha tenuto ieri al Meeting Cl di Rimini.
Un po’ impacciato nella lettura delle pagine che aveva preparato, si è presentato con il consueto stile veridittivo dei pentastellati.
“… non sono qui per prendere applausi, non sono qui per cercare consensi.
“Sono qua per dire la verità.”
Lo stile veridittivo porta a una bordata:
“Ed oggi, proprio onestamente sono qui per denunciare come Comunione e Liberazione, la più potente lobby italiana, abbia trasformato l’esperienza spirituale morale, in un paravento di interessi personali, finalizzati sempre e comunque a denaro e potere.”
Dal punto di vista retorico (il tema che ci sta a cuore!), Fantinati conquista gli applausi di una platea non esattamente favorevole, con un chiasmo, una figura che si ottiene quando parole identiche (o che rimandano allo stesso concetto) sono disposte in ordine incrociato, creando la struttura: ABBA.
“… la politica deve essere laica perché deve fare il bene comune, di tutti.
Non esiste una politica (A) cristiana (B), esiste un cristiano (B) che fa politica (A).
Sul finale, Fantinati si serve della progressione ascendente del climax, che va dai “potenti” a “Dio”:
"Negli anni avete generato un potere politico capace di influenzare sanità, scuole private cattoliche, università e appalti. Sempre dalla parte dei potenti, sempre dalla parte di chi comanda. Sempre in nome di Dio. 
Mai sottovalutare il potere del chiasmo e del climax.

mercoledì 14 gennaio 2015

La semplificazione: facile ma fallace


Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una serie di semplificazioni, basate sulla tecnica sofistica della fallacia.
Gli atti di violenza e odio dei fratelli Kouachi e di Coulibaly hanno riaperto l’annoso dibattito sullo scontro di civiltà, troppo spesso basato su banalizzazioni dialetticamente efficaci ma intellettualmente rozze. Dopo i fatti di Parigi, tutti i musulmani sono potenzialmente pericolosi (potremmo dire come tutti gli italiani sono potenzialmente mafiosi). Sono argomentazioni triviali, stereotipate; eppure sembrano avere ancora il loro fascino.
Il sottinteso meccanismo fallace, quindi falsamente logico è questo:
Coulibaly è un terrorista
Coulibaly è musulmano
Quindi i musulmani sono terroristi
Dimostrando una certa ironia, il filosofo tedesco Leo Strauss ha coniato l’espressione in latino maccheronico “reductio ad Hitlerum (o reductio ad nazium). Quando il partecipante a un dibattito si trova in difficoltà, gioca la carta del nazismo, paragonando il proprio avversario a Hitler e screditando ogni suo ragionamento.
Potremmo coniare le espressioni “reductio ad Coulibalerum”. Ma anche “reductio ad mafiarum” considerando che, ieri, il discorso del premier Renzi in occasione della chiusura della presidenza italiana del semestre UE, è stato interrotto dall’insulto “mafia” da parte dei membri britannici di Ukip. Lo stesso insulto sembra sia arrivato anche dalle file dei Cinque Stelle.

venerdì 2 gennaio 2015

Fate vobis. Il discorso d'addio di Giorgio Napolitano


Ci mancherà lo stile risorgimentale di Giorgio Napolitano. L’uso dell’epiteto, il lessico desueto, l’inizio della frase con il gerundio. Un’oratoria che lo ha reso unico nel linguaggio politico contemporaneo.
Un periodare aulico che non si astiene, tuttavia, dal dare una mazzata a Salvini e ai Cinque Stelle e non manca di dimostrare in modo esplicito le personali difficoltà.
Il discorso di fine 2014 inizia con un atto linguistico puro: dare le dimissioni, un’azione che si produce attraverso le parole.
“Il messaggio augurale di fine d'anno che ormai dal 2006 rivolgo a tutti gli italiani, presenterà questa volta qualche tratto speciale e un po' diverso rispetto al passato. Innanzitutto perché le mie riflessioni avranno per destinatario anche chi presto mi succederà nelle funzioni di Presidente della Repubblica.
Funzioni che sto per lasciare, rassegnando le dimissioni: ipotesi che la Costituzione prevede espressamente.”
Segue un’ammissione della propria fragilità, che viene espressa con un registro decisamente poetico: “le incognite racchiuse dai segni dell’affaticamento”.
“[…] dico semplicemente che ho il dovere di non sottovalutare i segni dell'affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e dunque di non esitare a trarne le conseguenze.”
Il presidente affida a una preterizione l’endorsement in favore del premier Matteo Renzi.
La preterizione è una figura sofisticata: consente di affermare di evitare di parlare di qualcosa, quando, in realtà, se ne sta parlando. La preterizione di Napolitano è doppia ed è introdotta da “Non occorre che io ripeta” e da “non torno ora”. Ovviamente lo ripete e ci torna, eccome!
“Non occorre che io ripeta - l'ho fatto ancora di recente in altra pubblica occasione - le ragioni dell'importanza della riforma del Parlamento, e innanzitutto del superamento del bicameralismo paritario, nonché della revisione del rapporto tra Stato e Regioni.
Ma sul necessario più vasto programma di riforme - istituzionali e socio-economiche - messo in cantiere dal governo, sulle difficoltà politiche che ne insidiano l'attuazione, sulle possibilità di dialogo e chiarimento con forze esterne alla maggioranza di governo - anche, s'intende, e in via prioritaria, per il varo di una nuova legge elettorale - non torno ora avendovi già dedicato largamente il mio intervento, due settimane fa, all'incontro di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile.”
Segue un riferimento alla deludente economia italiana e agli sforzi ancora vani per rilanciarla. Il riferimento introduce una frecciata a Salvini e al Movimento 5 Stelle e alle loro istanze anti euro.
“Nulla di più velleitario e pericoloso può invece esservi di certi appelli al ritorno alle monete nazionali attraverso la disintegrazione dell'Euro e di ogni comune politica anti-crisi.”
Una tripletta di gerundi apre le frasi che esortano a non cadere del baratro dell’anti-politica: “guardando”, “vedendo”, “bollandola”. Ritorna alla mente: “Ma sedendo e mirando…” di Giacomo Leopardi.
“Guardando ai tratti più negativi di questo quadro, e vedendo come esso si leghi a debolezze e distorsioni antiche della nostra struttura economico-sociale e del nostro Stato, si può essere presi da un senso di sgomento al pensiero dei cambiamenti che sarebbero necessari per aprirci un futuro migliore, e si può cedere al tempo stesso alla sfiducia nella politica, bollandola in modo indiscriminato come inadeguata, inetta, degenerata in particolarismi di potere e di privilegio.
Non può, non deve essere questo l'atteggiamento diffuso nella nostra comunità nazionale.”
Ed, effettivamente, davanti alla crisi economica del nostro Paese “il cor
si spaura”.
L’intero discorso è costellato da espressioni dal sapore antico. Lo sono gli aggettivi usati in forma di epiteto e posti prima del nome: “ragionata fiducia”; “magnifico impegno”;”intangibili valori”. E lo sono anche le parole ormai desuete, soprattutto nel mondo dei media e della politica: “lena”; “cimento”.
Il discorso si conclude con l’esortazione alla palingenesi che deve seguire alla crisi economica, così come successe nell’Italia post-bellica.
“Ciascuno faccia la sua parte al meglio.”
È giusto, facciamo del nostro meglio.
Buon 2015 a tutti!

Qui il testo e il video del discorso.


mercoledì 2 luglio 2014

Grillo e la fallacia dei soldi europei alla mafia


I discorsi pubblici sono ricchi di fallacie, errori nel ragionamento che vengono messi in campo per produrre un effetto persuasivo.
Non dobbiamo gridare allo scandalo perché è assolutamente normale. Non solo in politica, ma anche sul lavoro e in famiglia. Tutti noi siamo produttori consapevoli o inconsapevoli di fallacie. Quante volte abbiamo sentito dire (o abbiamo detto) a un figlio: “Zitto tu, che non ti sei rifatto neanche il letto questa mattina!”. Naturalmente la mancata attenzione all’ordine non è di per sé una prova che il diretto interessato non abbia qualcosa di importante da dire.
Beppe Grillo è il re della fallacia. Ieri a Bruxelles non ha voluto farsi rubare la scena dall’euroscettico Nigel Farage che aveva platealmente voltato le spalle ai musicisti che eseguivano l’Inno alla gioia di Beethoven, in occasione dell’inaugurazione dell’ottava legislatura del Parlamento Europeo.
“L’inno alla gioia è stato usato da Hitler e dai più grandi killer della storia.
I logici che studiano le fallacie la chiamano generalizzazione indebita: si trae una conclusione generale, considerando solo casi particolari.
Un’altra generalizzazione indebita:
“Io sono venuto qui a guardare i conti e a dire di non dare più i soldi all’Italia perché scompaiono in tre regioni: Sicilia, Calabria e Campania. Dove ci sono la mafia, la `ndrangheta e la camorra”.
Il fatto che parte dei soldi Ue siano stati intercettati dalla mafie non significa che debbano essere tolti all’Italia, negando ai tanti cittadini onesti il sacrosanto diritto di usufruirne.

Uscendo dal campo della logica, più che una fallacia la chiamerei una “zappata sui piedi” degli italiani. Non ce la meritiamo. 

martedì 28 maggio 2013

Grillo e il topos del "sono tutti uguali"

Dopo il flop elettorale del Movimento 5 Stelle, Grillo critica coloro che votano Pd e Pdl e i partiti che «li rassicurano ma in realtà hanno distrutto il Paese, si sta condannando a una via senza ritorno».
È il topos  del "sono tutti uguali".
Funzionerà ancora?