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sabato 14 febbraio 2015

Brunetta e Renzi, i sorci verdi e l’eristica



Gustoso botta e risposta tra Brunetta e Renzi in merito alle riforme. Ieri l’Energumeno Tascabile aveva lanciato una bordata a Pitti Bimbo: “faremo vedere i sorci verdi a Renzi”.
Dopo l’approvazione del ddl, Renzi rilancia con un tweet:
“Un abbraccio a #gufi e #sorciverdi”

L’eristica, l’arte di ottenere ragione si nutre di nemici. Sono nemici tutti coloro che non sono d’accordo con noi. E, come tali, devono essere vilipesi e distrutti. Il nemico rende più avvincente il dire e più avventurosa l’impresa. L’insulto: “sei un gufo” o “un sorcio verde” è un argumentum ad personam, la critica è diretta all’avversario, alla sua persona, non alle sue argomentazioni. Questo post, in puro stile eristico, si potrebbe concludere con un: Tié!

domenica 1 febbraio 2015

Lo chiamavano Trinità. Mattarella presenta Renzi al Congresso della Margherita


Nel lontano 2007 (sembrano duemila anni fa), Mattarella presenta Renzi al congresso della Margherita.
Nell’incipit, Renzi si serve di un classico della retorica: l’enumerazione a tre preceduta da una frase organizzatrice contatore.
"Io vorrei semplicemente dire tre parole che vorrei fossero nella storia del Partito Democratico"
E le tre parole sono: sogno, speranza e fantasia.
Non si sa quale sia il motivo, ma il numero magico dell’enumerazione è il tre. È quello che funziona meglio. Lo sa bene papa Francesco e lo sapeva Steve Jobs, anche loro fanatici della trinità linguistica.
Gli esempi? Eccoli.
Oggi vorrei suggerirvi tre parole che possono aiutarvi nel vostro impegno
Le tre parole di Francesco sono: dialogo, discernimento, frontiera.
(Discorso del Santo padre alla Comunità degli scrittori de La Civiltà Cattolica, Sala dei Papi, 14 giugno 2013)
“Oggi voglio raccontarvi tre storie che mi appartengono. Tutto qui. Niente di particolare. Solo tre storie
La prima storia parla di unire i puntini []. La seconda storia parla d’amore e di perdita […]. La terza storia parla di morte […]
(Steve Jobs, Siate affamati, siate folli, Discorso all’Università di Stanford, 12 giugno 2005)

Ringrazio Cecilia Carpio per aver scovato questo video e averlo condiviso su Facebook.

martedì 30 settembre 2014

Le parole-souvenir della politica

Ogni oratore è alla ricerca del Santo Graal della retorica. Di quell'immagine che permetterà a chi ascolta di capire al volo, ma anche di fissare l'argomento nella sua memoria. Il meccanismo, in teoria, è semplice: l'oratore parla, l'uditorio vede; e ricorda. Parlare agli occhi è un'abilità che abbiamo tutti, ma alcuni oratori ne fanno un'arte, con risultati spesso felici, talvolta nobili, talaltra semplicemente abietti.
Per leggere il resto vai qui.

venerdì 30 novembre 2012

Il De oratore nelle versioni di Bersani e Renzi

Bersani gli “effetti normali”; Renzi gli “effetti speciali”. Nel duello tv andato in onda su Rai 1, in vista del ballottaggio del centro sinistra di domenica 2 dicembre, i due sfidanti hanno affermato due stili oratori diversi.

Per leggere tutto il post vi rimando a Huffington:

http://www.huffingtonpost.it/flavia-trupia/il-de-oratore-nelle-versi_b_2211833.html

mercoledì 14 novembre 2012

Scontro di eloquenza per le primarie di coalizione

Renzi, l'americano che si ispira all'Obama style; Bersani e il buon linguaggio di paese; Vendola, cintura nera di poesia; Tabacci, il realista; Puppato, maestra di preterizione.

Se volete sapere tutto sul confronto oratorio delle primarie di coalizione andate qui:
 http://www.huffingtonpost.it/../../flavia-trupia/primarie-di-coalizione-el_b_2128638.html


martedì 25 settembre 2012

Matteo Renzi, ieri sera a Roma, va oltre la rottamazione

Gli slogan sono un’arma a doppio taglio. Offrono il favore della riconoscibilità ma rischiano di ingabbiare in un cliché il personaggio cui sono legati. Lo sa bene Matteo Renzi, sfidante alle primarie del Pd, che cerca di non farsi intrappolare dalla felice, ma potenzialmente asfittica, trovata della “rottamazione” (vedi post del 9 novembre 2010).

Ieri sera a Roma - in un Auditorium della Conciliazione strapieno in cui campeggiava un’enorme scritta “Adesso!” - Renzi ha orientato il suo sforzo argomentativo su un concetto: la rottamazione è un punto di partenza, non di arrivo. L’”Adesso!-pensiero” non si riduce alla distruzione del passato ma guarda alla costruzione del futuro.

L’equazione Renzi = rottamatore ha funzionato alla grande, facendo salire il sindaco di Firenze agli onori della politica nazionale. Ma era necessario un passo avanti, una via di uscita per evitare di scivolare nel magma dell’antipolitica.

La via scelta da Matteo è il “futuro”. Un tema che rischia, tuttavia, di essere terribilmente generico se non viene riempito di una progettualità puntuale. Lo sforzo di Renzi, ieri sera, è stato quello di concentrarsi su questa progettualità, fatta di Stati Uniti di Europa, di nuove regole per il merito, di razionalizzazione (non riduzione) della spesa pubblica e così via.

Se (se!) Renzi continuerà su questa strada, anche con qualche impopolare ma chiara presa di posizione, darà filo da torcere ai suoi avversari. Attento, Bersani.

domenica 16 settembre 2012

Matteo Renzi, a Verona, non ha paura di sbagliare il calcio di rigore


Renzi, il profeta del “nuovo”, ha pronunciato a Verona il discorso della discesa in campo. Ha parlato in maniche di camicia, dietro a un podio con la scritta «ADESSO!», lo slogan scelto per accompagnare la corsa alla premiership.

L’allocuzione ha un’impalcatura retorica e narrativa tutt’altro che casuale, malgrado Renzi dichiari di averla preparata all’ultimo momento:

«Ho scritto il discorso dopo aver messo a letto i bambini. […] Per una volta, volevo scriverlo l’intervento.»

Bill Clinton non ha fatto mistero di aver impiegato tutta l’estate per scrivere, riscrivere e limare il suo intervento alla Convention del partito democratico di Charlotte (post del 6 settembre); Steve Jobs provava le sue presentazioni decine di volte, prima di infilarsi il maglioncino nero e i Levi’s e salire sul palco. Malgrado questi precedenti, Renzi sceglie di ostentare disinvoltura nell’affrontare un compito tutt’altro che semplice. Dimostrare naturalezza nel fare cose difficili è una “sprezzatura”. Ne sono maestre le ballerine o le atlete del nuoto sincronizzato che sorridono apparentemente beate, mentre fanno una fatica nera nell’eseguire coreografie massacranti. Baldesar Castiglione ne Il libro del cortegiano teorizza questa abilità: «per dir forse una nova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte e dimostri ciò, che si fa e dice, venir fatto senza fatica e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia» (Castiglione, 1965, orig. 1528).

L’intero discorso di Verona prende spunto da un video che ripercorre gli ultimi 25 anni della nostra storia. Sembra un innocuo amarcord, ma non lo è. Il trentasettenne Renzi sta armando i cannoni per assestare un paio di bordate ai danni del nemico numero uno: il “vecchio”, riferito ai rottamabili Bersani, D’Alema, Berlusconi e alle altrettanto rottamabili correnti e correntine di partito.

«Loro [i miei figli] farebbero fatica anche a credere che 25 anni fa stavamo senza telefonino.»

Ed ecco che arriva la prima bordata, condita di sarcasmo:

«Se guardo a 25 anni fa, persino i loghi e i nomi dei partiti erano completamente diversi. I leader no. Sono rimasti gli stessi per farci un servizio, per darci la certezza di qualche punto di riferimento in una cornice che cambia [applauso]». Boom.

Il colpo è apparentemente (ma solo apparentemente) attenuato da un’affermazione che contiene un espediente super classico della retorica: la preterizione.

«Oggi noi siamo qui non per parlare dei leader di allora. Siamo qui per puntare il compasso e per girarlo dall’altra parte.»

Non è lì per parlarne, ma ne parla eccome! Anzi, è proprio questo l’oggetto del discorso; è esattamente questo il “posizionamento” (come lo chiamano gli esperti di marketing) del candidato premier Matteo Renzi che sfida i fossili della politica, invitandoli cordialmente a togliersi dai piedi. La preterizione, vi ricordate? L’abbiamo studiata a scuola. È una figura che consiste nel dichiarare che si ometterà di parlare di qualcosa o qualcuno, per poi in realtà parlarne. Nel Canzoniere Petrarca scrive “Cesare taccio che per ogni piaggia/fece l’erbe sanguigne/di lor vene, ove il nostro ferro mise”. (Il poeta si riferiva alle battaglie di Cesare contro i barbari, Italia mia, ben che il parlar sia indarno, Il Canzoniere, 1374).

Malgrado la dichiarazione di voler evitare di parlare dei vecchi politici, Renzi insiste lanciando una seconda bordata. Ari-boom:

«Possiamo candidarci senza portare la giustificazione. Siamo gli unici che non devono portare la giustificazione, raccontare cosa hanno fatto in questi ultimi 25 anni. Perché, mentre loro erano in Parlamento, noi andavamo all’asilo. Mentre loro erano in Parlamento noi cercavamo di combattere contro un sistema educativo, quello scolastico, che, a parole, è sempre stato la centralità del Paese e che, in realtà, è sempre stato considerato ai margini di un investimento educativo, se non dai Comuni. […] Lo Stato ha troppo spesso perduto delle occasioni. Pensate a quanto poteva essere diversa l’Italia se, in questi 25 anni, avessimo avuto la forza e l’intelligenza di scommettere su un’economia della conoscenza basata sul capitale umano [applauso].»

Renzi conclude l’intemerata con una seconda preterizione dal tono biblico (Ecclesiaste 3, vedi il post del 12 settembre):

«Ma non è il tempo del rimpianto e della nostalgia. È il tempo della costruzione.»

Il tempo della costruzione è in seguito sintetizzato da tre parole, che assumono il valore di uno slogan:

«Futuro, Europa, merito.»

Nel corso del suo intervento, Renzi ricorda più volte la sua capacità pratica e la sua lontananza dalle “vecchie” logiche di Palazzo. Per sottolineare il concetto usa diversi espedienti dell’arte del dire. Tra questi, la metafora – secondo me felice - del “pianeta delle chiacchiere”:

«Noi, signori, non veniamo dal pianeta delle chiacchiere. Siamo sindaci, siamo amministratori.»

Il concetto è sottolineato anche dall’associazione della parola “Italia” con i nomi propri di cittadini che la abitano, dei quali Renzi racconta gli aneddoti da esperto story teller. Un paio di esempi:

«Questa è l’Italia che si trova davanti al Bivio Teresa, che è una ragazza che fa l’avvocatessa a Bari… mamma di due figli. Decide di lasciare la professione per mettersi in gioco come insegnante. Va a fare il proprio test e vede, come tanti altri, che i test sono tutti sbagliati […]. È l’Italia di Carla che, al termine di una festa democratica […], mi dice: “io non ho paura del merito – è un’impiegata pubblica – dammelo il merito, ma dammelo davvero il merito. Non mettermi un principio di merito e poi il mio dirigente dà a tutti le stesse valutazioni, così non si rompe le scatole e non si mette in discussione”.»

Matteo Renzi afferma la sua visione politica ispirata alla collaborazione, riferendosi esplicitamente ai “Mobama”, la macchina da guerra politica formata da Barack e Michelle.

«Io non credo che il modello culturale della politica sia il “ghe pensi mi”: “lasciate fare a me”. Io ho avuto successo nella vita, io risolverò i problemi degli altri. Il modello è quello del “tocca a noi”, non del “ghe pensi mi”. Il vero successo – ha detto Michelle Obama alla convention dei democratici a Charlotte […] – il vero successo non è quanti soldi hai fatto. Il vero successo è riuscire a fare la differenza nella vita degli altri.»

L’allusione, non troppo velata, riporta allo storico discorso che, nel 1994, ha segnato la discesa in campo di Berlusconi: «Ho scelto di scendere in campo e di occuparmi della cosa pubblica perché non voglio vivere in un Paese illiberale, governato da forze immature e da uomini legati a doppio filo a un passato politicamente ed economicamente fallimentare.»

Tra le tante metafore usate da Renzi non manca quella calcistica, della quale di serve nella fase conclusiva del discorso:

«Spero che mio figlio, tra qualche anno, comunque vada questa sfida, sappia che suo padre non ha avuto paura di vivere una sfida controvento e spero che sappia che nella vita di tutti noi arriva un momento il cui il vero rischio è non tirare il calcio di rigore, non sbagliarlo, il vero rischio è restare in panchina.»

“Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore”, cantava De Gregori. Ma Matteo non ha paura.

 

Guarda il video.

martedì 19 luglio 2011

Dipendenti comunali = Fantozzi? È l’ultima mazzata del rottamatore Matteo Renzi

Il sindaco di Firenze paragona i propri dipendenti a una maschera della commedia dell’arte contemporanea come lo sono stati un tempo Arlecchino, Colombina e Truffaldino.

Con la sua ben nota capacità di sintesi, in un’intervista su SpotWeek, Renzi appiccica l’etichetta Fantozzi agli impiegati comunali.

«Mi ritrovo con dipendenti che timbrano alle 14 e già un quarto d’ora prima sono in coda col cappotto nel cortile, pronti per uscire.»

Il paragone è offensivo e violento, ma è reso più digeribile dall’argomentazione che lo accompagna:

«Io nono denigro i dipendenti. Dico solo che in un momento in cui aumentano i cassintegrati e la disoccupazione e un’intera generazione vive la precarietà come condizione esistenziale, la responsabilità di chi ha un contratto a tempo indeterminato nel settore pubblico deve raddoppiare.»

Con un poco di zucchero la pillola va giù?

martedì 9 novembre 2010

Zzzzz, le parole dormono. E i rottamatori di Renzi le risvegliano

Attenzione, non facciamo rumore: ci sono parole che dormono.

Sono le parole che vengono spesso usate nei discorsi: «auspichiamo il dovuto dialogo» o «un futuro con le radici nella storia».

Parallelamente ci sono gli insulti, contro gli avversari politici, contro i gay, contro gli stranieri, contro le donne. Dormono anch’essi per la loro banalità: ahimè, niente di nuovo, possiamo girarci dall’altra parte e continuare il nostro pisolino.

Poi, però, ci sono gli insulti creativi. I ribelli del Pd, capitanati dal sindaco di Firenze Matteo Renzi, si sono autodefiniti «rottamatori», perché vorrebbero mandare allo sfasciacarrozze il vetusto establishment del nostro Paese.

Il termine «rottamatori» in comunicazione funziona: si memorizza facilmente e riassume un sentimento diffuso tra gli italiani. Qual è il suo segreto? È uno straniamento.

In stilistica è una procedura che porta a deformare il linguaggio, creando una percezione inedita. È quanto succede prendendo in prestito l’espressione «rottamare» dal mondo delle auto usate e trasportandola nel mondo della politica.

Ok, ora ci siamo svegliati. Aspettiamo, però, i «costruttori».

Nel frattempo, vi vengono in mente o avete sentito insulti creativi?

Ecco un bell’esempio di straniamento della poetessa russa Anna Achmatova, che accosta l’ordinaria parola «cannuccia» al nobile termine «anima»:

Come con una cannuccia mi bevi l’anima.
Lo so, amaro e inebriante è il sapore,
ma il supplizio non turberò implorandoti.
(Anna Achmatova, 1911)