Lo stile oratorio di Giorgio Napolitano è aristocratico e aulico, ma non per questo freddo e generico. Nel discorso di fine 2012, e di fine settennato, ha raggiunto picchi emotivi - seppur sorvegliati e istituzionali - e ha inserito qualche passo pungente.
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giovedì 3 gennaio 2013
lunedì 2 gennaio 2012
Giorgio Napolitano. Il discorso di fine anno del regista della politica italiana

Elegante e preciso. Due aggettivi per definire il discorso di fine anno di Giorgio Napolitano.
La varietà lessicale e la precisione millimetrica nella gestione del periodo ne fanno un’allocuzione che ha un carattere aristocratico e ottocentesco, senza perdere tuttavia quel mordente necessario a lasciare il segno.
La voce è calda (direi paterna) e la pronuncia chiarissima, appena ammorbidita da un tocco partenopeo, che la rende più vicina e terrena.
Uno stile – come sottolineato più volte nel blog – che in questo momento storico viene apprezzato per differenza, essendo l’esatto opposto della sguaiatezza, della sproporzione e della semplificazione in stile marketing dall’era berlusconiana.
Alcuni ingredienti del discorso di Napolitano.
1. PAROLE
(in ordine di apparizione nel discorso)
Recato
«Grazie a tanti di voi, a tanti italiani, uomini e donne, di tutte le generazioni e di ogni parte del paese per il calore con cui mi avete accolto ovunque mi sia recato per celebrare la nascita dell'Italia unita e i suoi 150 anni di vita».
Sconsiglio tutti quelli che non sono Giorgio Napolitano (e non ne hanno la statura istituzionale) di usare il termine “recato” al posto di “andato”.
Dibatte
«La radice di questi stati d'animo [scoraggiamento e pessimismo per la condizione attuale dell’Italia], anche aspramente polemici, è naturalmente nella crisi finanziaria ed economica in cui l'Italia si dibatte».
I comuni mortali avrebbero detto “la crisi finanziaria ed economica che l’Italia affronta”, ma “dibatte” è più preciso e ricco di sfumature, perché significa “reagire con fatica e anche in modo scomposto”.
Lena
«[…] colpire corruzione ed evasione fiscale. È un'opera di lunga lena, che richiede accurata preparazione di strumenti efficaci e continuità».
“Lena” significa respiro, fiato.
Maestranze
La parola viene pronunciata dal Presidente quando ricorda gli incontri nelle fabbriche che hanno caratterizzato il suo passato politico.
Il termine è preciso, in quanto indica “l’insieme di operai che lavorano in un grosso complesso industriale” (Devoti, Oli). Mi sembra però che abbia un’accezione leggermente snob. Avrei preferito “lavoratori”. “Operai”, invece, sarebbe stata una parola sbagliata, per la storia politica cui è legata, che avrebbe rischiato di dividere l’uditorio invece di unirlo.
Severa
«L'Italia può e deve farcela. La nostra società deve uscirne più severa e più giusta, più dinamica, moralmente e civilmente più viva, più aperta, più coesa».
Bell’aggettivo per suggerire che i politici e i cittadini devono dimostrare maggiore rigore ed essere alieni da cedimenti.
2. EPITETI
Un classico dei discorsi di Napolitano è l’aggettivo prima del nome che crea una sorta di epiteto. Tre esempi:
«gravosa ipoteca»
«fecondo dispiegarsi della conoscenza e del merito»
«acute necessità»
3. CHIAREZZA DEI CONTENUTI
Lo stile risorgimentale del Presidente non esclude la chiarezza dei contenuti. È questo l’aspetto che lo rende apprezzabile. Se i contenuti mancassero – o se non fossero chiari – l’allocuzione scivolerebbe nel puro manierismo.
Qualche esempio:
«Nessuno, oggi - nessun gruppo sociale - può sottrarsi all'impegno di contribuire al risanamento dei conti pubblici, per evitare il collasso finanziario dell'Italia».
«Ma non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell'Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale». Qui Napolitano dà un’elegante imbeccata ai sindacati, suggerendo loro il comportamento che devono tenere nel prossimo futuro.
«[…] colpire corruzione ed evasione fiscale».
«[…] i sacrifici sono inevitabili per tutti».
«All'Italia tocca perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una più conseguente integrazione europea, e non indietro verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali».
«[…] crescente presenza di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare».
Carissima Lega, hai capito?
La varietà lessicale e la precisione millimetrica nella gestione del periodo ne fanno un’allocuzione che ha un carattere aristocratico e ottocentesco, senza perdere tuttavia quel mordente necessario a lasciare il segno.
La voce è calda (direi paterna) e la pronuncia chiarissima, appena ammorbidita da un tocco partenopeo, che la rende più vicina e terrena.
Uno stile – come sottolineato più volte nel blog – che in questo momento storico viene apprezzato per differenza, essendo l’esatto opposto della sguaiatezza, della sproporzione e della semplificazione in stile marketing dall’era berlusconiana.
Alcuni ingredienti del discorso di Napolitano.
1. PAROLE
(in ordine di apparizione nel discorso)
Recato
«Grazie a tanti di voi, a tanti italiani, uomini e donne, di tutte le generazioni e di ogni parte del paese per il calore con cui mi avete accolto ovunque mi sia recato per celebrare la nascita dell'Italia unita e i suoi 150 anni di vita».
Sconsiglio tutti quelli che non sono Giorgio Napolitano (e non ne hanno la statura istituzionale) di usare il termine “recato” al posto di “andato”.
Dibatte
«La radice di questi stati d'animo [scoraggiamento e pessimismo per la condizione attuale dell’Italia], anche aspramente polemici, è naturalmente nella crisi finanziaria ed economica in cui l'Italia si dibatte».
I comuni mortali avrebbero detto “la crisi finanziaria ed economica che l’Italia affronta”, ma “dibatte” è più preciso e ricco di sfumature, perché significa “reagire con fatica e anche in modo scomposto”.
Lena
«[…] colpire corruzione ed evasione fiscale. È un'opera di lunga lena, che richiede accurata preparazione di strumenti efficaci e continuità».
“Lena” significa respiro, fiato.
Maestranze
La parola viene pronunciata dal Presidente quando ricorda gli incontri nelle fabbriche che hanno caratterizzato il suo passato politico.
Il termine è preciso, in quanto indica “l’insieme di operai che lavorano in un grosso complesso industriale” (Devoti, Oli). Mi sembra però che abbia un’accezione leggermente snob. Avrei preferito “lavoratori”. “Operai”, invece, sarebbe stata una parola sbagliata, per la storia politica cui è legata, che avrebbe rischiato di dividere l’uditorio invece di unirlo.
Severa
«L'Italia può e deve farcela. La nostra società deve uscirne più severa e più giusta, più dinamica, moralmente e civilmente più viva, più aperta, più coesa».
Bell’aggettivo per suggerire che i politici e i cittadini devono dimostrare maggiore rigore ed essere alieni da cedimenti.
2. EPITETI
Un classico dei discorsi di Napolitano è l’aggettivo prima del nome che crea una sorta di epiteto. Tre esempi:
«gravosa ipoteca»
«fecondo dispiegarsi della conoscenza e del merito»
«acute necessità»
3. CHIAREZZA DEI CONTENUTI
Lo stile risorgimentale del Presidente non esclude la chiarezza dei contenuti. È questo l’aspetto che lo rende apprezzabile. Se i contenuti mancassero – o se non fossero chiari – l’allocuzione scivolerebbe nel puro manierismo.
Qualche esempio:
«Nessuno, oggi - nessun gruppo sociale - può sottrarsi all'impegno di contribuire al risanamento dei conti pubblici, per evitare il collasso finanziario dell'Italia».
«Ma non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell'Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale». Qui Napolitano dà un’elegante imbeccata ai sindacati, suggerendo loro il comportamento che devono tenere nel prossimo futuro.
«[…] colpire corruzione ed evasione fiscale».
«[…] i sacrifici sono inevitabili per tutti».
«All'Italia tocca perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una più conseguente integrazione europea, e non indietro verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali».
«[…] crescente presenza di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare».
Carissima Lega, hai capito?
sabato 31 dicembre 2011
Giorgio Napolitano: oratore dell’anno
Più volte mi hanno chiesto chi avrei nominato “oratore italiano del 2011”. La risposta è senza dubbio Giorgio Napolitano, per la l’autorevolezza che è riuscito a costruirsi.
Scorrendo le parole che ha pronunciato nel corso dell’anno, emergono gli ingredienti che hanno contribuito alla costruzione di questa autorevolezza.
In un periodo critico per l’Italia, ha lasciato il segno il tono paterno e allo stesso tempo aulico del Presidente. Uno stile risorgimentale – l’ho scritto più volte in questo blog – che tuttavia non è mai freddo ma sempre affettuoso.
Non consiglierei ai miei clienti di adottare questo stile. Perché? Perché bisogna essere Napolitano. Ma consiglierei – e lo faccio – di ispirarsi alla ricchezza del suo vocabolario, al suo modo impeccabile di controllare il periodo, alla sua capacità di dominare la scena attraverso le pause sapienti e la pronuncia chiara.
Ecco alcune caratteristiche del linguaggio pubblico di Giorgio Napolitano, oratore dell’anno.
EPITETI
Napolitano pone frequentemente l’aggettivo prima del nome per costruire un epiteto: «luminosa evidenza»; «suprema pazienza»; «fortificanti motivi»; «generosa utopia»; «cieche trame terroristiche»; «luminosi principi»; «complessivo bilancio».
(discorso di fine anno 2010 e discorso per l’Unità d’Italia, 17 marzo 2011).
PERIODO
Il periodo, al contrario di quello che si consiglia agli oratori contemporanei, è spesso ricco di incisi: «Una formidabile galleria di ingegni e di personalità - quelle femminili fino a ieri non abbastanza studiate e ricordate - di uomini di pensiero e d'azione. A cominciare, s'intende, dai maggiori: si pensi, non solo a quale impronta fissata nella storia, ma a quale lascito cui attingere ancora con rinnovato fervore di studi e generale interesse, rappresentino il mito mondiale, senza eguali - che non era artificiosa leggenda - di Giuseppe Garibaldi, e le diverse, egualmente grandi eredità di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo.»
(discorso per l’Unità d’Italia, 17 marzo 2011)
PASSATO REMOTO
Colpisce, in generale, l’uso frequente del passato remoto ormai impiegato sempre meno, fatta eccezione per alcune regioni italiane come la Sicilia.
SCELTA LESSICALE
Solo qualche esempio.
Cemento
Una bella metafora.
«cemento nazionale unitario, non eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità.»
(discorso per l’Unità d’Italia, 17 marzo 2011)
Congiura
Pochi giorni fa, sulla prima pagina de La repubblica, Napolitano ha designato con il termie «congiura» l’associazione a delinquere tra «arretramento culturale e impoverimento della vita politica democratica».
(29 dicembre La Repubblica)
Perpetuare
Verbo ricercato.
«È un dovere per noi tutti perpetuare il ricordo di coloro che combatterono nelle fila della Resistenza, restituirono all'Italia il bene supremo della libertà e della dignità nazionale».
(3 ottobre 2011, richiamo al rispetto delle istituzioni a seguito della lettera aperta dell’imprenditore Della Valle contro i politici italiani)
Spirito
«Ho ritenuto di dover restare - nel mio ruolo - estraneo a ogni disputa in proposito. Ma ritengo che lo spirito della decisione presa sia apprezzabile».
(lettera di apprezzamento per la proclamazione del 17 marzo 2011 come festa nazionale)
Non è, dunque, apprezzabile la decisione ma lo «spirito della decisione». In questo modo Napolitano rimane super partes.
Scorrendo le parole che ha pronunciato nel corso dell’anno, emergono gli ingredienti che hanno contribuito alla costruzione di questa autorevolezza.
In un periodo critico per l’Italia, ha lasciato il segno il tono paterno e allo stesso tempo aulico del Presidente. Uno stile risorgimentale – l’ho scritto più volte in questo blog – che tuttavia non è mai freddo ma sempre affettuoso.
Non consiglierei ai miei clienti di adottare questo stile. Perché? Perché bisogna essere Napolitano. Ma consiglierei – e lo faccio – di ispirarsi alla ricchezza del suo vocabolario, al suo modo impeccabile di controllare il periodo, alla sua capacità di dominare la scena attraverso le pause sapienti e la pronuncia chiara.
Ecco alcune caratteristiche del linguaggio pubblico di Giorgio Napolitano, oratore dell’anno.
EPITETI
Napolitano pone frequentemente l’aggettivo prima del nome per costruire un epiteto: «luminosa evidenza»; «suprema pazienza»; «fortificanti motivi»; «generosa utopia»; «cieche trame terroristiche»; «luminosi principi»; «complessivo bilancio».
(discorso di fine anno 2010 e discorso per l’Unità d’Italia, 17 marzo 2011).
PERIODO
Il periodo, al contrario di quello che si consiglia agli oratori contemporanei, è spesso ricco di incisi: «Una formidabile galleria di ingegni e di personalità - quelle femminili fino a ieri non abbastanza studiate e ricordate - di uomini di pensiero e d'azione. A cominciare, s'intende, dai maggiori: si pensi, non solo a quale impronta fissata nella storia, ma a quale lascito cui attingere ancora con rinnovato fervore di studi e generale interesse, rappresentino il mito mondiale, senza eguali - che non era artificiosa leggenda - di Giuseppe Garibaldi, e le diverse, egualmente grandi eredità di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo.»
(discorso per l’Unità d’Italia, 17 marzo 2011)
PASSATO REMOTO
Colpisce, in generale, l’uso frequente del passato remoto ormai impiegato sempre meno, fatta eccezione per alcune regioni italiane come la Sicilia.
SCELTA LESSICALE
Solo qualche esempio.
Cemento
Una bella metafora.
«cemento nazionale unitario, non eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità.»
(discorso per l’Unità d’Italia, 17 marzo 2011)
Congiura
Pochi giorni fa, sulla prima pagina de La repubblica, Napolitano ha designato con il termie «congiura» l’associazione a delinquere tra «arretramento culturale e impoverimento della vita politica democratica».
(29 dicembre La Repubblica)
Perpetuare
Verbo ricercato.
«È un dovere per noi tutti perpetuare il ricordo di coloro che combatterono nelle fila della Resistenza, restituirono all'Italia il bene supremo della libertà e della dignità nazionale».
(3 ottobre 2011, richiamo al rispetto delle istituzioni a seguito della lettera aperta dell’imprenditore Della Valle contro i politici italiani)
Spirito
«Ho ritenuto di dover restare - nel mio ruolo - estraneo a ogni disputa in proposito. Ma ritengo che lo spirito della decisione presa sia apprezzabile».
(lettera di apprezzamento per la proclamazione del 17 marzo 2011 come festa nazionale)
Non è, dunque, apprezzabile la decisione ma lo «spirito della decisione». In questo modo Napolitano rimane super partes.
venerdì 30 dicembre 2011
Le parole auliche del presidente Napolitano
Sempre ricercata la scelta lessicale di Giorgio Napolitano.
Ieri, sulla prima pagina de La repubblica, designa con il termie «congiura» l’associazione a delinquere tra «arretramento culturale e impoverimento della vita politica democratica».
Ma non finisce qui. Il Presidente traduce il “magna magna nostrano” in «degenerazioni parassitarie del “Welfare all’italiana”».
Che bella, la cultura!
Ieri, sulla prima pagina de La repubblica, designa con il termie «congiura» l’associazione a delinquere tra «arretramento culturale e impoverimento della vita politica democratica».
Ma non finisce qui. Il Presidente traduce il “magna magna nostrano” in «degenerazioni parassitarie del “Welfare all’italiana”».
Che bella, la cultura!
lunedì 3 ottobre 2011
Napolitano e il solenne richiamo al rispetto delle istituzioni
Dopo il vespaio seguito alla super dichiarazione di Della Valle di sabato, il presidente della Repubblica ha più volte richiamato gli italiani al rispetto delle istituzioni. Lo ha fatto con il suo linguaggio elegante e solenne e con il consueto tono aulico.
L'occasione è l'anniversario dell'eccidio di Marzabotto da parte dei nazisti:
«È un dovere per noi tutti perpetuare il ricordo di coloro che combatterono nelle fila della Resistenza, restituirono all'Italia il bene supremo della libertà e della dignità nazionale. A loro si deve se l'Assemblea costituente poté approvare, grazie alla convergenza di forze politiche diverse, la nostra carta fondamentale in cui sono enunciati i valori e i principi fondamentali cui si ispirarono quanti, sacrificando se stessi e la propria vita, hanno consegnato alle generazioni successive una Repubblica nuova e libera. Spetta a ciascuno di noi, in nome di quegli stessi principi, continuare ad amarla e consolidarla».
Colpisce il passato remoto ormai usato sempre meno, fatta eccezione per i siciliani; la ricercatezza del verbo perpetuare (immaginiamo Napolitano dire alla sua Clio "ti amerò perpetuamente", invece di "ti amerò per sempre"); il concetto dell'amore di patria che, Napolitano insiste, non può tramontare.
L'occasione è l'anniversario dell'eccidio di Marzabotto da parte dei nazisti:
«È un dovere per noi tutti perpetuare il ricordo di coloro che combatterono nelle fila della Resistenza, restituirono all'Italia il bene supremo della libertà e della dignità nazionale. A loro si deve se l'Assemblea costituente poté approvare, grazie alla convergenza di forze politiche diverse, la nostra carta fondamentale in cui sono enunciati i valori e i principi fondamentali cui si ispirarono quanti, sacrificando se stessi e la propria vita, hanno consegnato alle generazioni successive una Repubblica nuova e libera. Spetta a ciascuno di noi, in nome di quegli stessi principi, continuare ad amarla e consolidarla».
Colpisce il passato remoto ormai usato sempre meno, fatta eccezione per i siciliani; la ricercatezza del verbo perpetuare (immaginiamo Napolitano dire alla sua Clio "ti amerò perpetuamente", invece di "ti amerò per sempre"); il concetto dell'amore di patria che, Napolitano insiste, non può tramontare.
martedì 19 aprile 2011
Napolitano pronuncia “cosiddetta”, la parola che incenerisce
Più volte ci siamo soffermati sullo stile risorgimentale e sulla scelta attenta delle parole da parte del nostro presidente della Repubblica.
Ieri Napolitano ha scritto una lettera a Michele Vietti, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per annunciare che il 9 maggio, giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, sarà reso omaggio ai servitori dello Stato e ai magistrati che hanno dato la vita per difendere la legalità.
«La scelta che oggi annunciamo per il prossimo Giorno della Memoria - prosegue il Capo dello Stato - costituisce anche una risposta all'ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano con la sigla di una cosiddetta “Associazione dalla parte della democrazia”, per dichiarata iniziativa di un candidato alle imminenti elezioni comunali nel capoluogo lombardo»
Il presidente, come sempre, riesce in un’arte difficilissima: essere, allo stesso tempo, sobrio, caldo e chiaro.
Quel “cosiddetta” posto accanto a “Associazione dalla parte della democrazia” comunica: condanna del fatto, passione nel denunciarlo, volontà di esprimere disapprovazione in modo esplicito e definitivo.
Tutto questo nella semplice e ordinaria contrazione di “così” e “detta”.
Ieri Napolitano ha scritto una lettera a Michele Vietti, vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, per annunciare che il 9 maggio, giorno della Memoria delle vittime del terrorismo e delle stragi, sarà reso omaggio ai servitori dello Stato e ai magistrati che hanno dato la vita per difendere la legalità.
«La scelta che oggi annunciamo per il prossimo Giorno della Memoria - prosegue il Capo dello Stato - costituisce anche una risposta all'ignobile provocazione del manifesto affisso nei giorni scorsi a Milano con la sigla di una cosiddetta “Associazione dalla parte della democrazia”, per dichiarata iniziativa di un candidato alle imminenti elezioni comunali nel capoluogo lombardo»
Il presidente, come sempre, riesce in un’arte difficilissima: essere, allo stesso tempo, sobrio, caldo e chiaro.
Quel “cosiddetta” posto accanto a “Associazione dalla parte della democrazia” comunica: condanna del fatto, passione nel denunciarlo, volontà di esprimere disapprovazione in modo esplicito e definitivo.
Tutto questo nella semplice e ordinaria contrazione di “così” e “detta”.
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venerdì 18 marzo 2011
Napolitano 2: il discorso per l’Unità d’Italia è in stile risorgimentale, ma non mancano messaggi chiari e contemporanei

Essere aulici e ricercati non vuol dire essere poco chiari. Lo dimostra il presidente della repubblica con il suo raffinato discorso pronunciato ieri a Montecitorio in occasione della celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Dal raffinato eloquio di Napolitano (vedi post precedente) emergono argomentazioni precise. Ne cito alcune:
• la nascita dello Stato nazionale ha rappresento una spinta verso il progresso:
«Entrammo, così, insieme, nella modernità, rimuovendo le barriere che ci precludevano quell'ingresso.»
• il federalismo deve rafforzare l’unità italiana, non indebolirla:
«E oggi dell'unificazione celebriamo l'anniversario vedendo l'attenzione pubblica rivolta a verificare le condizioni alle quali un'evoluzione in senso federalistico - e non solo nel campo finanziario - potrà garantire maggiore autonomia e responsabilità alle istituzioni regionali e locali rinnovando e rafforzando le basi dell'unità nazionale. E' tale rafforzamento, e non il suo contrario, l'autentico fine da perseguire.»
• Il Mezzogiorno rappresenta un’opportunità per lo sviluppo del Paese:
«pesa altresì l'oscurarsi della consapevolezza delle potenzialità che il Mezzogiorno offre per un nuovo sviluppo complessivo del paese e che sarebbe fatale per tutti non saper valorizzare.»
• Non esiste futuro e progresso senza unità:
«Reggeremo - in questo gran mare aperto - alle prove che ci attendono, come abbiamo fatto in momenti cruciali del passato, perché disponiamo anche oggi di grandi riserve di risorse umane e morali. Ma ci riusciremo ad una condizione: che operi nuovamente un forte cemento nazionale unitario, non eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità.»
Bello il cemento: metafora potente!
Dal raffinato eloquio di Napolitano (vedi post precedente) emergono argomentazioni precise. Ne cito alcune:
• la nascita dello Stato nazionale ha rappresento una spinta verso il progresso:
«Entrammo, così, insieme, nella modernità, rimuovendo le barriere che ci precludevano quell'ingresso.»
• il federalismo deve rafforzare l’unità italiana, non indebolirla:
«E oggi dell'unificazione celebriamo l'anniversario vedendo l'attenzione pubblica rivolta a verificare le condizioni alle quali un'evoluzione in senso federalistico - e non solo nel campo finanziario - potrà garantire maggiore autonomia e responsabilità alle istituzioni regionali e locali rinnovando e rafforzando le basi dell'unità nazionale. E' tale rafforzamento, e non il suo contrario, l'autentico fine da perseguire.»
• Il Mezzogiorno rappresenta un’opportunità per lo sviluppo del Paese:
«pesa altresì l'oscurarsi della consapevolezza delle potenzialità che il Mezzogiorno offre per un nuovo sviluppo complessivo del paese e che sarebbe fatale per tutti non saper valorizzare.»
• Non esiste futuro e progresso senza unità:
«Reggeremo - in questo gran mare aperto - alle prove che ci attendono, come abbiamo fatto in momenti cruciali del passato, perché disponiamo anche oggi di grandi riserve di risorse umane e morali. Ma ci riusciremo ad una condizione: che operi nuovamente un forte cemento nazionale unitario, non eroso e dissolto da cieche partigianerie, da perdite diffuse del senso del limite e della responsabilità.»
Bello il cemento: metafora potente!
Napolitano 1: il discorso per l’Unità d’Italia è in stile risorgimentale

Solenne e imponente il discorso (testo) pronunciato ieri a Montecitorio dal presidente della Repubblica, in occasione della celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.
Un'oratoria che potremmo definire risorgimentale. Napolitano, nella sua allocuzione, ripercorre la storia italiana dall’unità d’Italia ai nostri giorni. Cita passi tratti dai protagonisti di quel periodo storico – come Cavour e Mazzini – il cui stile non si discosta da quello del discorso presidenziale.
È risorgimentale la scelta delle parole e la loro posizione nel periodo, con l’aggettivo posto prima del nome che costruisce un epiteto:
«luminosa evidenza»; «suprema pazienza»; «fortificanti motivi»; «generosa utopia».
È risorgimentale l’uso del passato remoto, ormai ingiustamente trascurato nel linguaggio comune e nei discorsi pubblici:
«Fu dunque la consapevolezza di basilari interessi e pressanti esigenze comuni, e fu, insieme, una possente aspirazione alla libertà e all’indipendenza, che condussero all’impegno di schiere di patrioti – aristocratici, borghesi, operai e popolani, persone colte e incolte, monarchi e repubblicani – nelle battaglie per l’unificazione nazionale.»
È risorgimentale il periodo ricco di incisi:
«Una formidabile galleria di ingegni e di personalità - quelle femminili fino a ieri non abbastanza studiate e ricordate - di uomini di pensiero e d'azione. A cominciare, s'intende, dai maggiori: si pensi, non solo a quale impronta fissata nella storia, ma a quale lascito cui attingere ancora con rinnovato fervore di studi e generale interesse, rappresentino il mito mondiale, senza eguali - che non era artificiosa leggenda - di Giuseppe Garibaldi, e le diverse, egualmente grandi eredità di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo.»
Un’oratoria antica ed elegante nella quale non mancano, però, argomentazioni straordinariamente precise e contemporanee, che troverete nel prossimo post (Napolitano 2).
Un'oratoria che potremmo definire risorgimentale. Napolitano, nella sua allocuzione, ripercorre la storia italiana dall’unità d’Italia ai nostri giorni. Cita passi tratti dai protagonisti di quel periodo storico – come Cavour e Mazzini – il cui stile non si discosta da quello del discorso presidenziale.
È risorgimentale la scelta delle parole e la loro posizione nel periodo, con l’aggettivo posto prima del nome che costruisce un epiteto:
«luminosa evidenza»; «suprema pazienza»; «fortificanti motivi»; «generosa utopia».
È risorgimentale l’uso del passato remoto, ormai ingiustamente trascurato nel linguaggio comune e nei discorsi pubblici:
«Fu dunque la consapevolezza di basilari interessi e pressanti esigenze comuni, e fu, insieme, una possente aspirazione alla libertà e all’indipendenza, che condussero all’impegno di schiere di patrioti – aristocratici, borghesi, operai e popolani, persone colte e incolte, monarchi e repubblicani – nelle battaglie per l’unificazione nazionale.»
È risorgimentale il periodo ricco di incisi:
«Una formidabile galleria di ingegni e di personalità - quelle femminili fino a ieri non abbastanza studiate e ricordate - di uomini di pensiero e d'azione. A cominciare, s'intende, dai maggiori: si pensi, non solo a quale impronta fissata nella storia, ma a quale lascito cui attingere ancora con rinnovato fervore di studi e generale interesse, rappresentino il mito mondiale, senza eguali - che non era artificiosa leggenda - di Giuseppe Garibaldi, e le diverse, egualmente grandi eredità di Cavour, di Mazzini e di Cattaneo.»
Un’oratoria antica ed elegante nella quale non mancano, però, argomentazioni straordinariamente precise e contemporanee, che troverete nel prossimo post (Napolitano 2).
sabato 19 febbraio 2011
La festa del 17 marzo e lo «spirito della decisione» di Napolitano

Il 17 marzo sarà festa nazionale. Oggi il presidente Giorgio Napolitano, in una lettera a La Repubblica, esprime la sua soddisfazione per la decisione presa dal Consiglio dei Ministri.
L’apprezzamento di Napolitano non è, tuttavia, esplicito ma è espresso con un giro di parole, il cui intento diplomatico è dichiarato.
«Ho ritenuto di dover restare - nel mio ruolo - estraneo a ogni disputa in proposito. Ma ritengo che lo spirito della decisione presa sia apprezzabile»
Non è, dunque, apprezzabile la decisione ma lo «spirito della decisione».
In questo contesto, «spirito» significa – a mio avviso - «complesso di elementi intellettuali, morali e sentimentali»*.
Dopo le lunghe e sfiancati polemiche sul 17 marzo, il Presidente ribadisce la sua posizione con un’azione chiara: la lettera a La Repubblica. Sceglie, però, un linguaggio istituzionale, super partes, direi risorgimentale, il cui fulcro è nella parola «spirito».
La diplomazia è un’arte. E il linguaggio è il suo strumento.
L’apprezzamento di Napolitano non è, tuttavia, esplicito ma è espresso con un giro di parole, il cui intento diplomatico è dichiarato.
«Ho ritenuto di dover restare - nel mio ruolo - estraneo a ogni disputa in proposito. Ma ritengo che lo spirito della decisione presa sia apprezzabile»
Non è, dunque, apprezzabile la decisione ma lo «spirito della decisione».
In questo contesto, «spirito» significa – a mio avviso - «complesso di elementi intellettuali, morali e sentimentali»*.
Dopo le lunghe e sfiancati polemiche sul 17 marzo, il Presidente ribadisce la sua posizione con un’azione chiara: la lettera a La Repubblica. Sceglie, però, un linguaggio istituzionale, super partes, direi risorgimentale, il cui fulcro è nella parola «spirito».
La diplomazia è un’arte. E il linguaggio è il suo strumento.
*G. Devoto, G. C. Oli, Nuovissimo vocabolario illustrato della lingua italiana, Selezione del Reader’s Digest.
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lunedì 3 gennaio 2011
Discorso di fine anno di Napolitano 2. Un linguaggio ufficiale con squarci di attualizzazione

Alcuni aspetti del discorso di fine anno di Napolitano sono volutamente solenni e senza tempo. Ne sono una prova gli aggettivi posti prima del nome:
«cieche trame terroristiche», «luminosi principi», «complessivo bilancio».
Ma anche parole desuete come «travaglio» per intendere «disagio»:
«Sentire l’Italia, volerla più unita e migliore, significa anche questo, sentire come proprio il travaglio di ogni sua parte, come il travaglio di ogni sua generazione, dalle più anziane alle più giovani».
Nel discorso non mancano, però, elementi di attualizzazione, come quando il presidente snocciola i dati sulla disoccupazione giovanile:
«il tasso di disoccupazione nella fascia di età tra i 15 anni e i 24 - ecco di nuovo il discorso sui giovani, nel suo aspetto più drammatico - ha raggiunto il 24,7 per cento nel paese, il 35,2 nel Mezzogiorno e ancor più tra le giovani donne».
Questo passaggio apre un'ulteriore finestra sulle emergenze dell’oggi, il cui punto culminante è una parola con un alto valore espressivo: «assillo».
«Sono dati che debbono diventare l'assillo comune della Nazione. Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l'Italia: ed è in scacco la democrazia».
«cieche trame terroristiche», «luminosi principi», «complessivo bilancio».
Ma anche parole desuete come «travaglio» per intendere «disagio»:
«Sentire l’Italia, volerla più unita e migliore, significa anche questo, sentire come proprio il travaglio di ogni sua parte, come il travaglio di ogni sua generazione, dalle più anziane alle più giovani».
Nel discorso non mancano, però, elementi di attualizzazione, come quando il presidente snocciola i dati sulla disoccupazione giovanile:
«il tasso di disoccupazione nella fascia di età tra i 15 anni e i 24 - ecco di nuovo il discorso sui giovani, nel suo aspetto più drammatico - ha raggiunto il 24,7 per cento nel paese, il 35,2 nel Mezzogiorno e ancor più tra le giovani donne».
Questo passaggio apre un'ulteriore finestra sulle emergenze dell’oggi, il cui punto culminante è una parola con un alto valore espressivo: «assillo».
«Sono dati che debbono diventare l'assillo comune della Nazione. Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l'Italia: ed è in scacco la democrazia».
Discorso di fine anno di Napolitano 1. I giovani, la ricerca del focus e il linguaggio delle istruzioni

Il discorso del 31 dicembre 2010 del presidente della Repubblica Napolitano ha un focus preciso: i giovani. Quello del 2009 era la crisi finanziaria.
In un testo, il focus è l’argomento che si vuole rimanga impresso, l’aspetto che l’oratore ha scelto di evidenziare.
Nel discorso del 2010 il focus-giovani è anche l’incipit, l’attacco, e il filo conduttore dell’intero testo.
Ecco l’incipit:
«Buonasera e buon anno a tutti voi, italiane e italiani di ogni generazione. Non vi stupirete, credo, se dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un’occupazione, cercano una strada.»
La scelta del focus è la fase più delicata nella stesura di un discorso. La “crisi da foglio bianco”, la difficoltà di incominciare a scrivere un testo, è dovuta, non di rado, al fatto che il redattore non ha le idee chiare su quale debba essere il focus. Spesso ciò accade semplicemente perché non sa quanto sia utile individuarne uno.
Torniamo al focus-giovani. La scelta di questo argomento dà calore a un discorso istituzionale e super partes come quello del Presidente.
Nel discorso del 2010 il focus-giovani è anche l’incipit, l’attacco, e il filo conduttore dell’intero testo.
Ecco l’incipit:
«Buonasera e buon anno a tutti voi, italiane e italiani di ogni generazione. Non vi stupirete, credo, se dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un’occupazione, cercano una strada.»
La scelta del focus è la fase più delicata nella stesura di un discorso. La “crisi da foglio bianco”, la difficoltà di incominciare a scrivere un testo, è dovuta, non di rado, al fatto che il redattore non ha le idee chiare su quale debba essere il focus. Spesso ciò accade semplicemente perché non sa quanto sia utile individuarne uno.
Torniamo al focus-giovani. La scelta di questo argomento dà calore a un discorso istituzionale e super partes come quello del Presidente.
In un passaggio Napolitano si rivolge ai ragazzi con un tono che definirei affettuoso e paterno, dando loro istruzioni precise sul comportamento che devono tenere nella manifestazione del proprio dissenso alla riforma dell’Università e nei confronti dello studio:
«A tutti rivolgo ancora la più netta messa in guardia contro ogni cedimento alla tentazione fuorviante e perdente del ricorso alla violenza. In particolare, poi, invito ogni ragazza e ragazzo delle nostre Università a impegnarsi fino in fondo, a compiere ogni sforzo per massimizzare il valore della propria esperienza di studio, e li invito a rendersi protagonisti, con spirito critico e seria capacità propositiva, dell’indispensabile rinnovamento dell’istituzione Università e del suo concreto modo di funzionare».
Barack Obama - con il suo esplicito stile americano - è un maestro nel dare istruzioni, nell’arte del dire con chiarezza cosa sia opportuno fare e non fare. Ecco un interessante esempio dell’8 settembre 2009, anche questo rivolto al mondo dei giovani:
«Ora, io ho fatto un sacco di discorsi sull’istruzione. E ho molto parlato di responsabilità. Della responsabilità degli insegnanti che devono motivarvi all’apprendimento e ispirarvi. Della responsabilità dei genitori che devono tenervi sulla giusta via e farvi fare i compiti e non lasciarvi passare la giornata davanti alla tv. Ho parlato della responsabilità del governo che deve fissare standard adeguati, dare sostegno agli insegnanti e togliere di mezzo le scuole che non funzionano, dove i ragazzi non hanno le opportunità che meritano. Ma alla fine noi possiamo avere gli insegnanti più appassionati, i genitori più attenti e le scuole migliori del mondo: nulla basta se voi non tenete fede alle vostre responsabilità. Andando in queste scuole ogni giorno, prestando attenzione a questi maestri, dando ascolto ai genitori, ai nonni e agli altri adulti, lavorando sodo, condizione necessaria per riuscire.
Questo è quello che voglio sottolineare oggi: la responsabilità di ciascuno di voi nella vostra educazione. Parto da quella che avete nei confronti di voi stessi. Ognuno di voi sa far bene qualcosa, ha qualcosa da offrire».
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