Nel discorso sullo Stato dell'Unione, Obama ha citato Kennedy:
"Cinquant'anni fa, John F. Kennedy ha dichiarato a questa Camera che 'la Costituzione non ci rende rivali per il potere ma alleati per il progresso.' E' il mio compito."
Testo completo
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mercoledì 13 febbraio 2013
mercoledì 12 settembre 2012
Slogan elettorali: “Forward” di Obama, “We built it” di Romney, “A time for greatness” di JF Kennedy
Gli americani sono maestri nella creazione di slogan elettorali. Quello della campagna 2012 di Obama è “Forward”.
Le giornate della convention repubblicana di Romney, invece, sono state contraddistinte da tre temi, uno al giorno:
“We believe in America ”
“We can do better”
“We built it”
Ho ritrovato un poster elettorale di Kennedy del 1960. Lo slogan ha un sapore biblico (Ecclesiaste 3):
“A time for greatness”
There is a time for everything,
and a season for every activity under the heavens:
a time to be born and a time to die,
a time to plant and a time to uproot,
a time to kill and a time to heal,
a time to tear down and a time to build,
a time to weep and a time to laugh,
a time to mourn and a time to dance […]
lunedì 7 maggio 2012
Ich bin ein Berliner. La preghiera di Kennedy per la libertà
Sono in viaggio di lavoro in giro per il Sud America e posso seguire con difficoltà i discorsi più o meno potenti di casa nostra. Ne approfitto per una pausa salutare e per rispolverare qualche super classico dell'oratoria.
La collana di Dvd "Le parole che hanno cambiato il mondo", in edicola in questi giorni con il Corriere della sera, ha riproposto il discorso pronunciato da John F. Kennedy nel giugno del 1963 a Berlino Ovest, in piena della Guerra Fredda.
Un'allocuzione passata alla storia per una frase chiave che il presidente Usa dice in tedesco, incastonandola in un discorso pronunciato in inglese:
«Ich bin ein Berliner», "Sono un berlinese".
Quanta retorica in questa fase. E di quella buona! Le arguzie linguistiche e stilistiche si sommano offrendo all'uditorio vari livelli di comprensione e coinvolgimento. Non è affatto scontato che il pubblico li individui tutti. Anzi, questo non avviene quasi mai, ciò malgrado ne riesce ad apprezzare lo spessore e la portata.
Innanzitutto Kennedy mette in campo una captatio benevolentiae. Forse banale, ma sempre un cavallo di battaglia. Noi tutti proviamo gratitudine per lo straniero che si sforza di parlare la lingua locale. Lo sanno bene le pop e le rock star che, nei concerti, cercano di pronunciare qualche frasetta nella lingua indigena. Sembra che la Pausini sia un'esperta assoluta nel campo.
Poi, il presidente Usa si sofferma sulla spiegazione del significato della frase, in puro stile divulgativo made in Usa, che mira alla comprensione anche dei più disattenti o dei più impermeabili alle profondità della lingua:
«Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum" oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner".»
In chiusura Kennedy torna sul punto, non vuole che a nessuno sfugga il concetto. Tutti, proprio tutti, devono comprendere cosa intende dire:
«Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire "Ich bin ein Berliner".»
Ecco un altro livello: essere berlinesi come metafora di libertà.
Non manca una liturgia: l'iterazione di una frase gemella, benché eterozigote, di «Ich bin ein Berliner»:
«Che vengano a Berlino.»
È la risposta ai sostenitori del comunismo, dei quali Kennedy rievoca e smonta le argomentazioni, formando quattro coppie:
Coppia uno.
«Ci sono molte persone al mondo che veramente non capiscono, o dicono di non capire, quale sia il grande elemento di differenza tra il mondo libero e quello comunista.
Che vengano a Berlino.»
Coppia due.
«Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del futuro.
Che vengano a Berlino.»
Coppia tre.
«E ce ne sono alcune che, in Europa come altrove, dicono che possiamo collaborare con i comunisti.
Che vengano a Berlino.»
Coppia quattro.
«E ce ne sono anche certe che dicono che è vero che il comunismo è un sistema malvagio, ma che permette di ottenere il progresso economico.
Che vengano a Berlino.»
È il meccanismo che coloro che vanno a messa conoscono bene: «Cristo pietà, Signore pietà».
Saluti da Bogotà.
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martedì 21 febbraio 2012
Cosa c’entra Casale Monferrato con il discorso sul Pil di Bob Kennedy
La condanna dei proprietari della multinazionale Eternit di Casale Monferrato è un simbolo, oltre a essere un atto di giustizia. Riporta alla nostra mente una verità scontata ma, al contempo, spesso tradita: la ricchezza non è solo produzione ma benessere.
Lo ha ricordato la leader della Cgil Susanna Camusso domenica sera a CheTempoCheFa, commentando l’esito del processo. Lo ricordiamo anche noi in questo blog, riportando il celebre discorso sul Pil pronunciato da Bob Kennedy all’Università del Kansas nel 1968.
Un esempio magistrale di retorica. Del discorso colpisce la costruzione. Una “frase organizzatrice” sintetizza il concetto da esprimere:
«Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo»
La frase organizzatrice viene “espansa”, illustrata attraverso i dieci periodi che seguono:
«Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.
Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini.
Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.
Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.» video
Dopo pochi mesi Bob Kennedy viene assassinato nella sala da ballo di un hotel di Los Angeles, dove stava festeggiando la vittoria alle primarie della California.
Lo ha ricordato la leader della Cgil Susanna Camusso domenica sera a CheTempoCheFa, commentando l’esito del processo. Lo ricordiamo anche noi in questo blog, riportando il celebre discorso sul Pil pronunciato da Bob Kennedy all’Università del Kansas nel 1968.
Un esempio magistrale di retorica. Del discorso colpisce la costruzione. Una “frase organizzatrice” sintetizza il concetto da esprimere:
«Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo»
La frase organizzatrice viene “espansa”, illustrata attraverso i dieci periodi che seguono:
«Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.
Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini.
Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago.
Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti.
Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro Paese.
Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.» video
Dopo pochi mesi Bob Kennedy viene assassinato nella sala da ballo di un hotel di Los Angeles, dove stava festeggiando la vittoria alle primarie della California.
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lunedì 14 marzo 2011
John Kennedy 3. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, inventare una nuova espressione per passare alla storia: la «nuova frontiera»

Arrivo al punto chiave del discorso di John Kennedy alla Convention nazionale democratica del 1960: la «nuova frontiera» (new frontier).
L’espressione è il punto culminante e il filo conduttore dell’intera allocuzione.
Con «frontiera» Kennedy fa riferimento ai pionieri americani che, nell’Ottocento, si sono spinti alla conquista dell’ovest del Paese: il Far West.
La «nuova frontiera» è quella degli anni Sessanta con le sfide della modernità: «E io vi dico che la nuova frontiera è qui, che noi la cerchiamo oppure no. Al di là si trovano i territori inesplorati della scienza e dello spazio, i problemi irrisolti della pace e della guerra, le sacche non debellate dell’ignoranza e del pregiudizio, le questioni irrisolte della povertà e della sovrapproduzione.
Sarebbe più facile ritirarsi da quella frontiera, per guardare alla sicura mediocrità del passato, per cullarci nelle buone intenzioni e nella retorica delle belle parole, e chi preferisce quella strada non dovrebbe votare per me, qualunque sia il suo partito politico.»
La strategia linguistica di attribuire una definizione originale a un concetto o a un’idea si rivela quasi sempre efficace. Tale pratica ha un interessante risvolto mediatico, perché i mezzi d’informazione sono particolarmente ricettivi nei confronti di formule e slogan e l’opinione pubblica tende a memorizzarli a farli propri.
Un esempio illustre è l’enunciazione «Una casa divisa non può stare in piedi»,
pronunciata da Abramo Lincoln nel 1858, per sostenere la necessità di unire l’America divisa dalla schiavitù.
Tornando a tempi più recenti, chi non ricorda lo «Yes we can» usato nel 2008 da Barack Obama nel corso delle primarie americane. Lo slogan ha avuto un effetto eco formidabile anche grazie will.i.am, il fondatore e produttore del gruppo pop rap Black Eyed Peas, che ne ha fatto una canzone scaricabile su youtube.com e dipdive.com.
Anche in Italia abbiamo esempi simili. Silvio Berlusconi ha lanciato lo slogan «L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio», a seguito dell’aggressione ricevuta il 13 dicembre 2010 a Milano dallo squilibrato Massimo Tartaglia. Lo slogan è diventato il titolo di un libro e il messaggio chiave della manifestazione organizzata dal Popolo della Libertà il 20 marzo a Piazza San Giovanni a Roma.
L’espressione è il punto culminante e il filo conduttore dell’intera allocuzione.
Con «frontiera» Kennedy fa riferimento ai pionieri americani che, nell’Ottocento, si sono spinti alla conquista dell’ovest del Paese: il Far West.
La «nuova frontiera» è quella degli anni Sessanta con le sfide della modernità: «E io vi dico che la nuova frontiera è qui, che noi la cerchiamo oppure no. Al di là si trovano i territori inesplorati della scienza e dello spazio, i problemi irrisolti della pace e della guerra, le sacche non debellate dell’ignoranza e del pregiudizio, le questioni irrisolte della povertà e della sovrapproduzione.
Sarebbe più facile ritirarsi da quella frontiera, per guardare alla sicura mediocrità del passato, per cullarci nelle buone intenzioni e nella retorica delle belle parole, e chi preferisce quella strada non dovrebbe votare per me, qualunque sia il suo partito politico.»
La strategia linguistica di attribuire una definizione originale a un concetto o a un’idea si rivela quasi sempre efficace. Tale pratica ha un interessante risvolto mediatico, perché i mezzi d’informazione sono particolarmente ricettivi nei confronti di formule e slogan e l’opinione pubblica tende a memorizzarli a farli propri.
Un esempio illustre è l’enunciazione «Una casa divisa non può stare in piedi»,
pronunciata da Abramo Lincoln nel 1858, per sostenere la necessità di unire l’America divisa dalla schiavitù.
Tornando a tempi più recenti, chi non ricorda lo «Yes we can» usato nel 2008 da Barack Obama nel corso delle primarie americane. Lo slogan ha avuto un effetto eco formidabile anche grazie will.i.am, il fondatore e produttore del gruppo pop rap Black Eyed Peas, che ne ha fatto una canzone scaricabile su youtube.com e dipdive.com.
Anche in Italia abbiamo esempi simili. Silvio Berlusconi ha lanciato lo slogan «L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio», a seguito dell’aggressione ricevuta il 13 dicembre 2010 a Milano dallo squilibrato Massimo Tartaglia. Lo slogan è diventato il titolo di un libro e il messaggio chiave della manifestazione organizzata dal Popolo della Libertà il 20 marzo a Piazza San Giovanni a Roma.
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John Kennedy 2. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, il futuro è un calembour

Senza esagerare: è la premessa delle premesse. Senza esagerare, dicevo, nei discorsi è possibile usare qualche gioco di parole per facilitare la memorizzazione, per dare ritmo alla frase o per colpire il pubblico con la nostra arguzia.
Nel discorso pronunciato nel 1960 da John Kennedy alla Convention nazionale democratica troviamo un passaggio che si conclude con un riuscito gioco di parole sul tema del futuro.
«Una nazione organizzata e governata come la nostra è in grado o no di durare? Questo è il dilemma sostanziale. Ne abbiamo o non ne abbiamo la volontà e la forza d’animo? Siamo o no in grado di superare un’epoca nella quale assisteremo non solo a novità rivoluzionarie nel campo degli armamenti più distruttivi, ma anche a una gara per il dominio del cielo e della pioggia, degli oceani e delle maree, delle remote profondità dello spazio e degli intimi recessi delle menti umane? Siamo davvero capaci di questo? Siamo davvero all’altezza della situazione? Siamo davvero decisi a sacrificare anche noi il presente al futuro come fanno i russi, o dobbiamo sacrificare il nostro futuro per goderci il presente?»
Ecco un gioco di parole, una sorta di calembour. J’adore.
Nel discorso pronunciato nel 1960 da John Kennedy alla Convention nazionale democratica troviamo un passaggio che si conclude con un riuscito gioco di parole sul tema del futuro.
«Una nazione organizzata e governata come la nostra è in grado o no di durare? Questo è il dilemma sostanziale. Ne abbiamo o non ne abbiamo la volontà e la forza d’animo? Siamo o no in grado di superare un’epoca nella quale assisteremo non solo a novità rivoluzionarie nel campo degli armamenti più distruttivi, ma anche a una gara per il dominio del cielo e della pioggia, degli oceani e delle maree, delle remote profondità dello spazio e degli intimi recessi delle menti umane? Siamo davvero capaci di questo? Siamo davvero all’altezza della situazione? Siamo davvero decisi a sacrificare anche noi il presente al futuro come fanno i russi, o dobbiamo sacrificare il nostro futuro per goderci il presente?»
Ecco un gioco di parole, una sorta di calembour. J’adore.
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John Kennedy 1. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, la preterizione di chi dice di non voler parlare male ma la fa

Mi tengo ancora qualche giorno fuori dalla politica nostrana per seguire le pubblicazioni de L’Espresso. Questa settimana il libretto uscito con il settimanale riporta alcuni tra i più famosi discorsi di John e Robert Kennedy.
Prendo in considerazione l’allocuzione alla Convention nazionale democratica tenuta da John Kennedy a Los Angeles nel luglio 1960. Per intenderci, è il discorso in cui l’allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti usa la ben nota espressione «nuova frontiera» (new frontier).
Tratterò la metafora «nuova frontiera» nel post John Kennedy 3, perché vorrei andare per ordine e segnalare qui un altro passaggio interessante, che è presente nello stesso discorso: una bella preterizione.
È una figura logica che permette all’oratore di fingere di voler tacere di un argomento, nel momento stesso in cui ne sta parlando.
La preterizione è presente nel linguaggio quotidiano, soprattutto quando si vuole dimostrare bontà d’animo o superiorità, senza però privarsi della soddisfazione di lanciare qualche frecciatina avvelenata. Un esempio:
«non voglio parlare di quanto sia spilorcio, incapace e puzzolente il mio collega Mario Rossi, perché sono una persona che odia i pettegolezzi».
Nel discorso alla Convention nazionale democratica, Kennedy usa una sofisticata preterizione per demolire il suo avversario Nixon e il partito repubblicano, in quel momento al potere:
«Noi tuttavia non stiamo solamente gareggiando contro il signor Nixon. Il nostro compito non è solamente quello di fare l’elenco degli insuccessi dei repubblicani. Cosa che poi non è affatto necessaria. Perché le famiglie cacciate dalle campagne sapranno per chi votare, senza che noi glielo diciamo. I minatori e gli operai tessili rimasti senza lavoro sapranno come votare. Gli anziani rimasti senza assistenza sanitaria, le famiglie senza una casa decorosa, i genitori senza possibilità di nutrire e istruire adeguatamente i loro figli, sanno tutti che è arrivato il momento di cambiare.»
Questo passaggio porta a una metafora potente, diretta conseguenza della preterizione appena citata:
«Siamo qui non per lamentarci del buio, ma per accendere la candela che ci può guidare attraverso quel buio, verso un futuro che ci veda sani e salvi.»
Prendo in considerazione l’allocuzione alla Convention nazionale democratica tenuta da John Kennedy a Los Angeles nel luglio 1960. Per intenderci, è il discorso in cui l’allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti usa la ben nota espressione «nuova frontiera» (new frontier).
Tratterò la metafora «nuova frontiera» nel post John Kennedy 3, perché vorrei andare per ordine e segnalare qui un altro passaggio interessante, che è presente nello stesso discorso: una bella preterizione.
È una figura logica che permette all’oratore di fingere di voler tacere di un argomento, nel momento stesso in cui ne sta parlando.
La preterizione è presente nel linguaggio quotidiano, soprattutto quando si vuole dimostrare bontà d’animo o superiorità, senza però privarsi della soddisfazione di lanciare qualche frecciatina avvelenata. Un esempio:
«non voglio parlare di quanto sia spilorcio, incapace e puzzolente il mio collega Mario Rossi, perché sono una persona che odia i pettegolezzi».
Nel discorso alla Convention nazionale democratica, Kennedy usa una sofisticata preterizione per demolire il suo avversario Nixon e il partito repubblicano, in quel momento al potere:
«Noi tuttavia non stiamo solamente gareggiando contro il signor Nixon. Il nostro compito non è solamente quello di fare l’elenco degli insuccessi dei repubblicani. Cosa che poi non è affatto necessaria. Perché le famiglie cacciate dalle campagne sapranno per chi votare, senza che noi glielo diciamo. I minatori e gli operai tessili rimasti senza lavoro sapranno come votare. Gli anziani rimasti senza assistenza sanitaria, le famiglie senza una casa decorosa, i genitori senza possibilità di nutrire e istruire adeguatamente i loro figli, sanno tutti che è arrivato il momento di cambiare.»
Questo passaggio porta a una metafora potente, diretta conseguenza della preterizione appena citata:
«Siamo qui non per lamentarci del buio, ma per accendere la candela che ci può guidare attraverso quel buio, verso un futuro che ci veda sani e salvi.»
mercoledì 2 marzo 2011
L'Espresso: una collana con i discorsi dei grandi
Per chi ama i grandi discorsi come me, segnalo un'interessante iniziativa de L'Espresso.
A partire dal 4 marzo, il settimanale distribuisce una collana di libri con i discorsi di grandi uomini dei nostri giorni. Tra i primi in uscita, Mandela e Kennedy.
A partire dal 4 marzo, il settimanale distribuisce una collana di libri con i discorsi di grandi uomini dei nostri giorni. Tra i primi in uscita, Mandela e Kennedy.
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