Visualizzazione post con etichetta Matteo Renzi. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Matteo Renzi. Mostra tutti i post

mercoledì 30 dicembre 2015

Il gufetto e la prosopopea di Renzi

Le vie del populismo sono infinite. Nella conferenza stampa di fine anno, Matteo Renzi ha illustrato la “storia” del 2015, mettendo in campo un gufetto parlante nel ruolo del saccente e fastidioso antagonista. Una prosopopea, una figura retorica che consiste nel far parlare esseri inanimati o animali, proprio come avviene nelle favole. Il lupo tentatore di cappuccetto rosso, il grillo so-tutto-io di Pinocchio, fino ad arrivare ai tre porcellini che disquisiscono di tecniche architettoniche.
Al di là del giudizio politico – che non è oggetto di questo blog – con il gufetto il premier ha attivato almeno tre strategie classiche del populismo: il parlare agli occhi, rappresentando con un animale portatore di sfiga l’opposizione politica; la polarizzazione, obbligando l’uditorio a una scelta forzata (o con me o contro di me); l’individuazione di un nemico, costringendo chi non è d’accordo ad assumere il ruolo dello iettatore.

Per allontanare da sé l’etichetta di “populista”, Matteo ricorre a una battuta: “politica batte populismo quattro a zero”. Excusatio non petita?

venerdì 18 dicembre 2015

La versione di Boschi


Abbiamo di fronte il prossimo premier? Forse sì. Oggi Maria Elena Boschi, nel suo discorso sulla mozione di sfiducia, ha dimostrato capacità oratoria e tenuta psicologia. Una 34enne che non si è fatta intimidire dalle difficoltà della politica.
“Dov’è il favoritismo nell’aver fatto perdere a mio padre l’incarico?” è la domanda retorica del ministro.
Ma il punto emozionale del discorso arriva con l’Erlebnis, la narrazione personale che diventa storia universale. Uno stra-classico dell’oratoria:
“Lasciatemi dire però quello che ho nel cuore: io amo mio padre e non mi vergogno a dirlo. Mio padre è una persona per bene. Io sono fiera di lui e sono fiera di essere la prima nella famiglia Boschi a essersi laureata. Lui figlio di contadini che, per andare a scuola a diplomarsi, ogni giorno faceva 5 chilometri all’andata e 5 al ritorno e quaranta minuti di treno. Questa è la storia semplice, umile, ma forte della mia famiglia.”
Poi, una versione elegante dei “gufi e rosiconi” di Renzi:
“So che fare il ministro a 34 anni può attirare invidie e maldicenze. Non mi fanno paura.”
Non stentiamo a crederlo.

Tutto sulla retorica e l'oratoria, qui: http://www.perlaretorica.it/

domenica 13 dicembre 2015

Matteo Renzi alla Leopolda: l’oratoria del bicchiere strapieno


L’oratoria di Renzi non è definibile come “quella del bicchiere mezzo pieno”, ma come “quella del bicchiere strapieno”. Dopo averlo ascoltato, ci si chiede perché passiamo le giornate a lamentarci del nostro Paese e delle sue opportunità perdute. Ostentare ottimismo è una grandissima dote in politica e, più in generale, nella leadership. Renzi lo sa bene.
Continua...
http://www.perlaretorica.it/matteo-renzi-alla-leopolda-lor…/

mercoledì 28 ottobre 2015

Ti piace vincere facile? Cita un autore della nazione che ti ospita

E’ una strategia che funziona sempre e tutti noi dovremmo ricordarlo: citare un personaggio del Paese ospitante è una captatio benevolentiae di sicura efficacia. Renzi a Bogotà, in Colombia, cita il pittore Fernando Botero e lo scrittore Gabriel García Márquez:
“Non è vero che le persone smettono di inseguire i sogni perché invecchiano, diventano vecchi perché smettono d’inseguire sogni”Qui altre citazioni di Márquez.
Il video di Renzi a Bogotà.

martedì 1 settembre 2015

Il racconto di occupazione e crescita nel video-messaggio di Renzi

Dati-sulla-crescita-Istat=video-messaggio-sui-social. È questa la grammatica della modernità. I tempi contemporanei richiedono abilità oratorie che sono spesso sottovalutate. Non certo dal premier Renzi che, sempre puntuale, risponde all’appuntamento con l’arte del dire. La diffusione dei dati Istat sul lavoro è stata oggi prontamente accompagnata da un breve discorso alla nazione.
Leggi tutto su Huffingtonpost.

lunedì 1 giugno 2015

Benvenuti nella reto-politica. Dieci strategie comunicative dei politici di oggi


Benvenuti nella reto-politica. La retorica, l'arte del dire e del ragionare, trova uno dei suoi campi di applicazione dove la ricerca continua della persuasione la rende un indispensabile ingrediente del discorso. Recentemente, a un congresso, ho incontrato un politico di lungo corso, al quale sono stata presentata come "quella appassionata di retorica". "Con me non sarà facile, io non uso mai la retorica" è stata la sua reazione. Nel suo lungo intervento, che è seguito al nostro scambio di battute, ha usato molte figure retoriche. E sono stati i passaggi con i quali ha catturato l'attenzione del pubblico. Non c'è scampo. Siamo tutti retori: consapevoli o inconsapevoli, bravi o meno bravi, onesti o disonesti. La retorica, per lungo tempo resa marginale e ridicolizzata, è il sale della parola. Non "sulla" ma "della", nel senso che ne è parte essenziale. Conoscerne le strategie aiuta a dare forza ai pensieri, da una parte; a vaccinarsi contro la manipolazione e la demagogia, dall'altra. In questo post vorrei fare il gioco di individuare dieci strategie retoriche messe in campo nel discorso politico dei nostri giorni.
Se vuoi leggere il resto, vai su l'Huffington Post.

lunedì 25 maggio 2015

Moretti-Renzi e l'inventio: la retorica on the road

Alessandra Moretti, candidata alla presidenza delle Regione Veneto, e Matteo Renzi propongono una formula di micro-reality sulle strade del Nord-Est.
Nel web, c'era da aspettarselo, piovono le critiche. Noi registriamo una nuova retorica on the road. Le vie dell'inventio sono infinite.


giovedì 14 maggio 2015

Lavagna, gessetti e figure retoriche nel videoshow di Matteo Renzi


La battaglia sulla riforma della scuola si combatte anche a colpi di figure retoriche. Matteo Renzi, in versione maestro Manzi, spiega la “buona scuola” riportandone i punti principali su una lavagna. Una lavagna vera. Niente slide, questa volta. Scelta stucchevole, quella della lavagna, ma sempre meglio del power point.
Con una sprezzatura degna di Baldassarre Castiglione, ostenta pacatezza e distacco su uno dei temi più discussi di questa legislatura. Il premier non si mostra turbato dai boicottaggi, dalle accuse e dagli “scioperoni” che hanno caratterizzato questi ultimi giorni di protesta. Ribalta il punto di vista. Il negativo diventa positivo:
“In realtà io sono proprio contento del fatto che, finalmente, la scuola sia al centro della discussione”
Segue un classico della comunicazione politica: il paradosso del comunicatore che non comunica. Insomma, la vecchia storia del ciabattino con le scarpe rotte:
“Probabilmente abbiamo sbagliato anche noi alcuni messaggi di comunicazione”
Poi, un altro classico. Un’anafora, la ripetizione di una parola all’inizio di frasi o versi successivi. La ripetizione della parola “superpotenza”, porta dritto dritto a un’inventio: l’Italia deve diventare (o tornare a essere) una superpotenza culturale. Non male.
“L’Italia non sarà mai la superpotenza demografica, la superpotenza geografica, la superpotenza diplomatica. Può essere una superpotenza culturale” (il premier si guarda bene dal menzionare la superpotenza economica).
Il dato sul Pil in cresita, invece, non viene sbandierato con fierezza, ma buttato lì come se non fosse importante. Come se non fosse un vero risultato senza la riforma della scuola.
“Oggi noi abbiamo avuto finalmente, dopo una dozzina di trimestri, il segno + al Pil: +0,3%. Ma non servirà a niente tornare a crescere nelle statistiche se non torniamo a crescere nelle scuole”
Ed eccola che arriva: la metalepsi, passaggio obbligato dello stile oratorio ispirato agli Usa. Una figura che favorisce la trasposizione dai valori generali ai fatti.
“Intendiamoci, la buona scuola c’è già in Italia. È la professoressa che, nonostante il controsoffitto o le difficoltà della banda larga, insegna ai ragazzi ad allargare il cuore con una poesia. È l’insegnante di musica che fa un’orchestra in una scuola di periferia. È la grande professionalità di chi riesce, anche in laboratori scalcinati, a far sperimentare ai ragazzi il gusto della ricerca, della curiosità”
Altra operazione oratoria magistrale di Renzi è prendere le distanze dalla parola “riforma”, che ultimamente sta assumendo un’accezione negativa. La “riforma” viene così trasformata in qualcosa che sembra innocuo: “alcuni punti”.
“Non chiamiamola ‘riforma’ che non ne possiamo più. Sono alcuni punti, concreti, puntuali, specifici di cui vorrei discutere insieme a voi.
Infine, un’enumerazione costruita secondo la sequenza soluzione–problema o problema-soluzione. Mentre parla, Renzi scrive le parola chiave sulla lavagna:
1.   Alternanza scuola-lavoro [soluzione] – come risposta alla disoccupazione giovanile [problema].
2.   Più cultura umanistica [soluzione] – come risposta all’esigenza di educare “un cittadino” non solo un lavoratore [problema].
3.   Insegnanti poco pagati [problema] -Più soldi agli insegnanti, anche sulla base del merito [soluzione], che – precisa Renzi – non è una parolaccia.
4.   Autonomia scolastica [soluzione] – come risposta alle diverse esigenze delle scuole italiane che operano in contesti molto diversi [problema]. Renzi fa l’esempio di Trieste e Scampia.
5.   Azione educativa spezzettata “tra supplenti e contro supplenti” [problema] - Assunzione di più di 100 mila insegnanti precari [soluzione].
Si può essere o non essere d’accordo con la riforma della scuola di Renzi, ma la capacità oratoria del premier è fuori discussione. E senza saper parlare, come diceva Olivier Reboul, “si destinano alla sconfitta anche le migliori cause”. La storia ci dirà se la “buona scuola” rientra tra queste.

FT

domenica 25 gennaio 2015

Stereotipo = pigrizia mentale

Il video "Italia, the extraordinary commonplace" combatte gli stereotipi sugli italiani, eterni "pizza makers". Il dizionario di #retorica ci ricorda che lo stereotipo "deriva da una sorta di pigrizia mentale che evita la ricerca espressiva, oppure è il prodotto di concezioni semplicistiche, caratterizzate da distorsione o rigidità schematica".
Insomma, chi parla per stereotipi è pigro e rigido. Sveglia!



mercoledì 14 gennaio 2015

La semplificazione: facile ma fallace


Negli ultimi giorni abbiamo assistito a una serie di semplificazioni, basate sulla tecnica sofistica della fallacia.
Gli atti di violenza e odio dei fratelli Kouachi e di Coulibaly hanno riaperto l’annoso dibattito sullo scontro di civiltà, troppo spesso basato su banalizzazioni dialetticamente efficaci ma intellettualmente rozze. Dopo i fatti di Parigi, tutti i musulmani sono potenzialmente pericolosi (potremmo dire come tutti gli italiani sono potenzialmente mafiosi). Sono argomentazioni triviali, stereotipate; eppure sembrano avere ancora il loro fascino.
Il sottinteso meccanismo fallace, quindi falsamente logico è questo:
Coulibaly è un terrorista
Coulibaly è musulmano
Quindi i musulmani sono terroristi
Dimostrando una certa ironia, il filosofo tedesco Leo Strauss ha coniato l’espressione in latino maccheronico “reductio ad Hitlerum (o reductio ad nazium). Quando il partecipante a un dibattito si trova in difficoltà, gioca la carta del nazismo, paragonando il proprio avversario a Hitler e screditando ogni suo ragionamento.
Potremmo coniare le espressioni “reductio ad Coulibalerum”. Ma anche “reductio ad mafiarum” considerando che, ieri, il discorso del premier Renzi in occasione della chiusura della presidenza italiana del semestre UE, è stato interrotto dall’insulto “mafia” da parte dei membri britannici di Ukip. Lo stesso insulto sembra sia arrivato anche dalle file dei Cinque Stelle.

venerdì 2 gennaio 2015

Fate vobis. Il discorso d'addio di Giorgio Napolitano


Ci mancherà lo stile risorgimentale di Giorgio Napolitano. L’uso dell’epiteto, il lessico desueto, l’inizio della frase con il gerundio. Un’oratoria che lo ha reso unico nel linguaggio politico contemporaneo.
Un periodare aulico che non si astiene, tuttavia, dal dare una mazzata a Salvini e ai Cinque Stelle e non manca di dimostrare in modo esplicito le personali difficoltà.
Il discorso di fine 2014 inizia con un atto linguistico puro: dare le dimissioni, un’azione che si produce attraverso le parole.
“Il messaggio augurale di fine d'anno che ormai dal 2006 rivolgo a tutti gli italiani, presenterà questa volta qualche tratto speciale e un po' diverso rispetto al passato. Innanzitutto perché le mie riflessioni avranno per destinatario anche chi presto mi succederà nelle funzioni di Presidente della Repubblica.
Funzioni che sto per lasciare, rassegnando le dimissioni: ipotesi che la Costituzione prevede espressamente.”
Segue un’ammissione della propria fragilità, che viene espressa con un registro decisamente poetico: “le incognite racchiuse dai segni dell’affaticamento”.
“[…] dico semplicemente che ho il dovere di non sottovalutare i segni dell'affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e dunque di non esitare a trarne le conseguenze.”
Il presidente affida a una preterizione l’endorsement in favore del premier Matteo Renzi.
La preterizione è una figura sofisticata: consente di affermare di evitare di parlare di qualcosa, quando, in realtà, se ne sta parlando. La preterizione di Napolitano è doppia ed è introdotta da “Non occorre che io ripeta” e da “non torno ora”. Ovviamente lo ripete e ci torna, eccome!
“Non occorre che io ripeta - l'ho fatto ancora di recente in altra pubblica occasione - le ragioni dell'importanza della riforma del Parlamento, e innanzitutto del superamento del bicameralismo paritario, nonché della revisione del rapporto tra Stato e Regioni.
Ma sul necessario più vasto programma di riforme - istituzionali e socio-economiche - messo in cantiere dal governo, sulle difficoltà politiche che ne insidiano l'attuazione, sulle possibilità di dialogo e chiarimento con forze esterne alla maggioranza di governo - anche, s'intende, e in via prioritaria, per il varo di una nuova legge elettorale - non torno ora avendovi già dedicato largamente il mio intervento, due settimane fa, all'incontro di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile.”
Segue un riferimento alla deludente economia italiana e agli sforzi ancora vani per rilanciarla. Il riferimento introduce una frecciata a Salvini e al Movimento 5 Stelle e alle loro istanze anti euro.
“Nulla di più velleitario e pericoloso può invece esservi di certi appelli al ritorno alle monete nazionali attraverso la disintegrazione dell'Euro e di ogni comune politica anti-crisi.”
Una tripletta di gerundi apre le frasi che esortano a non cadere del baratro dell’anti-politica: “guardando”, “vedendo”, “bollandola”. Ritorna alla mente: “Ma sedendo e mirando…” di Giacomo Leopardi.
“Guardando ai tratti più negativi di questo quadro, e vedendo come esso si leghi a debolezze e distorsioni antiche della nostra struttura economico-sociale e del nostro Stato, si può essere presi da un senso di sgomento al pensiero dei cambiamenti che sarebbero necessari per aprirci un futuro migliore, e si può cedere al tempo stesso alla sfiducia nella politica, bollandola in modo indiscriminato come inadeguata, inetta, degenerata in particolarismi di potere e di privilegio.
Non può, non deve essere questo l'atteggiamento diffuso nella nostra comunità nazionale.”
Ed, effettivamente, davanti alla crisi economica del nostro Paese “il cor
si spaura”.
L’intero discorso è costellato da espressioni dal sapore antico. Lo sono gli aggettivi usati in forma di epiteto e posti prima del nome: “ragionata fiducia”; “magnifico impegno”;”intangibili valori”. E lo sono anche le parole ormai desuete, soprattutto nel mondo dei media e della politica: “lena”; “cimento”.
Il discorso si conclude con l’esortazione alla palingenesi che deve seguire alla crisi economica, così come successe nell’Italia post-bellica.
“Ciascuno faccia la sua parte al meglio.”
È giusto, facciamo del nostro meglio.
Buon 2015 a tutti!

Qui il testo e il video del discorso.


domenica 23 novembre 2014

Renzi e il paradosso del comunicatore


Le impennate oratorie del premier Renzi di questi ultimi giorni rientrano nella tradizione più classica dell’arte del dire. Chi segue “Discorsi potenti” sa che questo non ha per me un’accezione negativa. Al contrario. La retorica è fatta anche di luoghi, di topos, ossia di argomentazioni ricorrenti di sicuro effetto e di facile reperimento.

È un topos la “speranza”. Lo sa bene Barack Obama, uno dei più grandi retori dei nostri giorni che, nel 2006, ne fece la sua bandiera con il libro “The Audacity of Hope. Thoughts on Reclaiming the American Dream”.

Giovedì scorso, in Emilia, Renzi si è beccato i fischi della piazza e ha reagito mettendo in campo proprio il topos della speranza:
“In piazza ci vado, i fischi me li prendo ma è giusto continuare ad affrontare i problemi provando a risolverli. Perché il nostro compito è dare una speranza, il mio obiettivo è creare posti di lavoro, non ridurli.”

Nella lettera di ieri a La Repubblica, il premier insiste su questa argomentazione:
“[…] nei comportamenti concreti, nelle scelte strategiche, il Pd sa da che parte stare. Dalla parte dei più deboli, dalla parte della speranza e della fiducia in un futuro che va costruito insieme.” (22 novembre 2014, clicca qui

Altro topos è l’atteggiamento della vittima, dell’agnus dei che si sacrifica per il bene della collettività. La politica viene presentata come atto estremo di altruismo nei confronti dei cittadini, come martirio.
“… non arretro nemmeno davanti ai fischi e agli insulti. " (22 novembre 2014, clicca qui)
Quella dell’agnus dei è una strategia retorica che troviamo anche nel Berlusconi della campagna elettorale 2013, “costretto” a partecipare per l’ennesima volta alla competizione politica:

"Io avevo già abbandonato la politica. Restavo nel mio movimento politico come padre fondatore., i ero già fatto un programma che mi attraeva moltissimo. Quello di costruire tanti ospedali per bambini nel mondo. Quello di aprire un'università dove i miei colleghi, i più importanti leader mondiali degli ultimi vent'anni, potessero direttamente insegnare ai giovani che si avviavano a essere dei politici con il senso tuttavia della politica come servizio agli altri. A insegnare a questi giovani come si governa un Paese nella democrazia e nella libertà. [...] Solo che avevamo immaginato un'apertura a marzo ma mi sa che non ce la faremo perché io mi dovrò dedicare, come mi sto dedicando, al Paese." (Servizio Pubblico, 10 gennaio 2013)
Altro argomento, altro topos per Matteo Renzi. Ancora un classico: “il paradosso del comunicatore”, la frustrazione del re dei comunicatori che non riesce a comunicare e viene, secondo lui ingiustamente, criticato per non aver fatto abbastanza. Insomma, il ciabattino con le scarpe rotte.
“Per un governo che corre come il nostro c’è il rischio di lasciare oscurate centinaia di norme importanti che vengono approvate nel silenzio” (20 novembre 2014).
Berlusconi diceva: bisogna “cantare e portare la croce” (qui la fonte).

Doppio salto mortale: il paradosso del comunicatore e la strategia dell’agnus dei. Il signor B. è ancora impareggiabile.

giovedì 30 ottobre 2014

Il dico-non dico di Pina Picierno si chiama preterizione


Le figure che permettono, allo stesso tempo, di dire e non dire sono interessanti ma non prive di conseguenze. Lo sa bene la parlamentare europea del Pd Pina Picierno che ha sollevato un polverone, dopo le sue dichiarazioni di ieri mattina ad Agorà.
La Picierno ha incautamente cercato di difendere Renzi dalle dichiarazioni della Camusso, secondo le quali il Governo sarebbe sostenuto dai poteri forti.
Lo ha fatto con una preterizione, la figura del non dire che dice: “meglio non parlare di…”, “non starò a raccontare che…”. Sono premesse che introducono un racconto dettagliato, ma permettono all’oratore di ostentare delicatezza e riserbo. Doti, che almeno in quel momento, non gli appartengono.

“Io ho molto rispetto, a differenza di altri, per le piazze e per le manifestazioni. Però mi lasci dire che sono rimasta molto turbata dal leggere le parole questa mattina di Camusso che dice a qualche giornale che Renzi, il Governo Renzi, è al Governo per i poteri forti. E, allora, io potrei ricordare diciamo che la Camusso… Io potrei dire, ma non lo farò, che la Camusso è eletta con tessere – diciamo – false e che quella piazza è stata riempita – diciamo – con pullman pagati”. 

sabato 20 settembre 2014

Renzi-Camusso: scontro con metalepsi


Lo scontro Renzi-Camusso sulla riforma del lavoro porta con sé palate di #retorica. Pane per i denti di questo blog.
Susanna Camusso accusa Renzi di essere come la Thatcher: la devastatrice per antonomasia dei posti di lavoro e delle relative tutele.
Renzi le risponde con un video (ricorda qualcuno?). Ma è diverso. Non c’è la vetusta scrivania berlusconiana. Sullo sfondo non ci sono le fotografie con le pretenziose cornici d’argento. Renzi è in piedi accanto alle bandiere dell’Italia e dell’Europa, la finestra è aperta...
Le accuse della Camusso vengono subito definite “ideologiche”. L’aggettivo acquisisce un’accezione negativa.
L’argomentazione-contro viene sostenuta da un’anafora, la ripetizione delle stesse parole in posizione inziale nel periodo. In questo caso le parole sono simili ma non identiche:
“Noi siamo preoccupati non di Margaret Thatcher […]”
“Noi, quando pensiamo al mondo del lavoro, non pensiamo a Margaret Thatcher […]”
Il cuore del ragionamento viene sostenuto da una metalepsi, una figura di senso che “facilita la trasposizione di valori in fatti” (Perelman e Tyteca).
L’”ideologia” della Camusso – i valori - si scontra con la cruda realtà – i fatti.
Ai fatti Renzi dà un nome. Nella metalepsi i fatti si chiamano Marta e Giuseppe. Chi sono? Non importa. Ma la loro rappresenta la storia di molti, moltissimi italiani.
“Noi siamo preoccupati non di Margaret Thatcher, siamo preoccupati di Marta, 28 anni che non ha la possibilità di avere il diritto alla maternità. Lei sta aspettando un bambino ma, a differenza delle sue amiche che sono dipendenti pubbliche, non ha nessuna garanzia perché in questi anni si è fatto cittadini di serie A e di serie B.
Noi, quando pensiamo al mondo del lavoro, non pensiamo a Margaret Thatcher. Pensiamo a Giuseppe che ha cinquant’anni e che non può avere la cassa integrazione […].”
Verso la conclusione del breve video-discorso. Il premier assume toni evangelici:
“Pensiamo a quelli a cui non ha pensato nessuno in questi anni.”
“Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi” (Matteo, 20, 1-16)
In conclusione un paradosso e una domanda retorica.
Il paradosso: “Sono i diritti di chi non ha diritti quelli che ci interessano.”
La domanda retorica:
“Chiedo ai sindacati dove eravate in questi anni quando si è prodotta la più grande ingiustizia che ha l’Italia? L'ingiustizia tra chi il lavoro ce l'ha e chi non ce l'ha.”

Non sappiamo se la riforma del lavoro porterà qualche risultato apprezzabile. Ovviamente lo speriamo. Ma la domanda non è oziosa.
Dove eravate?

Qui i video:
http://www.corriere.it/politica/14_settembre_19/jobs-act-camusso-vogliono-cancellare-liberta-lavoratori-2bd9c968-3ff8-11e4-a191-c743378ace99.shtml

venerdì 5 settembre 2014

Vuoi parlare il "renzese"? Ecco il generatore di annunci

Mai più senza. E' stato inventato il generatore di annunci che parla il renzese. Basta cliccare e esce una frase ottimistica, enfatica o di incoraggiamento.
Attenzione: il generatore non si prende responsabilità sui contenuti e le coperture finanziare di quanto annunciato.
Clicca qui per il tuo annuncio.



domenica 31 agosto 2014

Renzi, dal gelato-metonimia a Lady Pesc



Tutto è iniziato con un gelato. La conferenza stampa di venerdì 29 agosto, tenuta dal premier Renzi al termine del Consiglio dei Ministri, si è aperta con un carretto di gelati. Il premier ha deciso di offrire un cono ai giornalisti per fare dell’ironia sulla copertina del settimanale The Economist che ritraeva una barchetta di carta che affonda (per la precisione, la barchetta è realizzata con un euro). A bordo ci sono Matteo Renzi, Angela Merkel, François Hollande e Mario Draghi che, munito di secchio, tenta disperatamente di buttare fuori l’acqua che riempie l’imbarcazione. Il titolo recita: “The sinking feeling (again)” (30 agosto 2014).

Fin qui, niente di strano. Si sa che il settimanale britannico ha sempre un tono un po’ arcigno. Peccato che il premier italiano è l’unico, tra i tre leader europei, ad avere in mano qualcosa: un gelato. Ironia non sottile, resa grossolana dalla banalità dello stereotipo. il premier sta al gioco e tenta di ribaltare la metonimia: il gelato, simbolo dispregiativo di incoscienza, ritorna a essere il simbolo dell’eccellenza del made in Italy.
"Ho letto commenti a mio avviso fuori scala. Con una battuta ho voluto dimostrare che rispetto ai pregiudizi che l'Italia suscita dobbiamo dimostrare la realtà: il gelato artigianale è buono, non ci offendiamo per critiche perché facciamo un lavoro serio".

Ieri Sergio Marchionne dal meeting di Rimini, con il suo maglione blu anche ad agosto, sembra non aver apprezzato l’ironia renziana:
“Non sopporto più di vedere gente con gelati, barchette e cavolate. Vorrei essere orgoglioso di sentirmi italiano, poter rispondere all'appello internazionale dimostrando che siamo bravi, perché lo siamo realmente". Ma le polemiche si sono attenuate ieri sera con la nomina di Federica Mogherini a lady Pesc, alto rappresentate per la politica estera europea. “Noi siamo quelle gocce che riescono a scavare le rocce” ha commentato Matteo Renzi, facendo riferimento a una delle sue qualità universalmente riconosciute: la cocciutaggine.

Nelle conferenza stampa di venerdì ci sono stati altri passaggi degni di nota dal punto di vista della retorica.
Il primo: dal topos della velocità alla gradualità. Il premier ha lanciato un nuovo slogan: “passo dopo passo”.
Ieri Bassolino ha sottolineato via Twitter, che lo slogan era stato usato prima da lui. Ma non ha precisato il verso: avanti o indietro.
Ecco le parole di Renzi in conferenza stampa:
“Dobbiamo uscire dall’idea che basti una legge per cambiare il Paese. Non serve una legge per cambiare un Paese. Per cambiare un Paese servono le persone e serve un lavoro quotidiano, concreto, sistematico… Ecco perché passo dopo passo sarà il claim di tutti i mille giorni”.
Una sterzata nella retorica renziana, sempre orientata al topos della velocità a tutti i costi. Nasce un nuovo scenario possibile: la gradualità. Chi va piano va sano e lontano?

Il secondo: lo scenario fosco. Ai detrattori della politica degli 80 euro il premier risponde presentando lo scenario fosco delle economie che hanno puntato sulla riduzione dei salari. Una strategia argomentativa classica ed efficace.
Ho letto commenti secondo cui gli 80 euro non sono serviti a niente e vorrei dire che […] c'è proprio un disegno direi ideale, ideologico e culturale dietro gli 80 euro. C'è una parte del mondo economico che dice che dovremmo ridurre il salario dei lavoratori. Lo dicono autorevoli editorialisti, lo dicono autorevoli economisti. Ecco che nasce il modello della Spagna, poi domani del Nord Africa, poi domani dell’India, poi del Vietnam. […] Ma non è riducendo il salario del lavoratore che l'Italia uscirà dalla situazione di crisi”.

Il terzo: la preterizione sull’Europa. La preterizione è la figura del non dire che dice. La si ritrova nel linguaggio di tutti i giorni con la premessa bugiarda “meglio non parlare di…”. La premessa è bugiarda perché poi se ne parla eccome. La preterizione di Renzi riguarda il codice sugli appalti: Renzi dice non mi permetterei mai di dire”, ma si permette alla grande.
“Ci devono essere le stesse regole in Italia come in Europa. L’Italia ha il vezzo, non mi permetterei mai di dire vizio, di irrobustire, che è un modo carino, a mio giudizio di peggiorare, la normativa europea complicandola, inserendo elementi di difficoltà. Il codice degli appalti […] ha come principio che ciò che viene consentito dall’Europa è ciò che deve essere fatto in Italia. È un meccanismo in cui stavolta l’Europa ci aiuta, non ci penalizza. Siamo noi che abbiamo inserito troppe norme. E, nell’inserire troppe norme, abbiamo creato un danno economico e anche una mancanza di chiarezza. Perdonatemi ma trovo questa norma rivoluzionaria”

Il quarto: l’esempio. È una classico della didattica antica, medioevale e rinascimentale ed è una forma di argomentazione retorica. Gli esempi possono essere reali o inventati. Matteo Renzi si serve di un esempio per affrontare il tema delle intercettazioni. Con maestria oratoria, coinvolge un membro della stampa presente in sala.
“Se io prendo una tangente è giusto che io sia intercettato ma che il contenuto della mia intercettazione sia a disposizione dell’opinione pubblica, se però, nel prendere una tangente che mi dà Fabio Martini de La Stampa, si scopre che tra me e lui c’è del tenero (chiedo scusa a Fabio Martini perché è chiaramente diffamatorio nei suoi confronti), è evidente che questo elemento non può essere oggetto di discussione”.

Il quinto: ode al power point. Anche in questa occasione il premier si serve delle slide per accompagnare il suo discorso. Ogni concetto viene contraddistinto con un codice colore.
Dai gelati al power point. Berlusconi si mangia le mani. Da uno a dieci, quanto vorrebbe essere Matteo Renzi (rogne comprese)? Undici.


Guarda il video della conferenza stampa del Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, al termine del consiglio dei Ministri n.27: qui.




giovedì 3 luglio 2014

L’Europa non è solo moneta, la sineddoche di Renzi #retorica

Niente da fare, Matteo Renzi rimane un fuori classe dell’oratoria. È sicuro, parla a braccio, sottolinea quello che dice con il linguaggio del corpo. Ieri a Strasburgo, l’unica che non è riuscito a coinvolgere è stata la ministra Mogherini che gli sedeva accanto immobile come una statua di cera.
Nel suo discorso di apertura del Semestre di presidenza italiana dell’Unione Europea è riuscito a ricostruire la fierezza dell’Italia, troppo spesso considerata la cialtrona d’Europa, il Paese per il quale gli altri devono pagare i conti.
“Faremo sentire la forza di chi è un grande paese e di chi contribuisce al bilancio dell’Unione in modo maggiore di quanto incassa”
Le sue parole hanno riportato l’attenzione sui valori identitari e culturali del continente. Lo hanno fatto con una sineddoche, la sostituzione di un termine con un altro con il quale il primo ha un rapporto di vicinanza: la “moneta” per indicare gli aspetti economici.
“Ma non è semplicemente nella moneta che abbiamo in tasca il nostro destino”
Un espediente linguistico per ricordare che l’Europa non è solo conti, ragioneria, spread, ma può essere anche luogo di innovazione e crescita. Un ruolo che l’Europa ha svolto nel passato e che, oggi, sembra seppellito dall’austerità, i rantoli razzisti, l’appiattimento del discorso sulla questione euro-sì-euro-no.
L’immagine è di un continente statico e impolverato che Renzi vuole trasformare utilizzando l’antidoto del “duepuntozerese”:
“Se oggi l’Europa facesse un selfie, che immagine verrebbe fuori? Posso dirlo con estrema preoccupazione? Emergerebbe il volto della stanchezza. In alcuni casi della rassegnazione”
Renzi sottolinea anche che l’Europa non può essere un “puntino su Google map”.
E, poi, tanta cultura. Riferimenti alla nostra tradizione per mettere i puntini sulle i:
“[L’Italia] Un paese che ha dalla sua parte non soltanto la storia ma il futuro”
Ecco, allora, che il premier evidenzia come Italia e Grecia, dal quale il nostro Paese prende il testimone della Presidenza Ue, sono il luogo di nascita della civiltà occidentale. Cita Anchise ed Enea, Percicle e Cicerone, l’agora e il foro, il tempio e la chiesa, il Partenone e il Colosseo.
Ancora fierezza: due dei fanalini di coda dell’Europa hanno ancora qualcosa da insegnare.
Non manca un classico renziano. Il contrasto deciso alla cultura dei piagnoni, di quelli che aspettano e non vogliono dare nulla in cambio. Anche in questo caso il premier si avvale di un riferimento culturale: la generazione Telemaco.
“All’inizio dell’Odissea, Atena lo chiama e gli dice non penserai mica di stare qui ad attendere.”
“La nostra generazione ha il dovere di riscoprirsi Telemaco. Ha il dovere di meritare l’eredità” “Il dono dei nostri padri è una conquista da rinnovare giorno dopo giorno”

John F. Kennedy diceva: “Non chiederti cosa il tuo paese può fare per te, chiediti cosa puoi fare tu per il tuo paese”. Telemaco, datti una mossa.

giovedì 27 marzo 2014

Il vocabolario rischiatutto di Matteo Renzi

In un mese, Renzi ha usato parole che lo impegnano enormemente. Di seguito, solo alcuni tra i termini rischiatutto dei primi trenta giorni (e poco più) di governo. "Le parole sono pietre" scriveva Carlo Levi. Pietre che ipotecano il futuro del premier.
A
Auto blu. Sono il simbolo del privilegio che questo ambizioso Governo promette di combattere con mano ferma. Nella conferenza stampa del 12 marzo, Renzi ha annunciato la loro messa all'asta. Nel rilancio di un Paese dai conti disastrati, la vendita di 1.500 auto sembrerebbe marginale. Nell'oratoria renziana non lo è. Le auto blu assumono la dignità di star del discorso.
Se vuoi vedere le altre voci, vai su: http://www.huffingtonpost.it/flavia-trupia/il-vocabolario-rischiatutto-di-matteo-renzi_b_5035988.html?utm_hp_ref=italy

mercoledì 5 marzo 2014

Education, education, education: da Blair a Renzi

"Chiedetemi le tre principali priorità del Governo e vi dirò: istruzione, istruzione e istruzione." Lo diceva Tony Blair nel 1996. Lo ripete oggi Matteo Renzi.

Su Huffingtonpost, uno sguardo ai discorsi di Tony Blair sulla scuola per capire da dove prende ispirazione il nostro premier. Vai a Huffington




mercoledì 26 febbraio 2014

Renzi, il nuovo è il messaggio

Il premier Renzi ha fatto del nuovo la sua bandiera, tanto da trasformarlo in un vero e proprio topos letterario, un motivo ricorrente della sua narrazione, un cavallo di battaglia. Lo ha confermato lunedì 24 febbraio nel suo discorso al Senato e agli italiani speranzosi che il nuovo si possa tradurre ben presto in più lavoro e meno tasse.

Tutto sa di nuovo: la squadra di Governo giovane e rosa, l’atteggiamento informale delle mani in tasca ma, soprattutto, il discorso a braccio. Per la prima volta un presidente del Consiglio ha il coraggio di chiedere la fiducia basandosi solo su qualche appunto scritto a penna. Una scelta che è stata molto criticata, ma che certamente dimostra coraggio, padronanza e una prodigiosa capacità oratoria. Sì, anche gli scettici (e gli invidiosi?) lo devono ammettere. Renzi sa parlare, e di brutto.

Dopo i saluti e i ringraziamenti di rito, il premier si serve di un altro topos letterario: il sogno di un mondo migliore che resiste, malgrado siamo costretti a vivere in un tempo di “grande difficoltà, di struggenti responsabilità”.

“[…] di fronte all'ampiezza di questa sfida, abbiamo la necessità di recuperare il coraggio, il gusto e, per qualche aspetto, anche il piacere di provare a fare dei sogni più grandi rispetto a quelli che abbiamo svolto sino ad oggi e contemporaneamente accompagnarli da una concretezza puntuale, precisa.”

Non si fa aspettare il topos più importante nella retorica renziana: il nuovo. Il premier non perde occasione per sottolineare la sua giovane età, citando una canzone di Gigliola Cinquetti.

“Riflettevo stamattina sul fatto che io non ho l'età per sedere nel Senato della Repubblica. Non vorrei iniziare con una citazione colta e straordinaria della pur bravissima Gigliola Cinquetti, ma è così: non ho l'età.”

Lo stesso topos viene sottolineato anche in negativo. Il nuovo spazza via il “vecchio”. È la sua natura.

“[…] vorrei essere l'ultimo Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'Aula.”

In un discorso al Paese non può mancare una captatio benevolentiae, una strizzata d’occhio a coloro che sono fuori dall’aula, ai cittadini che hanno la netta sensazione che le decisioni vengano sempre prese sopra la loro testa, salvo poi chiedere loro di pagare il conto quando le cose vanno male. Il concetto viene supportato da una doppia paronomasia, una figura retorica che accosta parole che hanno una somiglianza fonica ma un significato diverso: mercati rionali - mercati finanziari; Paese finito – Paese infinito.

“Tuttavia, non possiamo non partire da un giudizio reale su ciò che sta fuori da queste Aule. Se in questi anni avessimo prestato ai mercati rionali lo stesso ascolto che abbiamo prestato ai mercati finanziari, ci saremmo accorti che la prima richiesta è la richiesta di semplicità, di pace, di chiarezza; è la richiesta di una tregua della politica rispetto ai cittadini. L'impressione che invece abbiamo dato è quella di un'angoscia nel rapporto tra politici e cittadini, per i quali l'idea che oggi è forte nel Paese è che l'Italia abbia già finito tutto il futuro che aveva, che l'Italia abbia esaurito le sue carte e che sia un Paese finito, più che un Paese infinito.”

Il concetto, viene supportato da un paradosso, un’affermazione contraria al senso comune: i cittadini sono “più avanti” rispetto ai politici; sono i politici a doverli rincorrere, a dover accettare di farsi condurre.

“Bene, noi abbiamo accelerato e deciso di cambiare l'impostazione del Governo nelle forze politiche che lo sostengono perché pensiamo che fuori di qui ci sia un'Italia viva, brillante e curiosa; un'Italia che, nell'aspettarci fuori da questi Palazzi, si vuole bene e che ci tiene a presentarsi bene. Un'Italia che non ci segue per un motivo: perché è avanti a noi. È avanti a noi: siamo noi a doverla rincorrere e doverla recuperare. È l'Italia che forse si sta stancando di aspettarci, e vi propongo, vi proponiamo, come Governo, di fare di tutto per raggiungerla attraverso un pacchetto di riforme che parta e consideri il semestre europeo come la principale opportunità, che affronti prima del semestre europeo le scelte legate alle politiche sul lavoro, sul fisco, sulla pubblica amministrazione, sulla giustizia, che metta al centro il valore della scuola, ma che parta naturalmente dalle riforme costituzionali, istituzionali ed elettorali, sulle quali si è registrato un accordo che va oltre la maggioranza che sostiene questo Governo, e per il quale noi non possiamo che dire che gli accordi li rispetteremo nei tempi e nelle modalità prestabilite.”

Nel discorso del premier colpisce un’ammissione. Renzi sconta pubblicamente il suo peccato originale: non avere un “chiaro mandato elettorale”.

“Avrei preferito che questo passaggio fosse stato preceduto da un chiaro mandato elettorale.”

Il discorso continua con il desiderio di manutenere una parola, ripristinando la nobiltà del suo significato. È il sostantivo “politica”. Renzi rivendica di essere a capo di un Governo politico, non tecnico.

“Non vi sorprenderà il fatto che in questo Governo sono rappresentati i segretari dei maggiori partiti, perché questo è un Governo politico e noi pensiamo che la parola "politica" non sia una parolaccia. Noi pensiamo di poter andare nelle piazze a dire che la politica che noi abbiamo in testa è reale, vera e precisa.”

Verso la conclusione, emerge un colpo da maestro: l’attacco all’Italia piagnona.
“L'idea che il futuro dell'Italia non sia quello di essere il fanalino di coda dell'Europa, che il futuro dell'Italia non sia stare a lamentarsi e piangere dalla mattina alla sera, che il futuro dell'Italia non sia semplicemente raccontarci come le cose vanno male o perché non ci fanno lavorare.”

Ricorda la geniale Lezione sul coraggio di Oscar Farinetti, amico e sostenitore di Renzi.

“Secondo me tutti noi nella vita, a parte le grandi sventure legate alla salute, abbiamo un 50% di eventi sfigati e un 50% di eventi fortunati. Il saldo è questo. Ci dividiamo in due grandi categorie: chi ricorda e memorizza le sfighe e le racconta, chi ricorda e memorizza le fortune e le racconta. Fortunatamente la maggioranza racconta le sfighe. E sapete perché? Perché si cerca consolazione e si ottiene consolazione. […] La consolazione è un appagamento interiore che diventa come una droga. […] Man mano che sei consolato diventi sempre più sfigato e racconti le tue disgrazie. […] Però, quando dobbiamo fare una società, quando dobbiamo andare in vacanza, quando dobbiamo uscire la sera a cena, quando dobbiamo sposarci, chi cerchiamo? Mica gli sfigati. Cerchiamo i fortunati. Quelli che noi riteniamo essere fortunati. Quindi conviene essere fortunati.»

Tornando al discorso di Matteo Renzi, appare con decisione un altro topos: il coraggio. Matteo ha fatto di questa virtù un suo tratto distintivo. Il 24 febbraio ha offerto il suo petto, trasformandosi in eroe: “Se perderemo questa sfida, la colpa sarà soltanto mia”. Al topos del coraggio, Renzi affida l’explicit del discorso.

“Noi abbiamo una sola occasione: è questa. E noi vi diciamo, guardandovi negli occhi, che se dovessimo perdere, non cercheremmo alibi. Se perderemo questa sfida, la colpa sarà soltanto mia. Deve finire infatti il tempo in cui chi va nei palazzi del potere, poi, tutte le volte trova una scusa. Non ci sono più alibi per nessuno e primo per me.”
“Noi siamo assolutamente certi che, mettendo tutti noi stessi in questa sfida, la possibilità di cambiare è reale, concreta e immediata, purché ciascuno di noi viva il futuro non come un'incognita e purché ciascuno di noi sappia che è il tempo del coraggio e che questo tempo del coraggio non esclude nessuno e non lascia alibi a nessuno.”


È il tempo di Matteo. Tutti noi speriamo di cuore che lo sappia usare.