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sabato 12 settembre 2015

Al centro sempre la persona, non il dio denaro. La prosopopea di Papa Francesco



Oggi papa Francesco ha incontrato nella sala Nervi in Vaticano i dipendenti e i soci della Banca di Credito Cooperativo di Roma. Ero presente per motivi di lavoro.
Ecco le frasi-slogan di Francesco.
Iniziamo dalla prosopopea del denaro che diventa essere animato, addirittura un dio:
“Al centro sempre la persona, non il dio denaro”. 
Poi un ‪‎chiasmo:
“Non deve comandare il capitale sull’uomo, ma l’uomo sul capitale.
”Tre ossimori, apparenti contraddizioni:
“Far crescere l’economia dell’onestà.”
“Partecipare alla globalizzazione della solidarietà.”
“Una banca cooperativa deve cercare di umanizzare l’economia.”
Doppio salto mortale. I tre ossimori nascondono una presupposizione. L'oratore dà per scontato che il suo punto di vista sia condiviso da tutti. In questo caso il papa dà per scontato che le parole "economia" e "globalizzazione" siano comunemente utilizzate in un'accezione negativa.
Un ‪‎explict dedicato al mondo bancario:
“Per favore, non dimenticatevi di pregare per me. Non vi chiedo soldi. Vi chiedo preghiera”.

lunedì 23 marzo 2015

Papa Francesco: il discorso della “spuzza”


Papa Francesco il 21 marzo a Scampia mette il coltello nelle piaghe della società. Lo infila nelle ferite del nostro tempo e lo gira senza pietà, in senso orario e anti-orario. Le piaghe sono i migranti trattati come “cittadini di seconda classe”, la disoccupazione che toglie la dignità ed espone alle tentazioni, la corruzione dei singoli e della cattiva politica.
Sottolinea come la vita a Napoli non sia mai stata facile, “ma però non è mai stata triste”. La scelta di essere felici è per Francesco un punto centrale, un topos della sua oratoria: “Non siate mai uomini e donne tristi!" (Omelia, XXVIII Giornata Mondiale della Gioventù, 24 marzo 2013).
Poi una bordata alle facili invettive “acchiappa consenso” contro i migranti. (Salvini e Le Pen, ce l’ha con voi ma non si vuole abbassare al livello della politica populista per dirlo esplicitamente). La bordata ha la forma della domanda retorica che introduce alla prima piaga: l’accoglienza nei confronti dei migranti.
“I migranti sono umani di seconda classe? Dobbiamo fargli sentire che sono cittadini, che sono figli di Dio, che sono migranti come noi. Perché tutti noi siamo migranti […]. Tutti siamo migranti. Figli di Dio che ci ha messo tutti in cammino. […] Tutti siamo migranti nel cammino della vita.”
Francesco passa alla seconda piaga: la disoccupazione. Il papa pone l’accento su una verità presentata nel suo terribile e drammatico splendore:
“C’è la Caritas che dà da mangiare. Ma il problema non è mangiare. Il problema più grave è non avere la possibilità di portare il pane a casa, di guadagnarlo. […] Questa mancanza di lavoro ci ruba la dignità.”
Segue una scomunica di fatto:
“600 euro al mese per 11 ore al giorno di lavoro. Questo non è umano. Questo non è cristiano. E se quello che fa questo si dice cristiano è un bugiardo.”
Infine, la potente metafora della “spuzza”. I piccoli errori nell’ottimo italiano di Bergoglio rendono il suo dire espressivo e concreto.
“Se noi chiudiamo la porta ai migranti, se noi togliamo il lavoro e la dignità alla gente. Come si chiama questo? Si chiama corruzione. Corruzione. La corruzione spuzza e la società corrotta spuzza. […] Un cristiano che lascia entrare la corruzione dentro di sé non è cristiano. Spuzza!”
La conclusione è una captatio benevolentiae. Una frase in napoletano:

“A Maronna v’accumpagni”. E ci liberi dal male, dalla disoccupazione e dalla spuzza.

domenica 1 febbraio 2015

Lo chiamavano Trinità. Mattarella presenta Renzi al Congresso della Margherita


Nel lontano 2007 (sembrano duemila anni fa), Mattarella presenta Renzi al congresso della Margherita.
Nell’incipit, Renzi si serve di un classico della retorica: l’enumerazione a tre preceduta da una frase organizzatrice contatore.
"Io vorrei semplicemente dire tre parole che vorrei fossero nella storia del Partito Democratico"
E le tre parole sono: sogno, speranza e fantasia.
Non si sa quale sia il motivo, ma il numero magico dell’enumerazione è il tre. È quello che funziona meglio. Lo sa bene papa Francesco e lo sapeva Steve Jobs, anche loro fanatici della trinità linguistica.
Gli esempi? Eccoli.
Oggi vorrei suggerirvi tre parole che possono aiutarvi nel vostro impegno
Le tre parole di Francesco sono: dialogo, discernimento, frontiera.
(Discorso del Santo padre alla Comunità degli scrittori de La Civiltà Cattolica, Sala dei Papi, 14 giugno 2013)
“Oggi voglio raccontarvi tre storie che mi appartengono. Tutto qui. Niente di particolare. Solo tre storie
La prima storia parla di unire i puntini []. La seconda storia parla d’amore e di perdita […]. La terza storia parla di morte […]
(Steve Jobs, Siate affamati, siate folli, Discorso all’Università di Stanford, 12 giugno 2005)

Ringrazio Cecilia Carpio per aver scovato questo video e averlo condiviso su Facebook.

martedì 23 dicembre 2014

Parole sul bene più prezioso della democrazia: la scuola

Tra “studia, sennò ti brucio la Play Station” e “vi prego, fatemi studiare” c’è una differenza abissale. Intendiamoci, gli studenti che non hanno voglia di applicarsi hanno le loro cattive ma stra-condivisibili ragioni. Studiare è una fatica nera e rientra nella natura umana la perenne inclinazione allo scantonamento. Un pomeriggio di studio, che per qualcuno sembra il peggiore dei destini, è un miraggio per qualcun altro. Questioni di punti di vista, di posizioni geografiche e di periodi storici. Questo post è dedicato alle parole a sostegno dello studio. Un “meglio di” sulla scuola e l’istruzione che va da Calamandrei a papa Francesco, passando per la numero uno, la vera star dei discorsi sulla scuola: la piccola-grande Malala, la ragazza che si disegnava le equazioni sulle mani con l’henné e che, pur di studiare, si è fatta sparare in testa dai talebani, sulla strada della scuola, mentre era con le sue compagne.
Pochi giorni fa, Malala Yousafzai ha vinto il premio Nobel per la pace. È rimasto storico il suo discorso all’Onu del luglio 2013. Aveva solo 16 anni.
Senza mostrare alcuna paura, Malala si prende gioco dei talebani, ironizzando sulla loro ignoranza e disarmante rozzezza. La verità è paradossale: i terroristi terrorizzano perché sono terrorizzati.
“Gli estremisti avevano e hanno paura dell’istruzione, dei libri e delle penne. […] I talebani hanno paura dei libri perché non sanno che cosa c’è scritto dentro.”
La ragazzina con il foulard rosa confetto rincara la dose, senza paura:
“I talebani pensano che Dio sia un piccolo essere conservatore che manderebbe le bambine all’inferno soltanto perché vogliono andare a scuola.” (Discorso alle Nazioni Unite, 12 luglio 2013) Video
Ma veniamo all’Italia. Il giurista Piero Calamandrei usa un paragone: la scuola è come il sangue. Un elemento essenziale dell’organo costituzionale. Senza la scuola pubblica – che deve venire prima di quella privata – non ha senso parlare di democrazia.
“Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, la Camera dei deputati, il Senato, il presidente della Repubblica, la Magistratura. Ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue.” (Discorso al Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale, Roma, 11 febbraio 1950) Testo
Sostenere la causa dell’istruzione sembra un “ti piace vincere facile” delle argomentazioni; ovviamente finché si rimane nel campo delle parole e non si sconfina in quello accidentato dei fatti o del consenso politico. Tuttavia la foga di Tony Blair nel sostenere gli investimenti nella “education”, ci fa capire che anche questa argomentazione non è poi così scontata. O, almeno, non lo era nella Gran Bretagna della fine degli anni ’90. Blair parlava di scuola utilizzando la teatrale strategia linguistica dell’iterazione:
"Chiedetemi le tre principali priorità del Governo e vi dirò: istruzione, istruzione, istruzione." (Blackpool, 1996) Video
Una strategia linguistica efficace, ripresa anche dal nostro premier Matteo Renzi nella sua Lettera aperta ai sindaci del marzo 2014.
Se, poi, al diritto allo studio non corrisponde almeno un po’ di voglia di studiare, i risultati sono deprimenti. In puro spirito pragmatico made in Usa, Barack Obama ribalta il punto di vista: cosa fai tu, studente, per meritare il diritto all’istruzione?
Il presidente americano si fa portatore di un’orrenda verità: imparare fa rima con sgobbare. E non ci sono scuse per chi non si comporta di conseguenza.
“[…] alla fine dei conti, le circostanze della vostra vita – il vostro aspetto, le vostre origini, la vostra condizione economica e familiare – non sono una scusa per trascurare i compiti o avere un atteggiamento negativo.
Non ci sono scuse per rispondere male al proprio insegnante, o saltare le lezioni, o smettere di andare a scuola. Non c’è scusa per chi non ci prova. Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando.” (Discorso agli studenti, 8 settembre 2009) Video
Ma ce n’è anche per i prof., non solo per i poveri scolari. E le mazzate arrivano da papa Francesco. Anche gli insegnanti devono fare la loro parte, per conquistarsi il rispetto dei ragazzi. I giovani hanno fiuto, hanno la capacità di riconoscere a naso un cattivo o un buon maestro. Parola di Francesco che è stato alunno, studente, insegnante e, da vescovo di Buenos Aires, ha incontrato moltissime scuole.
“Perché se un insegnante non è aperto a imparare, non è un buon insegnante, e non è nemmeno interessante; i ragazzi capiscono, hanno “fiuto”, e sono attratti dai professori che hanno un pensiero aperto, “incompiuto”, che cercano un “di più”, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti.” (Discorso al mondo della scuola italiana, Piazza San Pietro, 10 maggio 2014) Video
I discorsi sull’istruzione dovrebbero essere in grado di suggerire agli studenti una strada. Dovrebbero aiutarli a capire quello che vogliono e quello che non vogliono fare da grandi. Dovrebbero sgombrare il campo dai condizionamenti: dalla paura che infonde una società come la nostra, una repubblica fondata sull’incertezza; dalle pressioni familiari; dai giudizi a volte imperfetti degli insegnanti (sono esseri umani anche loro!); ma soprattutto da loro stessi, spesso i giudici più severi e castranti.
Steve Jobs, nel suo celebre discorso “Siate affamati, siate folli” racconta la sua storia, una storia fatta di puntini da collegare con una linea.
“Non avevo idea di cosa volevo fare della mia vita e di come il college potesse aiutarmi a capirlo. Era ovviamente impossibile unire i puntini guardando al futuro mentre ero al college […]. Ma la realizzazione era estremamente chiara, guardandola dieci anni dopo.
Ve lo ripeto, non puoi unire i puntini guardando al futuro, puoi connetterli in un disegno, solo se guardi al passato. Dovete quindi avere fiducia nel fatto che i puntini si connetteranno, in qualche modo, nel vostro futuro. Dovete avere fede in qualcosa, il vostro intuito, il destino, la vita, il karma, quello che sia. Perché credere che i puntini si uniranno strada facendo, vi darà la sicurezza di seguire il vostro cuore”. (Siate affamati, siate folli, 14 giugno 2005, Stanford) Video
Si può certamente obiettare che in un Paese come il nostro, con il 40 per cento di disoccupazione giovanile, mettersi pure a seguire il cuore rischia di sfociare nella pura demenza. Ma se ai ragazzi togliamo pure quel briciolo di passione che forse la società non è riuscita ancora a estirpare, siamo definitivamente rovinati. 

lunedì 8 dicembre 2014

"Cultura e parole", domani al Collegio Augustinianum di Milano

DOMANI ALLE 18, AL COLLEGIO AUGUSTINIANUM DELL'UNIVERSITA' CATTOLICA DI MILANO, PARLERO' DEL POTERE DELLA DELLA CULTURA
Un viaggio tra i discorsi di Malala, Papa Francesco, Hillary Clinton, Tony Blair, Piero Calamandrei. #retorica
Ecco il link.


giovedì 9 ottobre 2014

La contraccezione in Vaticano si chiama amore


Con queste parole i coniugi Arturo ed Hermelinda parlano di contraccezione, nel corso del Sinodo sulla famiglia in Vaticano.
Allargano il senso della parola “fecondo”. Vanno oltre il senso letterale, quello della riproduzione. Ripristinano il significato figurato, quindi retorico. Essere fecondi non significa solo fare figli ma anche “favorire uno svolgimento di conseguenze per lo più vantaggiose” (Devo-Oli). E l'amore ha conseguenze decisamente vantaggiose.

Al Sinodo in Vaticano si fa manutenzione delle parole.

lunedì 7 luglio 2014

La Madonna costretta a fare l'inchino al boss. Ricordiamo la scomunica di Francesco ai mafiosi

Ieri, a Oppida Mamertina in provincia di Reggio Calabria, la processione della Madonna si è fermata per rendere omaggio al boss della 'ndrangheta Beppe Mazzagatti, ergastolano agli arresti domiciliari.
Mazzagatti è stato condannato per estorsione, omicidio e associazione mafiosa.

In Molise, i detenuti del carcere di Larino si sono rifiutati di andare a messa, giudicandolo "inutile" dopo le parole di scomunica del papa del 21 giugno scorso a Cassano all'Jonio.
Ecco le parole potenti del papa.


venerdì 9 maggio 2014

"Retorica e business": presentazione giovedì 15 maggio, Bea Caffè

PRESENTAZIONE DEL LIBRO DEFINITO "LECCORNIA INTELLETTUALE, BARATTOLONE DI NUTELLA SEMANTICA" DA NOVA DE IL SOLE 24 ORE



Andrea Granelli, Flavia Trupia, Retorica e business. Intuire, ragionare, sedurre nell’era digitale, Egea (Bocconi) ed.

La presentazione si terrà al Bea Cafè giovedì 15 maggio alle 19,30 in Via Giano Parrasio 15 (traversa di viale Trastevere e proseguimento di via Ponziano).

sabato 26 aprile 2014

Wojtyla: istruzioni per parlare chiaro


 In occasione della canonizzazione di Wojtyla, riprendiamo da “Discorsi potenti” un allocuzione del papa rivolta ai ragazzi: Discorso ai giovani giunti da ogni parte del mondo per celebrare il Giubileo della Redenzione”, Roma, 14 aprile 1984.

È un discorso nel quale Giovanni Paolo II mette in guardia l’uditorio nei confronti di quello che viene definito «progresso micidiale», un’evoluzione scientifica e tecnologica cui non segue un adeguato miglioramento delle condizioni sociali e morali. In altre parole, siamo dotati di smart phone, ma rimaniamo impotenti di fronte alle migliaia di bambini mendici che popolano le nostre città. È un progresso parziale e deforme, che lascia indietro le fasce deboli della società e genera malessere e conflitto.

I giovani sono chiamati a combattere queste storture, offrendo agli adulti l’audacia e l’energia del proprio senso critico. Questo, sostiene Giovanni Paolo II, è il loro ruolo nel mondo.
L’attenzione agli “ultimi” di Wojtyla porta Mikhail Gorbaciov a dare del papa una definizione singolare: «sua Santità è la persona più a sinistra, perché nessuno parla con tanta passione e tanto dolore della povertà di quei milioni di persone che sono tagliati fuori da una vita normale» (La Storia siamo noi, 3 giugno 2007).

Wojtyla ha creduto fermamente nell’importanza del ruolo dei giovani nella società e tale convinzione lo ha portato a promuovere 19 edizioni della Giornata Mondiale della Gioventù. Iniziative che rispondono a un disegno più ampio, che delinea una nuova figura di papa: un uomo dinamico e votato al contatto con i fedeli e con il mondo, fiducioso nel futuro.

Già nel 1979 a Varsavia, Giovanni Paolo II esplicita questo proposito: «il papa non poteva più restare “prigioniero del Vaticano”. Doveva diventare nuovamente il Pietro peregrinante» (Santa messa, Omelia di Sua Santità Giovanni Paolo II, piazza della Vittoria, Varsavia, 2 giugno 1979.). Una linea che papa Francesco sta interpretando con particolare carattere e decisione.

Nel discorso ai giovani del 1984, Wojtyla esprime con chiarezza dove vuole arrivare e sottolinea i passaggi chiave autocommentandosi (metalinguistica). Esprime, cioè, esplicitamente quali sono i temi fondamentali del suo dire e su quali aspetti di esso deve concentrarsi maggiormente chi lo ascolta. È questo un espediente comunicativo utile nei discorsi che hanno una finalità didattica, ma può essere utilizzato con successo ogni qualvolta si voglia orientare l’attenzione dell’uditorio.

Nell’allocuzione ai giovani del 1984, il Papa usa la metalinguistica con precisione ritmica, esplicitando la griglia concettuale che sta seguendo: «Da un tale augurio [augurio per la Domenica della Palme] desumo l’argomento del mio discorso. Problema reale della vita è, infatti, quello di verificare, innanzitutto, quale sia il posto della gioventù nel mondo presente. Ma io preferisco, anziché parlare in astratto, rivolgermi direttamente a voi e dialogare con voi: parlerò, dunque, del vostro posto, e dirò subito che esso è garantito, vi è “riservato”, è vostro di diritto per la semplice ed elementare ragione del ricambio generazionale. Dove oggi sono gli adulti, o gli anziani, lì sarete un giorno voi stessi […]».

I temi da affrontare vengono sottolineati anche dalle domande retoriche: «E che cosa spetta a voi, cari giovani? Io direi, secondo quanto ho sopra accennato, che a voi spetta una sorta di funzione profetica: voi potete svolgere un’azione di denuncia contro i mali di oggi parlando innanzitutto contro quella diffusa “cultura di morte” che, almeno in certi contesti etnico sociali (per fortuna, non dappertutto), si rivela come un pericoloso piano inclinato di scivolamento e di rovina».

Wojtyla fornisce inoltre istruzioni precise su ciò che i giovani devono fare:
«Sta a voi, cari giovani […] offrire un personale contributo al superamento di situazioni insoddisfacenti, traendo ispirazione dalla vostra fede e forza dal vostro dinamismo. Voi lo potete fare mantenendo aperto il dialogo con gli adulti e parlando loro con franchezza, libera da ogni acrimonia: noi – direte a loro – riconosciamo e traiamo vantaggio da ciò che ci offrite; noi non vi addebitiamo i frutti e i comfort del progresso; noi non neghiamo i vostri meriti; ma vi chiediamo di poter essere al vostro fianco nell’eliminare certe storture, nel superare le perduranti ingiustizie […]. Non basta denunciare: occorre impegnarsi in prima persona».

Il mondo è una scoperta continua. Oltre alla miseria e all’ingiustizia, ospita la bellezza, la bontà, la forza. Ma bisogna saper guardare: «Se saprete guardare al mondo con gli occhi nuovi, che la fede vi dona, allora voi saprete andare incontro a esso con le mani tese in un gesto d’amore. Voi saprete scoprire in esso, in mezzo a tanta miseria e a tanta ingiustizia, presenze insospettate di bontà, affascinanti prospettive di bellezza, fondati motivi di speranza in un domani migliore». Per chi crede, gli “occhi nuovi” sono gli occhi della fede. Per chi non crede, sono quelli dell’etica o dell’onesta o dell’altruismo. L’importante è non chiudere gli occhi. Mai.


Il discorso completo lo trovi qui: http://www.retoricatiamo.it/reto-%E2%80%A2-discorsi/wojtyla-giovani/


martedì 22 aprile 2014

Recensione di "Retorica e business" su Wired

Un'altra recensione. Questa volta su Wired.
"Che cos’hanno in comune Enrico Mattei, Angela Ahrendts e Papa Francesco? L’ultimo libro di Andrea Granelli e Flavia Trupia aiuta a capire perché l’arte del dire è irrinunciabile nel mondo digitale"
Guido Romeo, Wired.
Clicca sul logo per andare all'articolo: 




domenica 6 aprile 2014

"Retorica e business", è uscito il mio nuovo libro scritto insieme ad Andrea Granelli

E' uscito il mio nuovo libro sulla retorica, scritto insieme ad Andrea Granelli.

Questa volta il tema è la retorica nel mondo aziendale.

Il titolo completo è:

Retorica e Business. Intuire, ragionare, sedurre nell’era digitale (Egea-Bocconi 2014) 

Enrico Mattei, Adriano Olivetti, Steve Jobs, Oscar Farinetti, ma anche papa Francesco, Angela Ahrendts e il consulente tipo alla McKinsey sono gli esempi che dimostrano come la retorica sia sempre attuale.

Per essere ascoltati, per essere influenti e dunque convincenti, per sopravvivere e risolvere i problemi la retorica serve.


venerdì 28 marzo 2014

Papa Francesco: c’è filippica e filippica

C’è un’arte anche nel fare la strigliata. Ieri Papa Francesco, pimpante come sempre alla messa per i parlamentari italiani delle 6 del mattino, ha dimostrato di conoscerla alla perfezione.

La traduzione dal franceschese all’italiano è: se siete corrotti – e lo sapete – non venite a messa. È inutile. I peccatori hanno qualche speranza, i corrotti no. Sono sordi dentro.

"I peccatori pentiti sono perdonati. I corrotti no, perché rifiutano di aprirsi all'amore".

"Interessi di partito, lotte interne. Le energie di chi comandava ai tempi di Gesù erano per queste cose al punto che quando il Messia si palesa ai loro occhi non lo riconoscono, anzi lo accusano di essere un guaritore della schiera di Satana".


Anche incazzarsi è un’arte.

http://www.corriere.it/cronache/14_marzo_27/papa-parlamentari-peccatori-saranno-perdonati-corrotti-no-8ab11aa4-b588-11e3-88c9-f5f1afba752a.shtml

martedì 9 luglio 2013

Dov’è tuo fratello? È morto in mare. Francesco ci ricorda che Caino siamo noi

Potente, potentissimo papa Francesco, nella omelia di Lampedusa. Potente perché ha sussurrato nell’orecchio di tutti noi: uno per uno.

Ci ha detto che non ci possiamo chiamare fuori. Che, se 20 mila persone sono morte nel Mediterraneo, è anche colpa nostra. Sì, colpa nostra. Dove eravamo? Perché non abbiamo detto niente? Perché abbiamo lasciato che succedesse? Perché?

Ma andiamo alle parole del papa. Francesco inizia con la preghiera, la più semplice, la più umile: un papa che chiede “per favore”. La scelta linguistica impone un ribaltamento dei ruoli. Non sono i fedeli a implorare il pontefice, è il contrario.

“Immigrati morti in mare […]. Non si ripeta per favore.”

Segue il saluto ai Musulmani in lampedusano: o scià, che significa “fiato mio”, “respiro mio”. Le due culture si fondono. Grazie a una frase, diventano una. Non più “noi” isolani e “loro” che fastidiosamente spuntano dal mare, ma “noi tutti”: uomini, donne e bambini del mondo.

“Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!”

Poi la bordata, resa solo un po’ meno violenta dall’uso del “noi”. Francesco non si tira fuori, include se stesso nella schiera dei peccatori:

“Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri.”

Il riferimento a Caino e Abele della Genesi è devastante. Caino non è lo straniero che viene dal mare, Caino siamo noi. E Dio, sussurrando al nostro orecchio, ci mette alla strette chiedendo a ognuno di noi dov’è finito nostro fratello.

“Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?».”

Segue una metafora tratta dalla vita quotidiana: la bolla di sapone. È apparentemente innocua, piacevole; ma introduce un’altra bordata.

“La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell'indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”

Cosa potevamo fare? Come potevamo intervenire? Ci chiediamo annichiliti. Francesco non ci lascia scampo. Potevamo esprimere il nostro solidale dolore con un atto semplice e primordiale: il pianto.

“Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del ‘patire con’: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!”

«Sono forse io il guardiano di mio fratello?» chiede Caino al Signore. La risposta è sì. Ce lo ricorda Francesco.


Testo integrale dell’Omelia di Papa Francesco a Lampedusa, 8 luglio 2013:

mercoledì 17 aprile 2013

Un mese di Francesco: habemus comunicatorem

Il "papa buonasera" è un oratore di altissimo livello: raffinato, preciso, diretto, alla portata di tutti. Un comunicatore nato. In un mese di pontificato, le sue parole hanno tracciato una linea precisa. Hanno avuto la capacità di mordere la realtà, mettendo a nudo sentimenti, paure e debolezze. Anche personali.

Se vuoi sapere tutto sullo stile di Francesco in un mese di pontificato, vai qui:
http://www.huffingtonpost.it/flavia-trupia/papa-francesco-habemus-comunicatorem_b_3090454.html