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giovedì 14 maggio 2015

Lavagna, gessetti e figure retoriche nel videoshow di Matteo Renzi


La battaglia sulla riforma della scuola si combatte anche a colpi di figure retoriche. Matteo Renzi, in versione maestro Manzi, spiega la “buona scuola” riportandone i punti principali su una lavagna. Una lavagna vera. Niente slide, questa volta. Scelta stucchevole, quella della lavagna, ma sempre meglio del power point.
Con una sprezzatura degna di Baldassarre Castiglione, ostenta pacatezza e distacco su uno dei temi più discussi di questa legislatura. Il premier non si mostra turbato dai boicottaggi, dalle accuse e dagli “scioperoni” che hanno caratterizzato questi ultimi giorni di protesta. Ribalta il punto di vista. Il negativo diventa positivo:
“In realtà io sono proprio contento del fatto che, finalmente, la scuola sia al centro della discussione”
Segue un classico della comunicazione politica: il paradosso del comunicatore che non comunica. Insomma, la vecchia storia del ciabattino con le scarpe rotte:
“Probabilmente abbiamo sbagliato anche noi alcuni messaggi di comunicazione”
Poi, un altro classico. Un’anafora, la ripetizione di una parola all’inizio di frasi o versi successivi. La ripetizione della parola “superpotenza”, porta dritto dritto a un’inventio: l’Italia deve diventare (o tornare a essere) una superpotenza culturale. Non male.
“L’Italia non sarà mai la superpotenza demografica, la superpotenza geografica, la superpotenza diplomatica. Può essere una superpotenza culturale” (il premier si guarda bene dal menzionare la superpotenza economica).
Il dato sul Pil in cresita, invece, non viene sbandierato con fierezza, ma buttato lì come se non fosse importante. Come se non fosse un vero risultato senza la riforma della scuola.
“Oggi noi abbiamo avuto finalmente, dopo una dozzina di trimestri, il segno + al Pil: +0,3%. Ma non servirà a niente tornare a crescere nelle statistiche se non torniamo a crescere nelle scuole”
Ed eccola che arriva: la metalepsi, passaggio obbligato dello stile oratorio ispirato agli Usa. Una figura che favorisce la trasposizione dai valori generali ai fatti.
“Intendiamoci, la buona scuola c’è già in Italia. È la professoressa che, nonostante il controsoffitto o le difficoltà della banda larga, insegna ai ragazzi ad allargare il cuore con una poesia. È l’insegnante di musica che fa un’orchestra in una scuola di periferia. È la grande professionalità di chi riesce, anche in laboratori scalcinati, a far sperimentare ai ragazzi il gusto della ricerca, della curiosità”
Altra operazione oratoria magistrale di Renzi è prendere le distanze dalla parola “riforma”, che ultimamente sta assumendo un’accezione negativa. La “riforma” viene così trasformata in qualcosa che sembra innocuo: “alcuni punti”.
“Non chiamiamola ‘riforma’ che non ne possiamo più. Sono alcuni punti, concreti, puntuali, specifici di cui vorrei discutere insieme a voi.
Infine, un’enumerazione costruita secondo la sequenza soluzione–problema o problema-soluzione. Mentre parla, Renzi scrive le parola chiave sulla lavagna:
1.   Alternanza scuola-lavoro [soluzione] – come risposta alla disoccupazione giovanile [problema].
2.   Più cultura umanistica [soluzione] – come risposta all’esigenza di educare “un cittadino” non solo un lavoratore [problema].
3.   Insegnanti poco pagati [problema] -Più soldi agli insegnanti, anche sulla base del merito [soluzione], che – precisa Renzi – non è una parolaccia.
4.   Autonomia scolastica [soluzione] – come risposta alle diverse esigenze delle scuole italiane che operano in contesti molto diversi [problema]. Renzi fa l’esempio di Trieste e Scampia.
5.   Azione educativa spezzettata “tra supplenti e contro supplenti” [problema] - Assunzione di più di 100 mila insegnanti precari [soluzione].
Si può essere o non essere d’accordo con la riforma della scuola di Renzi, ma la capacità oratoria del premier è fuori discussione. E senza saper parlare, come diceva Olivier Reboul, “si destinano alla sconfitta anche le migliori cause”. La storia ci dirà se la “buona scuola” rientra tra queste.

FT

mercoledì 4 febbraio 2015

Anafore presidenziali: il Mattarella style

Se lo stile si vede dal mattino, la nuova presidenza della Repubblica sarà caratterizzata dall'anafora. Sergio Mattarella, nel discorso pronunciato martedì 3 gennaio, ha fatto largo uso di questa figura retorica che consiste nel ripetere una parola o un gruppo di parole all'inizio di frasi successive. "Per me si va nella città dolente,/ per me si va nell'eterno dolore,/ per me si va tra la perduta gente", per intendersi.
Ci mancherà un po' lo stile risorgimentale di Giorgio Napolitano - l'uso dell'epiteto, il lessico desueto, l'inizio della frase con il gerundio - ma siamo pronti per entrare nel settennato dell'anafora.
Leggi tutto su Huffigtonpost.

venerdì 2 gennaio 2015

Fate vobis. Il discorso d'addio di Giorgio Napolitano


Ci mancherà lo stile risorgimentale di Giorgio Napolitano. L’uso dell’epiteto, il lessico desueto, l’inizio della frase con il gerundio. Un’oratoria che lo ha reso unico nel linguaggio politico contemporaneo.
Un periodare aulico che non si astiene, tuttavia, dal dare una mazzata a Salvini e ai Cinque Stelle e non manca di dimostrare in modo esplicito le personali difficoltà.
Il discorso di fine 2014 inizia con un atto linguistico puro: dare le dimissioni, un’azione che si produce attraverso le parole.
“Il messaggio augurale di fine d'anno che ormai dal 2006 rivolgo a tutti gli italiani, presenterà questa volta qualche tratto speciale e un po' diverso rispetto al passato. Innanzitutto perché le mie riflessioni avranno per destinatario anche chi presto mi succederà nelle funzioni di Presidente della Repubblica.
Funzioni che sto per lasciare, rassegnando le dimissioni: ipotesi che la Costituzione prevede espressamente.”
Segue un’ammissione della propria fragilità, che viene espressa con un registro decisamente poetico: “le incognite racchiuse dai segni dell’affaticamento”.
“[…] dico semplicemente che ho il dovere di non sottovalutare i segni dell'affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e dunque di non esitare a trarne le conseguenze.”
Il presidente affida a una preterizione l’endorsement in favore del premier Matteo Renzi.
La preterizione è una figura sofisticata: consente di affermare di evitare di parlare di qualcosa, quando, in realtà, se ne sta parlando. La preterizione di Napolitano è doppia ed è introdotta da “Non occorre che io ripeta” e da “non torno ora”. Ovviamente lo ripete e ci torna, eccome!
“Non occorre che io ripeta - l'ho fatto ancora di recente in altra pubblica occasione - le ragioni dell'importanza della riforma del Parlamento, e innanzitutto del superamento del bicameralismo paritario, nonché della revisione del rapporto tra Stato e Regioni.
Ma sul necessario più vasto programma di riforme - istituzionali e socio-economiche - messo in cantiere dal governo, sulle difficoltà politiche che ne insidiano l'attuazione, sulle possibilità di dialogo e chiarimento con forze esterne alla maggioranza di governo - anche, s'intende, e in via prioritaria, per il varo di una nuova legge elettorale - non torno ora avendovi già dedicato largamente il mio intervento, due settimane fa, all'incontro di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile.”
Segue un riferimento alla deludente economia italiana e agli sforzi ancora vani per rilanciarla. Il riferimento introduce una frecciata a Salvini e al Movimento 5 Stelle e alle loro istanze anti euro.
“Nulla di più velleitario e pericoloso può invece esservi di certi appelli al ritorno alle monete nazionali attraverso la disintegrazione dell'Euro e di ogni comune politica anti-crisi.”
Una tripletta di gerundi apre le frasi che esortano a non cadere del baratro dell’anti-politica: “guardando”, “vedendo”, “bollandola”. Ritorna alla mente: “Ma sedendo e mirando…” di Giacomo Leopardi.
“Guardando ai tratti più negativi di questo quadro, e vedendo come esso si leghi a debolezze e distorsioni antiche della nostra struttura economico-sociale e del nostro Stato, si può essere presi da un senso di sgomento al pensiero dei cambiamenti che sarebbero necessari per aprirci un futuro migliore, e si può cedere al tempo stesso alla sfiducia nella politica, bollandola in modo indiscriminato come inadeguata, inetta, degenerata in particolarismi di potere e di privilegio.
Non può, non deve essere questo l'atteggiamento diffuso nella nostra comunità nazionale.”
Ed, effettivamente, davanti alla crisi economica del nostro Paese “il cor
si spaura”.
L’intero discorso è costellato da espressioni dal sapore antico. Lo sono gli aggettivi usati in forma di epiteto e posti prima del nome: “ragionata fiducia”; “magnifico impegno”;”intangibili valori”. E lo sono anche le parole ormai desuete, soprattutto nel mondo dei media e della politica: “lena”; “cimento”.
Il discorso si conclude con l’esortazione alla palingenesi che deve seguire alla crisi economica, così come successe nell’Italia post-bellica.
“Ciascuno faccia la sua parte al meglio.”
È giusto, facciamo del nostro meglio.
Buon 2015 a tutti!

Qui il testo e il video del discorso.


lunedì 29 dicembre 2014

Aung San Suu Kyi agli studenti

Nel 1988 Aung San Suu Kyi pronuncia un discorso che segna l'inizio della sua infaticabile battaglia contro il regime militare birmano. E' la figlia dell'eroe nazionale Aung San, ma gli studenti non si fidano completamente di lei. Li deve rassicurare.

domenica 12 ottobre 2014

Le parole tribali del paninaro Doc

"Cuccare", "Cuccador", "essere fuori di melone": ve li ricordate i Paninari? Quelli che frequentavano le "isole Lampados" con la cinta El Charro e i primi scomodissimi  jeans con i bottoncini?
La neolingua anni '80 era potente perché escludeva chi non la parlava.
Oltre a vestirti come gli altri, dovevi parlare come gli altri.
Niente di strano, però. Ogni gruppo ha le sue regole e la sua lingua.
Qui un video in cui Renzo Arbore e il lookologo Roberto D'Agostino intervistano il paninaro Doc.


sabato 11 ottobre 2014

Malala: è nobel. Il discorso all'Onu

In occasione del Nobel a Malala, ripropongo il post dello scorso anno sul suo discorso all'Onu.

Qui


venerdì 5 settembre 2014

Vuoi parlare il "renzese"? Ecco il generatore di annunci

Mai più senza. E' stato inventato il generatore di annunci che parla il renzese. Basta cliccare e esce una frase ottimistica, enfatica o di incoraggiamento.
Attenzione: il generatore non si prende responsabilità sui contenuti e le coperture finanziare di quanto annunciato.
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mercoledì 20 agosto 2014

Quel terribile pomeriggio. Saragat commenta il discorso di De Gasperi a Parigi


Ricordiamo ancora una volta Alcide De Gasperi, morto sessant'anni fa, attraverso il suo discorso alla Conferenza di Pace di Parigi del 1946. De Gasperi rappresentava un Paese nemico e il Trattato di Pace prevedeva sanzioni molto aspre per i Paesi sconfitti come l’Italia.

L'incipit del discorso è una delle più sofisticate excusatio propter infirmitatem, l'oratore si scusa per essere in difficoltà nell'affrontare il proprio compito. La conferenza di Parigi fece conquistare all'Italia una rinnovata credibilità internazionale. 

Ecco il commento di Saragat, membro della delegazione italiana:
«mi par di rivivere quel terribile pomeriggio del 10 agosto 1946 […]. Per non contaminare con la nostra presenza gli sguardi dei delegati […] ci fecero entrare nella grande sala affollata da una porticina che immetteva nell’ultima fila dei seggi in alto: non vedevamo che schiere di gente silenziosa» (Craveri, 2006).

Questo è il commento di Byrnes, segretario di stato americano:
«Il primo ministro italiano parlò con tatto, ma con dignità e coraggio. Quando lasciò il rostro per tornare al posto assegnatogli nell’ultima fila, scese nella navata centrale della sala silenziosa, passando accanto a molte persone che lo conoscevano. Nessuno gli parlò. La cosa mi fece impressione; mi sembrava inutilmente crudele […]. Così quando passò davanti alla delegazione degli Stati Uniti, gli tesi la mano e gliela strinsi […]. Volevo fare coraggio a quest’uomo che aveva sofferto nelle mani di Mussolini, e ora stava soffrendo nelle mani delle Nazioni alleate» (Byrnes, 1948).


giovedì 24 luglio 2014

Luigi Cesaro detto Giggino a’ Purpetta, quel politichese che non ti salva #retorica

Secondo le ultime notizie di cronaca, Cesaro deve difendersi dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa e turbativa d'asta. Ma dovrebbe difendersi anche dal politichese spinto. Ecco un discorso di qualche tempo fa che dice per non dire. Tra i classici per gettare fumo negli occhi, l'evocazione delle difficoltà del contesto e l’accumulazione delle professioni necessarie per comprenderlo.
“Napoli è una metropoli particolare, che in alcune occasioni ho anche definito estrema, riferendomi ad alcune sue caratteristiche decisamente uniche. La nostra è l’area italiana urbana con maggiore densità abitativa, che si sviluppa su un territorio su cui insistono ben due aree vulcaniche. Urbanisti, economisti, ingegneri ed architetti qui trovano un banco di prova duro ed estremo per le loro teorie e i loro studi. Chi più di noi aveva le caratteristiche più idonee per ospitare la sesta edizione del uorror urban forum?”.

Autisti, fuochisti, macchinisti, scambisti, lampisti, gente di fatica, facchini... diceva Totò. 


Ps
Lasciamo perdere la pronuncia inglese del World Urban Forum, perché la critica sarebbe troppo facile.

Guarda il video:

https://www.youtube.com/watch?v=wpKxLpD3s5g

martedì 15 luglio 2014

Discorsi potenti delle donne: Eleanor Roosvelt

Anna Eleanor Roosevelt (New York, 11 ottobre 1884 – New York, 7 novembre 1962). E' stata first lady dal 1933 al 1937, come moglie del presidente Franklin Delano Roosevelt. Si è impegnata nella tutela dei diritti civili e delle donne. Ebbe un ruolo nella creazione delle Nazioni Unite.



mercoledì 2 luglio 2014

Grillo e la fallacia dei soldi europei alla mafia


I discorsi pubblici sono ricchi di fallacie, errori nel ragionamento che vengono messi in campo per produrre un effetto persuasivo.
Non dobbiamo gridare allo scandalo perché è assolutamente normale. Non solo in politica, ma anche sul lavoro e in famiglia. Tutti noi siamo produttori consapevoli o inconsapevoli di fallacie. Quante volte abbiamo sentito dire (o abbiamo detto) a un figlio: “Zitto tu, che non ti sei rifatto neanche il letto questa mattina!”. Naturalmente la mancata attenzione all’ordine non è di per sé una prova che il diretto interessato non abbia qualcosa di importante da dire.
Beppe Grillo è il re della fallacia. Ieri a Bruxelles non ha voluto farsi rubare la scena dall’euroscettico Nigel Farage che aveva platealmente voltato le spalle ai musicisti che eseguivano l’Inno alla gioia di Beethoven, in occasione dell’inaugurazione dell’ottava legislatura del Parlamento Europeo.
“L’inno alla gioia è stato usato da Hitler e dai più grandi killer della storia.
I logici che studiano le fallacie la chiamano generalizzazione indebita: si trae una conclusione generale, considerando solo casi particolari.
Un’altra generalizzazione indebita:
“Io sono venuto qui a guardare i conti e a dire di non dare più i soldi all’Italia perché scompaiono in tre regioni: Sicilia, Calabria e Campania. Dove ci sono la mafia, la `ndrangheta e la camorra”.
Il fatto che parte dei soldi Ue siano stati intercettati dalla mafie non significa che debbano essere tolti all’Italia, negando ai tanti cittadini onesti il sacrosanto diritto di usufruirne.

Uscendo dal campo della logica, più che una fallacia la chiamerei una “zappata sui piedi” degli italiani. Non ce la meritiamo. 

lunedì 30 giugno 2014

Ich bin ein Berliner #retorica


"Ich bin ein Berliner" è la frase pronunciata da John F. Kennedy il 26 giugno 1963 davanti al muro di Berlino. Il presidente, in visita ufficiale nella Germania Ovest, offriva il sostegno degli Stati Uniti per la creazione di un unico stato libero.
Il discorso: http://www.retoricatiamo.it/reto-%E2%80%A2-discorsi/#k

domenica 27 aprile 2014

Per i fan del congiuntivo. Papa Giovanni XIII ci dimostra che si comunica alla grande anche senza



“Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: 'Questa è la carezza del Papa'. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto.”
Il Discorso alla Luna di Papa Roncalli è stato rivoluzionario per la sua epoca. Un discorso a braccio pronunciato al termine della giornata di apertura del Concilio Vaticano II a Roma nel 1962.
Nel discorso, il papa sbaglia un congiuntivo. I puristi inorridiscono quando l’eloquio inciampa sulla grammatica. Io sono convinta che non sia un problema. Anche perché i congiuntivi li sbagliamo tutti.
La grammatica è importante, ma la lingua è fatta per comunicare. Dopo aver letto e ascoltato migliaia di discorsi, penso di poter dire che il bravo oratore non è quello che non ha incertezze, che non sbaglia mai. Il bravo oratore è quello che riesce ad attingere al suo vissuto e a restituirlo al mondo attraverso le parole. Poi, se ci mette un po’ di tecnica - un po’ di retorica, intendo – le parole volano e l’uditorio vola con loro.
Ecco il salto del congiuntivo di Roncalli:
“Si direbbe che persino la Luna si è affrettata stasera. Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo, Noi chiudiamo una grande giornata di pace. Sì, di pace: Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà.”
Ode alla s-grammatica.

Guarda il video: https://www.youtube.com/watch?v=QoShzJiwop4 

Testo completo:
Papa Giovanni XIII, Discorso alla Luna, Roma, 11 ottobre 1962

Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una sola, ma riassume tutte le voci del mondo. E qui di fatto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la Luna si è affrettata stasera. Osservatela in alto, a guardare questo spettacolo, Noi chiudiamo una grande giornata di pace. Sì, di pace: Gloria a Dio, e pace agli uomini di buona volontà.
Se domandassi, se potessi chiedere ora a ciascuno: voi da che parte venite? I figli di Roma, che sono qui specialmente rappresentati, risponderebbero: ah, noi siamo i figli più vicini, e voi siete il nostro vescovo. Ebbene, figlioli di Roma, voi sentite veramente di rappresentare la Roma caput mundi, la capitale del mondo, così come per disegno della Provvidenza è stata chiamata ad essere attraverso i secoli.
La mia persona conta niente: è un fratello che parla a voi, un fratello divenuto padre per volontà di Nostro Signore. Continuiamo dunque a volerci bene, a volerci bene così; guardandoci così nell’incontro: cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà.
Tornando a casa, troverete i bambini. Date loro una carezza e dite: “Questa è la carezza del Papa”. Troverete forse qualche lacrima da asciugare. Abbiate per chi soffre una parola di conforto. Sappiano gli afflitti che il Papa è con i suoi figli specie nelle ore della mestizia e dell’amarezza. E poi tutti insieme ci animiamo: cantando, sospirando, piangendo, ma sempre pieni di fiducia nel Cristo che ci aiuta e che ci ascolta, continuiamo a riprendere il nostro cammino. Addio, figlioli. Alla benedizione aggiungo l’augurio della buona notte.


giovedì 13 febbraio 2014

Enrico Letta a Palazzo Chigi: quel “non detto” anti Renzi

Il fuoco peggiore è il fuoco amico. Enrico Letta, ieri a Palazzo Chigi, ha dimostrato di voler lottare fino all’ultimo contro il nemico interno Matteo Renzi.

Prima, con un eufemismo, ha definito “franco e sincero” l’incontro con il suo antagonista nel quale, presumibilmente, ci sarà stata una tensione da tagliare con il coltello.

Poi, a Palazzo Chigi, ha portato la sua argomentazione chiave: la schiettezza sulle proprie mire come forma di rispetto nei confronti delle Istituzioni. Il presupposto implicito, il non detto, è: chi trama non ha rispetto per le Istituzioni e per il Paese, non vi fidate. Ora frega me, domani toccherà a voi.
“Ieri sera mi hanno chiamato diversi vostri colleghi [giornalisti] per chiedere… Giravano voci di… Ma le dimissioni non si danno per dicerie, per manovre di Palazzo, perché un retroscena dice questo. Io penso che il rispetto nei confronti delle istituzioni voglia dire che ognuno debba pronunciarsi esplicitamente. Ognuno deve dire che cosa vuol fare. Mi verrebbe da dire soprattutto chi vuole venire qui al posto mio deve dire che cosa vuol fare. […] Ognuno di noi deve giocare assolutamente a carte scoperte.”

Il premier ha anche ostentato il distacco di chi ha giocato la sua partita con correttezza. Anche in questo caso c’è una presupposizione, un non detto: Renzi, l’antagonista, non dimostrato lealtà. Il concetto viene tradotto con un linguaggio tipico della generazione dei quarantenni, condendosi con “hashtag” e “Zen”.
“L'hashtag potrebbe essere 'IoSonoSereno, anzi zen' mi verrebbe da dire. Se mi andasse male questa vicenda penso che potrei andare in qualsiasi posto a insegnare pratiche zen".


Letta continuerà con lo stile del non detto? Aspettiamo gli sviluppi in streaming

domenica 8 dicembre 2013

Violenza, comunismo e discriminazione: la versione di Nelson Mandela

Madiba ci ha lasciato, ma le sue parole sono ancora tra noi. Discorsi Potenti lo ricorda con l’allocuzione del processo di Rivonia, tenuta il 20 aprile 1964.
Mandela è in carcere e, insieme al gruppo dirigente dell’African National Congress, viene accusato di sovversione e terrorismo. Si difende con un discorso della durata di quattro ore.
Sono tre i temi chiave dell’allocuzione: le motivazioni che hanno portato l’African National Congress a ricorrere alla violenza nella lotta contro l’Apartheid, il rifiuto dell’accusa di comunismo, la condanna alla discriminazione nei confronti della popolazione nera del Sudafrica.
Mandela conduce con pacatezza il ragionamento.
Il primo tema è certamente il più spinoso per un leader politico che intende essere anche una guida morale del suo Paese. Il ricorso alla violenza come forma di lotta viene supportata da un’argomentazione che intende condurre chi ascolta a considerare il sabotaggio e la guerriglia mali minori per evitare il terrorismo.
“Noi dell’ANC [African National Congress] abbiamo sempre sostenuto l’idea di una democrazia non razziale e ci siamo astenuti da qualsiasi azione che potesse creare tra le nostre razze una distanza ancor più grande di quella già esistente. […] Quando alcuni di noi discussero la questione nel maggio e nel giugno del 1961, fu impossibile negare che la nostra politica volta al raggiungimento di uno Stato non razziale attraverso la non violenza non avesse portato a niente, e che i nostri sostenitori iniziavano a perdere fiducia in questa linea politica e stavano elaborando allarmanti idee terroristiche.”
“Dopo una lunga e tormentata valutazione della situazione sudafricana, io e alcuni colleghi giungemmo alla conclusione che, poiché la violenza nel Paese era ormai inevitabile, sarebbe stato irrealistico e sbagliato per i leader africani continuare a predicare la pace e la non violenza in un momento in cui il governo rispondeva con la forza alle nostre richieste pacifiche. […] Nel manifesto dell’Umkhonto [ala militare dell’ANC], pubblicato il 16 dicembre 1961, dichiaravamo:
«Nella vita di ogni nazione c’è un momento in cui rimangono soltanto due alternative: sottomettersi o lottare»”

Per il secondo tema, il rifiuto dell’accusa di comunismo, Mandela ricorre a un paragone che lascia poco spazio alla replica.
“Un’altra accusa avanzata dal pubblico ministero è che gli obiettivi e gli scopi dell’ANC fossero gli stessi del Partito Comunista. […] In nessun momento della sua storia l’ANC ha sostenuto la necessità di un cambiamento rivoluzionario nella struttura economica del Paese, né, a quanto ricordi, ha mai condannato la società capitalista. […]
È vero che c’è stata spesso una stretta collaborazione tra ANC e Partito Comunista, ma tale collaborazione è semplicemente la prova di un obiettivo comune, in questo caso l’abolizione della supremazia dei bianchi, e non di una totale comunione di interessi.
Ecco che arriva il paragone.
“La storia mondiale è piena di esempi analoghi. Forse il più eclatante è quello della collaborazione tra Gran Bretagna, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica nella lotta contro Hitler. Nessuno, eccetto Hitler, avrebbe osato insinuare che tale collaborazione rendesse Churchill o Roosvelt dei comunisti o degli strumenti del comunismo, né che la Gran Bretagna e l’America si stessero adoperando per creare un mondo comunista.”

Il discorso al processo di Rivonia è per Mandela anche un’occasione per sottolineare l’assurdità della discriminazione. Per farlo usa l’espediente retorico dell’esempio.
“Ogni volta che c’è da trasportare o da pulire qualcosa, l’uomo bianco si guarda intorno in cerca di un africano che lo faccia al posto suo, indipendentemente dal fatto che questi sia al suo servizio oppure no. […] I bianchi tendono a considerare gli africani come appartenenti a una specie diversa. Non li vedono come persone che hanno una famiglia, non si rendono conto che provano emozioni, che si innamorano proprio come i bianchi, che desiderano stare con la moglie e i figli proprio come i bianchi, che vogliono guadagnare abbastanza da mantenere adeguatamente la loro famiglia, da nutrire i figli, vestirli e mandarli a scuola.”
I neri di Mandela avevano diritto alla loro “fetta di Sudafrica”. Le sue parole ci ricordano come tutti, anche gli ultimi, abbiamo diritto alla loro fetta di mondo.
http://www.youtube.com/watch?v=-CNewYDzeDg

giovedì 14 novembre 2013

Olivetti e Jobs: parlare futuro

Adriano Olivetti e Steve Jobs sono stati due sognatori che hanno avuto la capacità di condividere le proprie visioni attraverso gli oggetti che hanno prodotto e le parole che hanno pronunciato. Hanno sfatato quel falso mito che vuole che affabulatori, narratori e retori siano cialtroni buoni a nulla.

Non è così: gli affabulatori, i narratori e i retori possono far crescere la produttività del 500% in poco più di dieci anni come ha fatto Olivetti o trasformare il silicio in life style come Jobs.

Se vuoi sapere come parlavano Olivetti e Jobs, vai su Huffingtonpost
:
http://www.huffingtonpost.it/flavia-trupia/olivetti-e-jobs-parlare-futuro_b_4271574.html