Il confronto-scontro tra le decision maker del lavoro ci fa assistere alla messa in campo di tre strategie argomentative.
La posta in gioco è la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che vieta in licenziamento non motivato da una giusta causa.
Susanna Camusso esprime il suo dissenso:
«dicono riforma del lavoro, in realtà sono licenziamenti facili».
Mette, poi, in discussione l’iniziativa del ministro Elsa Fornero minandone la credibilità. Lo fa trasformando in un punto di debolezza un aspetto che oggi, nel sentire comune, è considerato un punto di forza: essere parte di un governo tecnico di professori.
«Scendete dalle cattedre e guardate i disoccupati» e ancora, rivolto alla Fornero: «Scenda dall’empireo, venga al mondo, discuta con i sindacati.»
La Fornero risponde contestando lo stile di comunicazione della Camusso, considerandolo antiquato, un retaggio del dei tempi andati:
«Sono dispiaciuta per un linguaggio che pensavo appartenesse al passato.»
Emma Marcegaglia è più decisa. Svaluta quelli che per la cultura italiana sono “principi indiscutibili” – la stabilità del lavoro, la giusta causa – definendoli tribali.
«Oggi non ci sono più né totem tabù. Abbiamo rigidità in uscita dalle aziende senza eguali negli altri Paesi europei».
Tre leader, tre tecniche linguistiche.
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martedì 20 dicembre 2011
lunedì 24 gennaio 2011
C’è chi va a letto presto: il non dire che dice di Emma Marcegaglia

Ieri la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia a che TempoCheFa ci ha offerto un esempio di presupposizione linguistica, commentando i fatti di attualità che hanno coinvolto il premier:
«Dai giornali italiani ed esteri esce un'immagine non positiva del nostro Paese. Ma quando sono all'estero sottolineo sempre che c'è un'altra Italia, un'Italia di tanta gente che va a letto presto, si sveglia presto, lavora seriamente, fa impresa seriamente, donne che si impegnano. C'è un'altra Italia che non appare e che bisogna promuovere».
Il riferimento alle feste di Arcore è chiaro.
La presupposizione linguistica è un’informazione o un'opinione che non viene dichiarata esplicitamente, ma è sottintesa nel discorso. Malgrado l’affermazione non sia esplicita, l’uditorio comprende perfettamente a cosa l’oratore si riferisce.
È una strategia discorsiva che si rivela efficace quando non si vuole, non si può o non si giudica opportuno esprimere un giudizio esplicito, che si rivelerebbe non opportuno, diplomaticamente fuori luogo, aggressivo.
Si dice e non si dice, ma ci si fa capire benissimo: chi vuole intendere, intende. E chi non vuole intendere? Intende lo stesso.
«Dai giornali italiani ed esteri esce un'immagine non positiva del nostro Paese. Ma quando sono all'estero sottolineo sempre che c'è un'altra Italia, un'Italia di tanta gente che va a letto presto, si sveglia presto, lavora seriamente, fa impresa seriamente, donne che si impegnano. C'è un'altra Italia che non appare e che bisogna promuovere».
Il riferimento alle feste di Arcore è chiaro.
La presupposizione linguistica è un’informazione o un'opinione che non viene dichiarata esplicitamente, ma è sottintesa nel discorso. Malgrado l’affermazione non sia esplicita, l’uditorio comprende perfettamente a cosa l’oratore si riferisce.
È una strategia discorsiva che si rivela efficace quando non si vuole, non si può o non si giudica opportuno esprimere un giudizio esplicito, che si rivelerebbe non opportuno, diplomaticamente fuori luogo, aggressivo.
Si dice e non si dice, ma ci si fa capire benissimo: chi vuole intendere, intende. E chi non vuole intendere? Intende lo stesso.
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