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lunedì 23 settembre 2013

Grillo è l'invidia e B. è l'inganno

Oggi è uscita una mia intervista sui discorsi potenti e impotenti: si parla di Berlusconi, Grillo, Luther King, De Gasperi.

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/grillo-e-linvidia-b-e-linganno/2214984/9

martedì 10 maggio 2011

Collana “La forza delle parole” de L’Espresso: Reagan e l’invocazione a Gorbačëv

Quante figure ed espedienti stilistici ci offre la lingua. E quanti se ne possono usare in un’orazione! Nella collana “La forza delle parole”, pubblicata con L’espresso questa settimana, compare il Discorso alla porta di Brandeburgo di Ronald Reagan (video).

Nel giugno 1987 Reagan, presidente degli Stati Uniti dal 1981 al 1989, è per la seconda volta in visita ufficiale a Berlino. Il presidente si rivolge direttamente a Michail Gorbačëv, allora segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

L’appello del presidente Usa prende la forma classica dell’invocazione:

«Segretario generale Gorbačëv, se cerca la pace, se cerca la prosperità per l’Unione Sovietica e l’Europa Orientale, se cerca la liberalizzazione, venga qui davanti a questa porta.
Segretario Generale Gorbačëv, apra questa pota.
Signor Gorbačëv abbatta questo muro!»

Nelle opere poetiche viene definita invocazione la richiesta, da parte dell’autore, dell’aiuto soprannaturale delle Muse o di Apollo per portare a termine il componimento.

Al di fuori del contesto poetico, l’invocazione si tinge dei colori della sfida.

giovedì 28 aprile 2011

Collana “La forza delle parole” de L’Espresso: il sogno di Luther king “now”

Che dire di Ho un sogno, Il discorso dei discorsi, il discorso per antonomasia?

In Ho un sogno c’è tutto: passione, fermezza, sfida, ritmo. Ma, soprattutto, c’è azione. Volontà di cambiare l’America subito, nel momento stesso in cui quel discorso viene pronunciato. King ci riesce: dopo I have a dream, i bianchi, i neri, la politica, la cultura, il mondo hanno fatto un passo avanti verso l’uguaglianza e la libertà.

Nel discorso al Lincoln Memorial di Washington del 28 agosto 1963, il pastore non chiede agli afroamericani di pazientare, di essere ragionevoli, di aspettare tempi opportuni.
Al contrario:

«Siamo venuti in questo luogo sacro anche per ricordare all’America la fiera urgenza dell’oggi. Non è questo il momento per concedersi il lusso del raffreddare gli animi o di prendere la medicina tranquillante della gradualità.
Ora è il tempo di rendere reali le promesse della democrazia.
Ora è il tempo di sollevarsi dalla scura e desolata valle della segregazione, per percorrere il sentiero assolato della giustizia razziale.
Ora è il tempo di sollevare la nostra Nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale, portandola verso il terreno solido della fratellanza.
Ora è il tempo di rendere la giustizia una realtà per tutti i figli di Dio»

Nell’aprile del 1963, pochi mesi prima del discorso del Linlcoln Memorial, King era stato arrestato a Birmingham. In prigione aveva letto un articolo di giornale firmato da otto ecclesiastici bianchi locali che definivano l’attivismo di King «poco saggio e prematuro» ("Birmingham News", 13 aprile 1963).

King risponde ribadendo la necessità di agire nell’immediato e con decisione.
Un atteggiamento che convoca all’azione gli afroamericani, che accresce il suo capitale di fiducia.

Molto di più su I have a dream nel mio libro “Discorsi pontenti”.

Collana “La forza delle parole” de L’Espresso: Pertini e il cane tignoso

Quanti epiteti e quante figure nel discorso radiofonico di Sandro Pertini del 27 aprile 1945.

Due giorni dopo la liberazione di Milano, Pertini si rivolge ai lavoratori milanesi incitandoli al riscatto, divenuto un obiettivo possibile grazie alla fine dell’oppressione nazifascista.

La retorica e gli espedienti stilistici danno enfasi alle parole di Pertini.
Tanti gli epiteti. La bandiera rossa è «rossa bandiera»; le armate che hanno vinto sono «vittoriose armate»; i partigiani coraggiosi sono «fieri partigiani».

Efficaci le figure e i paragoni. La dittatura fascista era fatta di «catene»; il nazifascismo è «un mostro»; la patria provata dalla guerra è «sanguinante» e Mussolini – senza troppi giri di parole – «meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso».

C’è ancora qualcuno che pensa che retorica e chiarezza siano in contrapposizione tra loro?

martedì 12 aprile 2011

Collana “La forza delle parole” de L’Espresso: De Gasperi fondatore dell’Europa. E Maroni?


«Mi chiedo se abbia un senso continuare a far parte dell'Unione europea»


Sono le parole pronunciate ieri a Strasburgo dal ministro dell’interno Maroni. Il ministro ha espresso la propria delusione per la bocciatura della proposta italiana di protezione temporanea per i migranti provenienti dai Paesi del Nord Africa.

Il presidente Napoletano e il ministro Frattini hanno ricordato l’importanza dell’Unione europea per il nostro Paese. Vale la pena di ricordare la metafora usata da De Gasperi nel discorso “La nostra patria Europa”, pronunciato alla conferenza parlamentare europea di Parigi nel 1954 e presente nella collana de L’Espresso “La forza delle parole”:

«[…] bisogna riconoscere che la vera e propria garanzia della nostra unione consiste in un’idea architettonica che sappia dominare dalla base alla cima, armonizzando le tendenze in una prospettiva di comunanza di vita pacificata ed evolutiva».

domenica 3 aprile 2011

Collana “La forza delle parole” de L’Espresso. Gandhi era retorico? Sì, senza dubbio

Una figura esile vestita con un panno bianco: è l’immagine che viene in mente a tutti noi quando sentiamo pronunciare il nome di Gandhi. Un uomo che si presentava nudo: senza la divisa della giacca e della cravatta, senza orpelli, senza artificio. Questa essenzialità ci porterebbe a pensare che i discorsi del grande leader indiano siano stati privi di retorica, asciutti come il loro oratore. Non è così. Gandhi è stato un retore raffinato. Il suo stile non era certo manieristico e sfarzoso, ma sapientemente congegnato e calibrato. Innanzitutto, è necessario dire che il Gandhi retore è stato il maestro della negazione che afferma, definisce e diventa slogan. È il caso della “non cooperazione” e della “non violenza”, due negazioni che affermano e definiscono forme di lotta consistenti nel rifiuto delle cariche pubbliche, nel boicottaggio dei prodotti britannici e nella disobbedienza civile da parte dei movimenti indipendentisti indiani. A scuola e sul lavoro ci hanno insegnato a non usare mai la negazione per lanciare un progetto, un’idea o un prodotto. È un consiglio ragionevole ma, a volte, infrangere le regole con intelligenza serve per sparigliare, colpire, lasciare il segno, creare uno slogan. Nel discorso sulla non cooperazione del 12 agosto 1920, riportato nel libretto pubblicato da L’Espresso, Gandhi fa sfoggio di una serie di domande retoriche, quesiti che non sono reali richieste di informazione, ma contengono una risposta predeterminata. Un esempio di domanda retorica dalla Bibbia: «Chi è Dio tranne il Signore?» Queste, invece, le domande retoriche di Gandhi: «[…] domando: è incostituzionale che io dica al Governo britannico: “rifiuto di servivi”? […]. È incostituzionale che un genitore ritiri i figli dalla scuola governativa o sostenuta dal governo? È incostituzionale che un avvocato dica: “non appoggerò più il braccio della legge finche quel braccio della legge viene usato non per elevarmi ma per svilirmi”? […] Domando: è incostituzionale che un poliziotto o un soldato dia le dimissioni quando sa che è chiamato a servire un governo che diffama i suoi stessi compatrioti? […] Ritengo e oso far presente che non vi è nulla di incostituzionale in questo. […] Sostengo che in tutto il progetto di non cooperazione non vi è nulla di incostituzionale.» La serie di domande retoriche si chiude con un ossimoro, un apparente contraddizione. È il governo britannico a essere incostituzionale: «unconstitutional Government».

lunedì 21 marzo 2011

Bertrand Russel. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, un incipit magistrale

Affrontare il foglio bianco è il dramma di tutti noi. In particolare, in un discorso l’attacco - l’incipit - è cruciale: è la chiave per attirare l’attenzione dell’uditorio.

Nel libretto uscito questa settimana con il settimanale L’Espresso è pubblicato un discorso contro la corsa agli armamenti nucleari, che il filosofo britannico Bertrand Russel pronunciò nel 1954 alla Bbc.

L’incipit è geniale:
«In questa circostanza non parlerò come cittadino britannico, europeo o di una democrazia occidentale, ma come essere umano, membro della specie Uomo, la cui sopravvivenza è ora messa in dubbio.

Il mondo è pieno di conflitti: quello tra ebrei e arabi, indiani e pachistani, bianchi e neri in Africa e, al di sopra di tutti i conflitti minori, la lotta titanica tra comunismo e anticomunismo.

Quasi tutti coloro che hanno una coscienza politica nutrono profonde convinzioni riguardo a uno o più di tali questioni, ma ora, se vi è possibile, vorrei che lasciaste da parte queste convinzioni e vi consideraste semplicemente membri di una specie biologica con una storia importante alle spalle e di cui nessuno di noi può desiderare la scomparsa.»

Potente, vero?

lunedì 14 marzo 2011

John Kennedy 3. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, inventare una nuova espressione per passare alla storia: la «nuova frontiera»


Arrivo al punto chiave del discorso di John Kennedy alla Convention nazionale democratica del 1960: la «nuova frontiera» (new frontier).
L’espressione è il punto culminante e il filo conduttore dell’intera allocuzione.

Con «frontiera» Kennedy fa riferimento ai pionieri americani che, nell’Ottocento, si sono spinti alla conquista dell’ovest del Paese: il Far West.

La «nuova frontiera» è quella degli anni Sessanta con le sfide della modernità: «E io vi dico che la nuova frontiera è qui, che noi la cerchiamo oppure no. Al di là si trovano i territori inesplorati della scienza e dello spazio, i problemi irrisolti della pace e della guerra, le sacche non debellate dell’ignoranza e del pregiudizio, le questioni irrisolte della povertà e della sovrapproduzione.

Sarebbe più facile ritirarsi da quella frontiera, per guardare alla sicura mediocrità del passato, per cullarci nelle buone intenzioni e nella retorica delle belle parole, e chi preferisce quella strada non dovrebbe votare per me, qualunque sia il suo partito politico.»

La strategia linguistica di attribuire una definizione originale a un concetto o a un’idea si rivela quasi sempre efficace. Tale pratica ha un interessante risvolto mediatico, perché i mezzi d’informazione sono particolarmente ricettivi nei confronti di formule e slogan e l’opinione pubblica tende a memorizzarli a farli propri.

Un esempio illustre è l’enunciazione «Una casa divisa non può stare in piedi»,
pronunciata da Abramo Lincoln nel 1858, per sostenere la necessità di unire l’America divisa dalla schiavitù.

Tornando a tempi più recenti, chi non ricorda lo «Yes we can» usato nel 2008 da Barack Obama nel corso delle primarie americane. Lo slogan ha avuto un effetto eco formidabile anche grazie will.i.am, il fondatore e produttore del gruppo pop rap Black Eyed Peas, che ne ha fatto una canzone scaricabile su youtube.com e dipdive.com.

Anche in Italia abbiamo esempi simili. Silvio Berlusconi ha lanciato lo slogan «L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio», a seguito dell’aggressione ricevuta il 13 dicembre 2010 a Milano dallo squilibrato Massimo Tartaglia. Lo slogan è diventato il titolo di un libro e il messaggio chiave della manifestazione organizzata dal Popolo della Libertà il 20 marzo a Piazza San Giovanni a Roma.

John Kennedy 2. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, il futuro è un calembour


Senza esagerare: è la premessa delle premesse. Senza esagerare, dicevo, nei discorsi è possibile usare qualche gioco di parole per facilitare la memorizzazione, per dare ritmo alla frase o per colpire il pubblico con la nostra arguzia.

Nel discorso pronunciato nel 1960 da John Kennedy alla Convention nazionale democratica troviamo un passaggio che si conclude con un riuscito gioco di parole sul tema del futuro.

«Una nazione organizzata e governata come la nostra è in grado o no di durare? Questo è il dilemma sostanziale. Ne abbiamo o non ne abbiamo la volontà e la forza d’animo? Siamo o no in grado di superare un’epoca nella quale assisteremo non solo a novità rivoluzionarie nel campo degli armamenti più distruttivi, ma anche a una gara per il dominio del cielo e della pioggia, degli oceani e delle maree, delle remote profondità dello spazio e degli intimi recessi delle menti umane? Siamo davvero capaci di questo? Siamo davvero all’altezza della situazione? Siamo davvero decisi a sacrificare anche noi il presente al futuro come fanno i russi, o dobbiamo sacrificare il nostro futuro per goderci il presente?»

Ecco un gioco di parole, una sorta di calembour. J’adore.

John Kennedy 1. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, la preterizione di chi dice di non voler parlare male ma la fa


Mi tengo ancora qualche giorno fuori dalla politica nostrana per seguire le pubblicazioni de L’Espresso. Questa settimana il libretto uscito con il settimanale riporta alcuni tra i più famosi discorsi di John e Robert Kennedy.

Prendo in considerazione l’allocuzione alla Convention nazionale democratica tenuta da John Kennedy a Los Angeles nel luglio 1960. Per intenderci, è il discorso in cui l’allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti usa la ben nota espressione «nuova frontiera» (new frontier).

Tratterò la metafora «nuova frontiera» nel post John Kennedy 3, perché vorrei andare per ordine e segnalare qui un altro passaggio interessante, che è presente nello stesso discorso: una bella preterizione.

È una figura logica che permette all’oratore di fingere di voler tacere di un argomento, nel momento stesso in cui ne sta parlando.

La preterizione è presente nel linguaggio quotidiano, soprattutto quando si vuole dimostrare bontà d’animo o superiorità, senza però privarsi della soddisfazione di lanciare qualche frecciatina avvelenata. Un esempio:

«non voglio parlare di quanto sia spilorcio, incapace e puzzolente il mio collega Mario Rossi, perché sono una persona che odia i pettegolezzi».

Nel discorso alla Convention nazionale democratica, Kennedy usa una sofisticata preterizione per demolire il suo avversario Nixon e il partito repubblicano, in quel momento al potere:

«Noi tuttavia non stiamo solamente gareggiando contro il signor Nixon. Il nostro compito non è solamente quello di fare l’elenco degli insuccessi dei repubblicani. Cosa che poi non è affatto necessaria. Perché le famiglie cacciate dalle campagne sapranno per chi votare, senza che noi glielo diciamo. I minatori e gli operai tessili rimasti senza lavoro sapranno come votare. Gli anziani rimasti senza assistenza sanitaria, le famiglie senza una casa decorosa, i genitori senza possibilità di nutrire e istruire adeguatamente i loro figli, sanno tutti che è arrivato il momento di cambiare.»

Questo passaggio porta a una metafora potente, diretta conseguenza della preterizione appena citata:

«Siamo qui non per lamentarci del buio, ma per accendere la candela che ci può guidare attraverso quel buio, verso un futuro che ci veda sani e salvi.»

mercoledì 2 marzo 2011

L'Espresso: una collana con i discorsi dei grandi

Per chi ama i grandi discorsi come me, segnalo un'interessante iniziativa de L'Espresso.

A partire dal 4 marzo, il settimanale distribuisce una collana di libri con i discorsi di grandi uomini dei nostri giorni. Tra i primi in uscita, Mandela e Kennedy.