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giovedì 14 maggio 2015

Lavagna, gessetti e figure retoriche nel videoshow di Matteo Renzi


La battaglia sulla riforma della scuola si combatte anche a colpi di figure retoriche. Matteo Renzi, in versione maestro Manzi, spiega la “buona scuola” riportandone i punti principali su una lavagna. Una lavagna vera. Niente slide, questa volta. Scelta stucchevole, quella della lavagna, ma sempre meglio del power point.
Con una sprezzatura degna di Baldassarre Castiglione, ostenta pacatezza e distacco su uno dei temi più discussi di questa legislatura. Il premier non si mostra turbato dai boicottaggi, dalle accuse e dagli “scioperoni” che hanno caratterizzato questi ultimi giorni di protesta. Ribalta il punto di vista. Il negativo diventa positivo:
“In realtà io sono proprio contento del fatto che, finalmente, la scuola sia al centro della discussione”
Segue un classico della comunicazione politica: il paradosso del comunicatore che non comunica. Insomma, la vecchia storia del ciabattino con le scarpe rotte:
“Probabilmente abbiamo sbagliato anche noi alcuni messaggi di comunicazione”
Poi, un altro classico. Un’anafora, la ripetizione di una parola all’inizio di frasi o versi successivi. La ripetizione della parola “superpotenza”, porta dritto dritto a un’inventio: l’Italia deve diventare (o tornare a essere) una superpotenza culturale. Non male.
“L’Italia non sarà mai la superpotenza demografica, la superpotenza geografica, la superpotenza diplomatica. Può essere una superpotenza culturale” (il premier si guarda bene dal menzionare la superpotenza economica).
Il dato sul Pil in cresita, invece, non viene sbandierato con fierezza, ma buttato lì come se non fosse importante. Come se non fosse un vero risultato senza la riforma della scuola.
“Oggi noi abbiamo avuto finalmente, dopo una dozzina di trimestri, il segno + al Pil: +0,3%. Ma non servirà a niente tornare a crescere nelle statistiche se non torniamo a crescere nelle scuole”
Ed eccola che arriva: la metalepsi, passaggio obbligato dello stile oratorio ispirato agli Usa. Una figura che favorisce la trasposizione dai valori generali ai fatti.
“Intendiamoci, la buona scuola c’è già in Italia. È la professoressa che, nonostante il controsoffitto o le difficoltà della banda larga, insegna ai ragazzi ad allargare il cuore con una poesia. È l’insegnante di musica che fa un’orchestra in una scuola di periferia. È la grande professionalità di chi riesce, anche in laboratori scalcinati, a far sperimentare ai ragazzi il gusto della ricerca, della curiosità”
Altra operazione oratoria magistrale di Renzi è prendere le distanze dalla parola “riforma”, che ultimamente sta assumendo un’accezione negativa. La “riforma” viene così trasformata in qualcosa che sembra innocuo: “alcuni punti”.
“Non chiamiamola ‘riforma’ che non ne possiamo più. Sono alcuni punti, concreti, puntuali, specifici di cui vorrei discutere insieme a voi.
Infine, un’enumerazione costruita secondo la sequenza soluzione–problema o problema-soluzione. Mentre parla, Renzi scrive le parola chiave sulla lavagna:
1.   Alternanza scuola-lavoro [soluzione] – come risposta alla disoccupazione giovanile [problema].
2.   Più cultura umanistica [soluzione] – come risposta all’esigenza di educare “un cittadino” non solo un lavoratore [problema].
3.   Insegnanti poco pagati [problema] -Più soldi agli insegnanti, anche sulla base del merito [soluzione], che – precisa Renzi – non è una parolaccia.
4.   Autonomia scolastica [soluzione] – come risposta alle diverse esigenze delle scuole italiane che operano in contesti molto diversi [problema]. Renzi fa l’esempio di Trieste e Scampia.
5.   Azione educativa spezzettata “tra supplenti e contro supplenti” [problema] - Assunzione di più di 100 mila insegnanti precari [soluzione].
Si può essere o non essere d’accordo con la riforma della scuola di Renzi, ma la capacità oratoria del premier è fuori discussione. E senza saper parlare, come diceva Olivier Reboul, “si destinano alla sconfitta anche le migliori cause”. La storia ci dirà se la “buona scuola” rientra tra queste.

FT

martedì 14 aprile 2015

Hillary for President, con un video metalepsi

Quadretti di vita: è costruito così il video che Hillary Clinton ha lanciato sui social network per annunciare la sua corsa alla presidenza degli Stati Uniti.


Una scelta perfettamente in linea con il suo stile oratorio. Il filmato mette in scena le normali ma importanti aspirazioni della classe media: la donna che intende tornare a lavoro dopo aver cresciuto i suoi figli, la signora che vuole reinventarsi dopo la pensione, i fratelli latino-americani che progettano di aprire un’impresa, la coppia omosessuale che si sposa.
La rappresentazione dei desideri degli americani vale già come promessa di un impegno della candidata a fare in modo che quei desideri possano essere realizzati. Hillary compare solo alla fine, a garanzia della promessa di fatto.
La figura retorica usata è una metalepsi che “facilita la trasposizione di valori in fatti” (Perelman e Tyteca). Un esempio classico è la descrizione della vecchiaia attraverso i suoi effetti: cecità, sordità, difficoltà nel camminare… Non è certo un passo allegro, ma rende l’idea: «Quando la porta è chiusa sulla strada, quando diminuisce la voce del mulino, quando tace il canto dell’uccello […], quando si teme la salita e ci si spaventa durante il cammino» (Ecclesiaste).

Il video si conclude con una dichiarazione "Perché Quando le famiglie sono forti, l'America è forte. Quindi mi metto sulla strada per guadagnarmi il vostro voto perché è il vostro momento e spero che vi uniate a me in questo viaggio". Un invito all’azione: vi ho dimostrato che conosco i vostri desideri, ora votatemi.