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lunedì 13 maggio 2013

Letta e la felicità del dire; Boccassini e l’infelicità del dire


“Come ho detto che non avrei fatto un esecutivo a tutti i costi, così oggi ti dico che non andrò avanti a tutti i costi.”
Nel pulmino che porta i ministri al ritiro di Sarteano, Enrico Letta ha usato queste parole per esprimere il suo disappunto nei confronti della manifestazione del Pdl contro i giudici.

Essere pronti a mollare tutto è un’argomentazione che ha la sua efficacia. Porta chi la pronuncia a conquistare una condizione di felicità del dire, di vantaggio, di autorevolezza in uno specifico contesto. C’è però un effetto collaterale: il rischio di dover mollare tutto.

“La minore, extracomunitaria, persona – lo ripeto – intelligente, furba, di quella furbizia proprio orientale…”
Nella requisitoria nel corso del processo Ruby, Ilda Boccassini ha definito in questo modo quella che al tempo era una ragazzina, perché una diciassettenne è sempre una ragazzina. È stata una gaffe, non ci sono dubbi. Ma la Boccassini ha perso autorevolezza, felicità del dire.

Parole felici e parole infelici. Il dire non è mai neutro. O meglio lo è se è insapore e inodore, come quando “si auspica il dovuto dialogo”. Con l’auspicio del dovuto dialogo non si sbaglia mai, ma si dice poco o niente.

giovedì 20 gennaio 2011

Giuro che dico il falso. L'antinomia di Ruby a Kalispera


Ieri sera Ruby è stata intervistata da Alfonso Signorini nel programma Kalispera (Canale 5, ore 11).

Ha detto di essere sempre stata una bugiarda, di essersi inventata più volte una vita parallela e di aver mentito al premier, dicendo di essere egiziana e maggiorenne.

La sua affermazione apre il vero paradosso del mentitore o antinomia.

Un esempio da Epimenide di Creta (VI secolo a.C.) che, cretese egli stesso, disse: «tutti i Cretesi sono bugiardi».

Un altro esempio da Cicerone: «Se tu dici che mentisci, o dici il vero e allora menti o dici il falso e allora dici la verità» (Accad., IV, 29-96).

Non è così, non fidatevi. Giuro che mento!

mercoledì 19 gennaio 2011

Berlusconi: videomessaggio ergo sum

Questa sera i telegiornali hanno riportato un nuovo videomessaggio di Silvio Berlusconi sull’affaire Ruby.

Qualche osservazione a caldo sulle strategie linguistiche (testo completo, guarda il video).

1. Stile Obama. Il premier invita i cittadini a farsi loro stessi promotori della sua innocenza nei confronti dei propri amici.
«Ho avuto finalmente modo di leggere le 389 pagine dell'ultima vera e propria persecuzione giudiziaria, la ventottesima in 17 anni, che la Procura di Milano mi ha notificato con grande e voluto clamore nei giorni scorsi.
Le violazioni di legge che sono state commesse in queste indagini sono talmente tante e talmente incredibili che non posso non raccontarvele perché possiate denunciarle e farvi portatori di un messaggio ai vostri amici di come si sta cercando di sovvertire il voto popolare».
Chi, come me, è iscritto alla newsletter di Barack Obama riceve frequentemente messaggi e-mail del presidente Usa e dei suoi collaboratori. La quasi totalità di questi messaggi si conclude con un invito all’azione: vedere un video; visitare un sito Web; appoggiare una causa o condividere un’argomentazione con amici, familiari o all’interno della propria comunità:
«share with your friends and family».

2. Comune cittadino. Il premier intende far uscire il suo caso dalla straordinarietà attraverso un paragone. La tesi è: quanto è capitato a me potrebbe succedere anche a te, cittadino. Domani stesso.
Questa strategia viene usata due volte:
«Ma questo comportamento è gravissimo anche per il comune cittadino perché gli toglie qualsiasi possibilità di privacy».
«Tutto questo potrebbe capitare a chiunque di voi».

3. Ruby: «questa ragazza» o «la ragazza»? Berlusconi prende le distanze da Ruby, definendola più volte «questa ragazza» anche se, nella vicenda, è la ragazza per antonomasia. Il personaggio chiave.

4. Interlocutore disconosciuto. Il premier affronta il punto più importante della questione: presentarsi davanti ai magistrati. L'argomentazione è: lo farei, ma mi è impossibile, perché i Pm in questione sono interlocutori la cui condizione la cui autorevolezza (condizione di felicità del dire) è disconosciuta dal premier. Un'argomentazione efficace dal punto di vista della strategia linguistica.
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5. Dispiegamento di forze "paradossale". Efficace anche l’argomentazione utilizzata per contestare le forze impiegate dai Pm. La figura retorica è il paradosso:
«Gli stessi Pm che hanno ordinato con uno spiegamento di forze di almeno 150 uomini una imponente operazione di perquisizione contro ragazze colpevoli soltanto di essere state mie ospiti in alcune cene».

domenica 16 gennaio 2011

Video messaggio di Berlusconi. Due argomentazioni: una perdente e una vincente?


Secondo post sul video messaggio inviato il 16 gennaio ai media da Silvio Berlusconi sul caso Ruby. Ho notato due argomentazioni: una mi sembra perdente e una mediaticamente più efficace.

La prima riguarda i magistrati:

«È gravissima, è inaccettabile, è contro la legge questa intromissione nella vita privata delle persone. Perché quello che i cittadini di una democrazia fanno nelle mura domestiche riguarda solo loro. Questo è un principio che è valido per tutti e deve valere per tutti, anche per me».

E' un’argomentazione che mi sembra perdente, perché la reazione è facile: se qualcuno, tra le mura domestiche, accoppa la moglie non riguarda solo lui, ma lo Stato e tutti i cittadini (grazie al cielo!).

La seconda argomentazione è più efficace, anche se dovrebbe essere supportata da qualche prova tangibile:

«Da quando mi sono separato ho avuto uno stabile rapporto di affetto con una persona che era assai spesso con me in quelle serate».

Ovviamente ora ci aspettiamo di avere qualche notizia su questa persona. Tuttavia, questa argomentazione ha il merito di dirottare - almeno parzialmente - l’attenzione pubblica sulle supposizioni che riguardano l’identità della signora oggetto dello stabile rapporto di affetto.

Video messaggio di Berlusconi. L’anafora

Oggi, in serata, Berlusconi ha inviato un video messaggio ai media, in cui una figura retorica mi ha colpito tra le altre: l’anafora, la ripetizione della stessa parola o di un insieme di parole all’inizio di frasi che si susseguono.

«Non è un paese libero quello in cui quando si alza il telefono non si è sicuri della inviolabilità delle proprie conversazioni.

Non è un paese libero quello in cui alcuni magistrati conducono delle battaglie politiche usando illegittimamente i propri poteri contro chi è stato democraticamente chiamato a ricoprire cariche pubbliche.

Non è un paese libero quello in cui una casta di privilegiati può commetter ogni abuso a danno di altri cittadini senza mai, mai doverne rendere conto».

L’anafora viene generalmente impiegata per attribuire gravità liturgica alle argomentazioni, agli insegnamenti, agli avvertimenti.

Berlusconi, il caso Ruby, il paradosso e il Levitico


Tante e linguisticamente interessanti le reazioni alla seconda puntata del caso Ruby, che ha visto l’iscrizione del premier nel registro degli indagati per concussione e favoreggiamento della prostituzione minorile.

Ne riporto un paio.


Il 14 gennaio, il presidente del consiglio ha commentato la notizia con un’argomentazione sotto forma di paradosso (pará = contrario; dóksa = opinione).

Il premier definisce il presunto illecito:

«reato di cena privata a casa del presidente».

Un simile reato sarebbe, naturalmente, assurdo, paradossale.

Oggi, 16 gennaio, il presidente sferra altri colpi linguistici.
Uno tra loro ha la forma di una profezia.


«Fango che ricadrà su chi utilizza la giustizia come arma politica».

L’uso del futuro e il tono solenne ricordano il Levitico, il terzo libro della Bibbia:
«il loro sangue ricadrà su di loro».

venerdì 29 ottobre 2010

Il bunga bunga di Berlusconi e il materiale genetico di Clinton

1998-2010: gli anni passano ma l’eufemismo è sempre di moda. Ricompare su tutti i media con l’espressione «bunga bunga», riferita alle pratiche sessuali che, secondo le dichiarazioni della testimone diciassettene Ruby, si sarebbero tenute nella villa di Berlusconi ad Arcore.
L’eufemismo (dal greco eu = bene e phēmì = dico) è una figura molto frequente per dire senza dire, con l’obiettivo di evitare di offendere sensibilità e oltraggiare l’altrui senso del pudore.
Lo scandalo Clinton-Lewinsky del 1998 ci ha offerto una sorprendente collezione di salti mortali linguistici per definire lo sperma presidenziale, che aveva macchiato il tailleur della stagista Monica. Eccone una selezione: «fluido corporeo», «materiale genetico» o, in modo ancora più vago, alcuni parlarono di «indizi che farebbero supporre l’esistenza di un contatto sessuale».
Bunga bunga sembra derivi da una barzelletta cara al premier. La freddura recita, più o meno, così: due ministri del governo Prodi vengono catturati da una tribù africana. Il capo tribù pone un’alternativa ai due malcapitati: morire o bunga bunga. Il primo ministro sceglie per la soluzione bunga bunga e viene violentato; il secondo sceglie di morire. Ma il capo tribù dice: «prima bunga bunga, poi morire».
La barzelletta era, in origine, un componimento popolare in metrica accompagnato dalla musica.

(discorsi potenti)