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mercoledì 9 settembre 2015

Migranti = esseri umani. Il discorso di Juncker sullo "Stato dell'Unione"

Nel suo discorso sullo “Stato dell’Unione”, tenuto oggi a Strasburgo, il presidente della Commissione Europea Juncker cerca di alzare il livello della discussione. Non cade nel tranello dei soli numeri, buoni per una riunione di condominio della peggior specie, ma traduce i numeri in esseri umani.
120 mila rifugiati da ripartire in quote obbligatorie tra gli Stati sono persone: uomini, donne, bambini. Non manca un paragone con la situazione dell’Ucraina.
"Non parliamo di numeri, ma di esseri umani che vengono da Siria e Libia e quello che stanno passando potrebbe accadere a chi oggi vive in Ucraina: non si può fare distinzione di credo, etnia o di altro tipo"
Juncker ha sottolineato che i numeri del fenomeno migratorio sono "spaventosi, ma questo non è il tempo di avere paura, è il tempo di un'azione concertata e della solidarietà da parte dell’Unione Europea, dei suoi Stati Membri e delle sue istituzioni". Il presidente della Commissione Ue ha aggiunto che "è il tempo in cui deve prevalere la dignità umana.
L’anafora “È il tempo…” ci è familiare, ricorda l’Ecclesiaste: “Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare…” (Ecclesiaste 3, http://www.laparola.net/testo.php?riferimento=Ecclesiaste3&versioni%5B%5D=C.E.I.).
Il discorso continua sue due fronti: l’immedesimazione con i migranti e la volontà di sottolineare che il fenomeno migratorio non è solo uno svantaggio per l’Europa. Anzi.
L’immedesimazione.
“Tutti noi dobbiamo ricordare che l'Europa è un continente in cui siamo stati tutti, in un qualche momento della storia, dei rifugiati".
Il concetto viene sottolineato con una domanda retorica: “Mettiamoci noi nei loro panni: quanto pagheremmo per rifarci una vita?.
Il vantaggio per la UE.
"Invecchiamo, abbiamo bisogno di nuovi talenti, che arrivino da ogni parte del mondo".

“Talenti” non zavorre. Juncker dixit.

mercoledì 2 luglio 2014

Grillo e la fallacia dei soldi europei alla mafia


I discorsi pubblici sono ricchi di fallacie, errori nel ragionamento che vengono messi in campo per produrre un effetto persuasivo.
Non dobbiamo gridare allo scandalo perché è assolutamente normale. Non solo in politica, ma anche sul lavoro e in famiglia. Tutti noi siamo produttori consapevoli o inconsapevoli di fallacie. Quante volte abbiamo sentito dire (o abbiamo detto) a un figlio: “Zitto tu, che non ti sei rifatto neanche il letto questa mattina!”. Naturalmente la mancata attenzione all’ordine non è di per sé una prova che il diretto interessato non abbia qualcosa di importante da dire.
Beppe Grillo è il re della fallacia. Ieri a Bruxelles non ha voluto farsi rubare la scena dall’euroscettico Nigel Farage che aveva platealmente voltato le spalle ai musicisti che eseguivano l’Inno alla gioia di Beethoven, in occasione dell’inaugurazione dell’ottava legislatura del Parlamento Europeo.
“L’inno alla gioia è stato usato da Hitler e dai più grandi killer della storia.
I logici che studiano le fallacie la chiamano generalizzazione indebita: si trae una conclusione generale, considerando solo casi particolari.
Un’altra generalizzazione indebita:
“Io sono venuto qui a guardare i conti e a dire di non dare più i soldi all’Italia perché scompaiono in tre regioni: Sicilia, Calabria e Campania. Dove ci sono la mafia, la `ndrangheta e la camorra”.
Il fatto che parte dei soldi Ue siano stati intercettati dalla mafie non significa che debbano essere tolti all’Italia, negando ai tanti cittadini onesti il sacrosanto diritto di usufruirne.

Uscendo dal campo della logica, più che una fallacia la chiamerei una “zappata sui piedi” degli italiani. Non ce la meritiamo.