Torniamo sempre lì, al cerchio magico (vedi C) e ai suoi componenti. Dopo lo scandalo che ha portato alle dimissioni di Bossi padre e figlio, i poveri militanti traditi, umiliati e offesi hanno chiesto pulizia:
"L'è ura de neta' fo' ol poler", è ora di pulire il pollaio.
Una miscela di pragmatismo e folklore leghista. Non è ora di arricchire il panorama culturale ad altre correnti filosofiche e ad altre tradizioni?
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giovedì 12 aprile 2012
Lega. Dizionario della crisi. B come Badante
La "badante" è Rosy Mauro (vedi A di Asina), militante leghista e vicepresidente del Senato. È stata definita in questo modo per il suo ruolo di supporto al "capo", Umberto Bossi, dopo l'ictus che lo ha colpito nel 2004.
Nelle foto e nei video degli ultimi otto anni, Rosy è sempre al suo fianco, per questo è considerata una delle vestali del cerchio magico (vedi C), recentemente rivelatosi un buco nero: un'area di spazio dotata di attrazione gravitazionale talmente elevata da attrarre al suo interno vile denaro; lauree svizzere o inglesi rispettivamente per la badante e il figlio del capo; lavori di ristrutturazione per la casa del capo; investimenti in Tanzania; argent de poche, nonché porche sempre per il figlio del capo.
Nelle foto e nei video degli ultimi otto anni, Rosy è sempre al suo fianco, per questo è considerata una delle vestali del cerchio magico (vedi C), recentemente rivelatosi un buco nero: un'area di spazio dotata di attrazione gravitazionale talmente elevata da attrarre al suo interno vile denaro; lauree svizzere o inglesi rispettivamente per la badante e il figlio del capo; lavori di ristrutturazione per la casa del capo; investimenti in Tanzania; argent de poche, nonché porche sempre per il figlio del capo.
sabato 7 aprile 2012
Manuela Marrone e Rosy Mauro? Come Lady Macbeth. Il Trota? Come le figlie avide di Re Lear
La vicenda di Umberto Bossi è letteraria. Non mi riferisco al ciarpame messo in campo per animare il copione: l’ampolla con l’acqua del Po, le cravatte verdi, il turpiloquio, il dito medio alzato verso Roma. Quello è marketing.
Mi riferisco alla vicenda familiare, che non è tinta del verde della rosa camuna ma del nero della tragedia shakespeariana.
Manuela Marrone, la moglie, e Rosy Mauro, la super badante e vice presidente del Senato, sembrano creare insieme una Lady Macbeth sdoppiata: il personaggio che si caratterizza per la sua sete di potere.
Quando Lady Macbeth riceve una lettera dal marito in cui le annuncia che tre streghe gli hanno preannunciato che sarà il futuro re di Scozia, William Shakespeare le fa pronunciare un monologo tra i più raffinati della letteratura mondiale. Il monologo dell’ambizione:
«Ma non mi fido della tua natura:
troppo latte d'umana tenerezza
ci scorre, perché tu sappia seguire
la via più breve. Brama d'esser grande
tu l'hai e l'ambizione non ti manca;
ma ti manca purtroppo la perfidia
che a quella si dovrebbe accompagnare.
Quello che brami tanto ardentemente
tu vorresti ottenerlo santamente:
non sei disposto a giocare di falso,
eppur vorresti vincere col torto. [...]
Ma affrettati a tornare,
ch'io possa riversarti nelle orecchie
i demoni che ho dentro,
e con l'intrepidezza della lingua
cacciar via a frustate
ogni intralcio tra te e quel cerchio d'oro
onde il destino e un sovrumano aiuto
ti voglion, come sembra, incoronato.»
(Macbeth, Atto I scena V)
Anche il figlio Renzo – Trota, bulimico di porche e cariche politiche, è sovrapponibile con i personaggi di Shakespeare.
Ricorda Goneril e Regan, le figlie di Re Lear, cui il padre – in preda della vanità senile - concede territori del suo regno in cambio delle loro lusinghe.
Infine lui, l’Umberto, che promette ai suoi elettori giustizia e onestà contro il nemico “Roma ladrona” e si fa scoprire con le mani nel sacco, tradendo la fiducia che il popolo leghista gli aveva concesso: «mostro d’ingratitudine, l’uomo» (Re Lear, Atto III scena II).
Mi riferisco alla vicenda familiare, che non è tinta del verde della rosa camuna ma del nero della tragedia shakespeariana.
Manuela Marrone, la moglie, e Rosy Mauro, la super badante e vice presidente del Senato, sembrano creare insieme una Lady Macbeth sdoppiata: il personaggio che si caratterizza per la sua sete di potere.
Quando Lady Macbeth riceve una lettera dal marito in cui le annuncia che tre streghe gli hanno preannunciato che sarà il futuro re di Scozia, William Shakespeare le fa pronunciare un monologo tra i più raffinati della letteratura mondiale. Il monologo dell’ambizione:
«Ma non mi fido della tua natura:
troppo latte d'umana tenerezza
ci scorre, perché tu sappia seguire
la via più breve. Brama d'esser grande
tu l'hai e l'ambizione non ti manca;
ma ti manca purtroppo la perfidia
che a quella si dovrebbe accompagnare.
Quello che brami tanto ardentemente
tu vorresti ottenerlo santamente:
non sei disposto a giocare di falso,
eppur vorresti vincere col torto. [...]
Ma affrettati a tornare,
ch'io possa riversarti nelle orecchie
i demoni che ho dentro,
e con l'intrepidezza della lingua
cacciar via a frustate
ogni intralcio tra te e quel cerchio d'oro
onde il destino e un sovrumano aiuto
ti voglion, come sembra, incoronato.»
(Macbeth, Atto I scena V)
Anche il figlio Renzo – Trota, bulimico di porche e cariche politiche, è sovrapponibile con i personaggi di Shakespeare.
Ricorda Goneril e Regan, le figlie di Re Lear, cui il padre – in preda della vanità senile - concede territori del suo regno in cambio delle loro lusinghe.
Infine lui, l’Umberto, che promette ai suoi elettori giustizia e onestà contro il nemico “Roma ladrona” e si fa scoprire con le mani nel sacco, tradendo la fiducia che il popolo leghista gli aveva concesso: «mostro d’ingratitudine, l’uomo» (Re Lear, Atto III scena II).
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venerdì 20 maggio 2011
Bossi e il neologismo zingaropoli
Beh, fantastico. Ieri Bossi ha espresso il suo appoggio alla candidata sindaco di Milano Letizia Moratti.
Lo ha fatto demolendo il suo avversario Pisapia, definendolo semplicemente «matto».
Ma non è questo aggettivo a destare l’interesse di questo blog. Più che dal tradizionalissimo insulto, la nostra attenzione viene colpita dal neologismo-minaccia «zingaropoli». Ecco le parole di Bossi:
«La Lega non lascia Milano nelle mani di uno che vuol fare la moschea più grande d’Europa, vuol riempirci di clandestini e vuol trasformare Milano in una zingaropoli». Guarda il video.
Il neologismo è stilisticamente ben inquadrato: viene pronunciato – come arma letale – alla fine di una serie di eventi che la Lega considera “tragici” per i milanesi.
«Zingaropoli» è il punto culminante di una climax (da l greco “scala”), una figura retorica che riporta una serie di termini di intensità crescente.
Quanta retorica nel rude Umberto Bossi!
Lo ha fatto demolendo il suo avversario Pisapia, definendolo semplicemente «matto».
Ma non è questo aggettivo a destare l’interesse di questo blog. Più che dal tradizionalissimo insulto, la nostra attenzione viene colpita dal neologismo-minaccia «zingaropoli». Ecco le parole di Bossi:
«La Lega non lascia Milano nelle mani di uno che vuol fare la moschea più grande d’Europa, vuol riempirci di clandestini e vuol trasformare Milano in una zingaropoli». Guarda il video.
Il neologismo è stilisticamente ben inquadrato: viene pronunciato – come arma letale – alla fine di una serie di eventi che la Lega considera “tragici” per i milanesi.
«Zingaropoli» è il punto culminante di una climax (da l greco “scala”), una figura retorica che riporta una serie di termini di intensità crescente.
Quanta retorica nel rude Umberto Bossi!
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