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giovedì 27 ottobre 2011

Il lavitolese, il linguaggio burino del potere

Ci hanno insegnato a scuola e in famiglia che, per ottenere i posti di potere o per entrare in certi salotti, bisognava almeno parlare italiano. Ci hanno detto una bugia.

Per essere al vertice del potere bisogna parlare il lavitolese, un burinese che mescola il vernacolo dei “senti a me”, il turpiloquio dei cazzo-merda-inculare-con-il-trapano (addirittura!), le tecniche da imbonitore del chiamare tutti “Amo’”, il passepartout per farsi ascoltare e rispettare del “me lo ha detto Lui”.

Oggi Francesco Merlo su La Repubblica ci offre un glossario ricco e argomentato.
Impariamolo a memoria, se intendiamo fare carriera. Basta con il vocabolario della lingua italiana, basta con le letture formative per imparare a parlare meglio, basta con l’autocontrollo sulle espressioni dialettali.

Il potere ha la sua grammatica sgrammaticata. Saper scegliere un vino per una cena è più importante di conoscere il congiuntivo: il culto della relazione ha sopravanzato il rispetto per uno straccio di cultura. Accettiamolo e adeguiamoci, se vogliamo sopravvivere.

martedì 18 ottobre 2011

Lavitola, Cicchitto e le parole del potere

«Sono un consigliere di Silvio Berlusconi» e «Ho appena parlato con il capo».

Sono gli incipit delle telefonate di Lavitola, il passepartout per essere ascoltato, per avere voce in capitolo, per fare in modo che gli ordini siano eseguiti.

Semplici frasi che esprimono potere e dettano le regole del dire e dell’agire.

Enunciazioni che preludono a una richiesta-ordine che ha l’obiettivo di creare effetti in chi le ascolta che, con il solo strumento del linguaggio, viene «colpito, influenzato, messo in condizioni di fare o di non fare» (Austin). Benvenuti nel mondo degli atti linguistici.

Ma il meccanismo, ogni tanto, si rompe. Fabrizio Cicchitto rimanda al mittente le sollecitazioni di Lavitola, incrinando l’incantesimo del potere:

«Me ne sbatto il cazzo delle cose del capo».