“Disarmate, imbelli, nelle mani degli altri”. Sono le persone che non conoscono la retorica. Valerio Magrelli, uno dei più grandi poeti italiani contemporanei, parla dell’importanza dell’arte del dire, che non è solo roba da letterati e studiosi, ma strumento quotidiano di comprensione e persuasione. Dalle parole di Magrelli scopriamo che, in Grecia, la metafora è un mezzo di trasporto per persone e merci: la nostra Ape, per intenderci. Non ci stupisce, se pensiamo che la parola deriva da μεταϕέρω che significa “trasferire”. Quindi, come dice Magrelli, la metafora non solo è viva e in ottima salute: ma ci trasporta con il suo ronzio.
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mercoledì 2 dicembre 2015
lunedì 23 marzo 2015
Papa Francesco: il discorso della “spuzza”
Papa
Francesco il 21 marzo a Scampia mette il coltello nelle piaghe della società. Lo
infila nelle ferite del nostro tempo e lo gira senza pietà, in senso orario e
anti-orario. Le piaghe sono i migranti trattati come “cittadini di seconda
classe”, la disoccupazione che toglie la dignità ed espone alle tentazioni, la
corruzione dei singoli e della cattiva politica.
Sottolinea
come la vita a Napoli non sia mai stata facile, “ma però non è mai stata triste”.
La scelta di essere felici è per Francesco un punto centrale, un topos della sua oratoria: “Non siate mai
uomini e donne tristi!" (Omelia, XXVIII Giornata Mondiale della
Gioventù, 24 marzo 2013).
Poi una
bordata alle facili invettive “acchiappa consenso” contro i migranti. (Salvini e
Le Pen, ce l’ha con voi ma non si vuole abbassare al livello della politica
populista per dirlo esplicitamente). La bordata ha la forma della domanda
retorica che introduce alla prima piaga: l’accoglienza nei confronti
dei migranti.
“I migranti sono umani
di seconda classe? Dobbiamo fargli sentire che sono cittadini, che sono figli
di Dio, che sono migranti come noi. Perché tutti noi siamo migranti […]. Tutti
siamo migranti. Figli di Dio che ci ha messo tutti in cammino. […] Tutti siamo
migranti nel cammino della vita.”
Francesco
passa alla seconda piaga: la disoccupazione. Il papa pone l’accento su una
verità presentata nel suo terribile e drammatico splendore:
“C’è la Caritas che dà
da mangiare. Ma il problema non è mangiare. Il problema più grave è non avere
la possibilità di portare il pane a casa, di guadagnarlo. […] Questa mancanza
di lavoro ci ruba la dignità.”
Segue una scomunica
di fatto:
“600 euro al mese per
11 ore al giorno di lavoro. Questo non è umano. Questo non è cristiano. E se
quello che fa questo si dice cristiano è un bugiardo.”
Infine, la
potente metafora
della “spuzza”. I piccoli errori nell’ottimo italiano di Bergoglio
rendono il suo dire espressivo e concreto.
“Se noi chiudiamo la
porta ai migranti, se noi togliamo il lavoro e la dignità alla gente. Come si
chiama questo? Si chiama corruzione. Corruzione. La corruzione spuzza e la
società corrotta spuzza. […] Un cristiano che lascia entrare la corruzione
dentro di sé non è cristiano. Spuzza!”
La
conclusione è una captatio benevolentiae.
Una frase in napoletano:
“A Maronna
v’accumpagni”. E ci liberi dal male, dalla
disoccupazione e dalla spuzza.
venerdì 2 gennaio 2015
Fate vobis. Il discorso d'addio di Giorgio Napolitano
Ci mancherà lo stile risorgimentale di Giorgio
Napolitano. L’uso dell’epiteto, il lessico desueto, l’inizio della frase con il
gerundio. Un’oratoria che lo ha reso unico nel linguaggio politico contemporaneo.
Un periodare aulico che non si astiene,
tuttavia, dal dare una mazzata a Salvini e ai Cinque Stelle e non manca di
dimostrare in modo esplicito le personali difficoltà.
Il discorso di fine 2014 inizia con un atto linguistico puro: dare le dimissioni,
un’azione che si produce attraverso le parole.
“Il messaggio augurale di fine d'anno che ormai dal 2006
rivolgo a tutti gli italiani, presenterà questa volta qualche tratto speciale e
un po' diverso rispetto al passato. Innanzitutto perché le mie riflessioni
avranno per destinatario anche chi presto mi succederà nelle funzioni di
Presidente della Repubblica.
Funzioni che sto per lasciare, rassegnando le dimissioni:
ipotesi che la Costituzione prevede espressamente.”
Segue un’ammissione della propria fragilità,
che viene espressa con un registro decisamente poetico: “le
incognite racchiuse dai segni dell’affaticamento”.
“[…] dico semplicemente che ho il dovere di non
sottovalutare i segni dell'affaticamento e le incognite che essi racchiudono, e
dunque di non esitare a trarne le conseguenze.”
Il presidente affida a una preterizione l’endorsement
in favore del premier Matteo Renzi.
La preterizione è una figura sofisticata:
consente di affermare di evitare di parlare di qualcosa, quando, in realtà, se
ne sta parlando. La preterizione di Napolitano è doppia ed è introdotta da “Non
occorre che io ripeta” e da “non
torno ora”. Ovviamente lo ripete
e ci torna, eccome!
“Non occorre che io ripeta - l'ho fatto ancora di recente
in altra pubblica occasione - le ragioni dell'importanza della riforma del
Parlamento, e innanzitutto del superamento del bicameralismo paritario, nonché
della revisione del rapporto tra Stato e Regioni.
Ma sul necessario più vasto programma di riforme -
istituzionali e socio-economiche - messo in cantiere dal governo, sulle
difficoltà politiche che ne insidiano l'attuazione, sulle possibilità di
dialogo e chiarimento con forze esterne alla maggioranza di governo - anche,
s'intende, e in via prioritaria, per il varo di una nuova legge elettorale -
non torno ora avendovi già dedicato largamente il mio intervento, due settimane
fa, all'incontro di fine anno con i rappresentanti delle istituzioni, delle
forze politiche e della società civile.”
Segue un riferimento alla deludente economia
italiana e agli sforzi ancora vani per rilanciarla. Il riferimento introduce
una frecciata a Salvini e al Movimento 5 Stelle e alle loro istanze anti euro.
“Nulla di più velleitario e pericoloso può invece esservi
di certi appelli al ritorno alle monete nazionali attraverso la disintegrazione
dell'Euro e di ogni comune politica anti-crisi.”
Una tripletta di gerundi apre le frasi che
esortano a non cadere del baratro dell’anti-politica: “guardando”, “vedendo”, “bollandola”.
Ritorna alla mente: “Ma sedendo e mirando…” di Giacomo
Leopardi.
“Guardando ai tratti più negativi di questo quadro, e
vedendo come esso si leghi a debolezze e distorsioni antiche della nostra
struttura economico-sociale e del nostro Stato, si può essere presi da un senso
di sgomento al pensiero dei cambiamenti che sarebbero necessari per aprirci un
futuro migliore, e si può cedere al tempo stesso alla sfiducia nella politica,
bollandola in modo indiscriminato come inadeguata, inetta, degenerata in
particolarismi di potere e di privilegio.
Non può, non deve essere questo l'atteggiamento diffuso
nella nostra comunità nazionale.”
Ed, effettivamente, davanti alla crisi
economica del nostro Paese “il cor
si spaura”.
L’intero discorso è costellato da espressioni
dal sapore antico. Lo sono gli aggettivi usati in forma di epiteto e posti
prima del nome: “ragionata fiducia”; “magnifico impegno”;”intangibili
valori”. E lo sono anche le parole ormai desuete,
soprattutto nel mondo dei media e della politica: “lena”; “cimento”.
Il discorso si conclude con l’esortazione alla
palingenesi che deve seguire alla crisi economica, così come successe nell’Italia
post-bellica.
“Ciascuno faccia la sua parte al meglio.”
È giusto, facciamo del nostro meglio.
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