Bellissima intervista di Antonio Gnoli su La Repubblica a Bice Moratara Garavelli, autrice del “Manuale di retorica”, Nell’intervista si parla del suo maestro Benvenuto Terracini, della sua amica Maria Corti e della drammatica morte di suo figlio. E, ovviamente, di #retorica. Di seguito alcuni passaggi dell’intervista.
Qual è il fascino della retorica?
“Direi l’arte di persuadere”.
E il limite?
“La capacità di ingannare”.
In un politico?
“Se è sprovvisto del senso della cosa pubblica la menzogna diventerà essa stessa cattiva persuasione “.
Quanto incide la retorica in pubblicità?
“Tantissimo. Ma in modo inconsapevole. Un brano pubblicitario mette in gioco tutti i congegni della retorica, ma senza esserne profondamente cosciente “.
La retorica è una forma di potere?
“È il potere di “fare presa” sui destinatari. Ma per catturare le persone cui ci si rivolge bisogna identificarsi con loro. Le diverse maniere di raggiungere tale identificazione sono l’oggetto della retorica”.
[…]
Da discorso innocuo e ornamentale, come la consideravano gli antichi, diventa una strategia comunicativa di conquista.
“Anche nell’antichità si pensava alla lingua come potere di persuasione. La retorica nasce nel V secolo avanti Cristo. Nella Magna Grecia e in Sicilia “.
Dove il pensiero divagava.
“Mica tanto. Fin da subito le tecniche retoriche si manifestano sia come l’arte di difendersi e di attaccare nelle controversie giuridiche e nei dibattiti politici; sia nell’uso della parola come suggestione, trascinatrice degli animi, incantamento della ragione “.
Agilità e versatilità della parola.
“Già Omero immaginò che il sapiente sapeva conversare con gli uomini in molti modi. La retorica occidentale fu alla base della creazione della civiltà greca. Per il suo fiorire furono determinanti lo sviluppo della polis e la democrazia”.
Non crede che la retorica ci abbia allontanati dalla verità?
“Nietzsche aveva compreso che il linguaggio è eminentemente retorico e che per questo non vive di verità ma di assenza di verità. Le mobili metafore non sono il riflesso della realtà ma la sua falsificazione o trasformazione”. Leggi l’intervista
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domenica 15 novembre 2015
lunedì 23 marzo 2015
Papa Francesco: il discorso della “spuzza”
Papa
Francesco il 21 marzo a Scampia mette il coltello nelle piaghe della società. Lo
infila nelle ferite del nostro tempo e lo gira senza pietà, in senso orario e
anti-orario. Le piaghe sono i migranti trattati come “cittadini di seconda
classe”, la disoccupazione che toglie la dignità ed espone alle tentazioni, la
corruzione dei singoli e della cattiva politica.
Sottolinea
come la vita a Napoli non sia mai stata facile, “ma però non è mai stata triste”.
La scelta di essere felici è per Francesco un punto centrale, un topos della sua oratoria: “Non siate mai
uomini e donne tristi!" (Omelia, XXVIII Giornata Mondiale della
Gioventù, 24 marzo 2013).
Poi una
bordata alle facili invettive “acchiappa consenso” contro i migranti. (Salvini e
Le Pen, ce l’ha con voi ma non si vuole abbassare al livello della politica
populista per dirlo esplicitamente). La bordata ha la forma della domanda
retorica che introduce alla prima piaga: l’accoglienza nei confronti
dei migranti.
“I migranti sono umani
di seconda classe? Dobbiamo fargli sentire che sono cittadini, che sono figli
di Dio, che sono migranti come noi. Perché tutti noi siamo migranti […]. Tutti
siamo migranti. Figli di Dio che ci ha messo tutti in cammino. […] Tutti siamo
migranti nel cammino della vita.”
Francesco
passa alla seconda piaga: la disoccupazione. Il papa pone l’accento su una
verità presentata nel suo terribile e drammatico splendore:
“C’è la Caritas che dà
da mangiare. Ma il problema non è mangiare. Il problema più grave è non avere
la possibilità di portare il pane a casa, di guadagnarlo. […] Questa mancanza
di lavoro ci ruba la dignità.”
Segue una scomunica
di fatto:
“600 euro al mese per
11 ore al giorno di lavoro. Questo non è umano. Questo non è cristiano. E se
quello che fa questo si dice cristiano è un bugiardo.”
Infine, la
potente metafora
della “spuzza”. I piccoli errori nell’ottimo italiano di Bergoglio
rendono il suo dire espressivo e concreto.
“Se noi chiudiamo la
porta ai migranti, se noi togliamo il lavoro e la dignità alla gente. Come si
chiama questo? Si chiama corruzione. Corruzione. La corruzione spuzza e la
società corrotta spuzza. […] Un cristiano che lascia entrare la corruzione
dentro di sé non è cristiano. Spuzza!”
La
conclusione è una captatio benevolentiae.
Una frase in napoletano:
“A Maronna
v’accumpagni”. E ci liberi dal male, dalla
disoccupazione e dalla spuzza.
giovedì 14 agosto 2014
giovedì 27 marzo 2014
Il vocabolario rischiatutto di Matteo Renzi
In un mese, Renzi ha usato parole che lo impegnano enormemente. Di seguito, solo alcuni tra i termini rischiatutto dei primi trenta giorni (e poco più) di governo. "Le parole sono pietre" scriveva Carlo Levi. Pietre che ipotecano il futuro del premier.
A
Auto blu. Sono il simbolo del privilegio che questo ambizioso Governo promette di combattere con mano ferma. Nella conferenza stampa del 12 marzo, Renzi ha annunciato la loro messa all'asta. Nel rilancio di un Paese dai conti disastrati, la vendita di 1.500 auto sembrerebbe marginale. Nell'oratoria renziana non lo è. Le auto blu assumono la dignità di star del discorso.
Auto blu. Sono il simbolo del privilegio che questo ambizioso Governo promette di combattere con mano ferma. Nella conferenza stampa del 12 marzo, Renzi ha annunciato la loro messa all'asta. Nel rilancio di un Paese dai conti disastrati, la vendita di 1.500 auto sembrerebbe marginale. Nell'oratoria renziana non lo è. Le auto blu assumono la dignità di star del discorso.
Se vuoi vedere le altre voci, vai su: http://www.huffingtonpost.it/flavia-trupia/il-vocabolario-rischiatutto-di-matteo-renzi_b_5035988.html?utm_hp_ref=italy
giovedì 25 aprile 2013
#Streaming: con la metafora del freezer. #Letta esce a testa alta
Enrico Letta esce a testa
alta dal temibile incontro in streaming con i rappresentanti del Movimento 5
Stelle.
Inizia con una excusatio propter infirmitatem, ammettendo
la propria consapevolezza di affrontare una sfida complessa:
“Mi trovo di fronte a un compito nuovo e irto di difficoltà.”
Tuttavia,
chiarisce immediatamente che non lascerà spazio all’inesperienza dei parvenue delle istituzioni con una metafora
che, allo stesso tempo, è un’allusione
alla predilezione dei 5 Stelle nei confronti della verginità politica:
“I ministri non devono fare scuola guida.”
Il grillino Nuti ribatte
utilizzando la stessa metafora:
“In Italia ci sono molti che hanno la patente ma che non sanno
guidare bene.”
Ma
un Letta in piena forma non cade nel tranello:
“Cercherò di mettere persone competenti.”
“Non ho detto con 40 anni di esperienza.”
Poi,
mette alle strette Crimi e Lombardi con una serie di metafore: il “congelamento” che,
in altri passaggi, diventa “freezer” e “saracinesca”:
“Se le nostre istituzioni sono al degrado è perché non sono in
grado di decidere. È un danno per i cittadini.”
“Scongelate le vostre posizioni dai no.”
“Vorremmo
trovare un modo di parlarvi, non di discutere come in un grande freezer.”
“C’è questa
saracinesca abbassata.”
È
un modo per distribuire le responsabilità e un monito, per evitare di consegnare
“ai cittadini un nulla di fatto”.
Roberta
Lombardi tenta il colpo, consegnando all’incaricato premier la proposta di legge
del Movimento sui rimborsi elettorali. Letta ringrazia, la prende e non
commenta.
In
chiusura, Enrico Letta vuole dare una stoccata a Grillo che nel suo blog oggi
ha pubblicato un requiem della Repubblica italiana, espresso con un’anafora:
“Il 25 aprile è morto.
Nella nomina a presidente del Consiglio di un membro del Bilderberg
il 25 aprile è morto, nella grassa risata del piduista
Berlusconi in Parlamento
il 25 aprile è morto, nella distruzione dei nastri delle
conversazioni tra Mancino e Napolitano
il 25 aprile è morto”
Letta è caustico:
“Dite a Beppe Grillo che Dio è morto ma che dopo tre giorni è
risorto.”
Un riferimento al Pd?
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lunedì 8 aprile 2013
“Haec ornamenta mea”. Maroni gioca a fare Cornelia
La metafora come riscatto etico. Maroni a Pontida ha mostrato al popolo leghista i sacchetti con i diamanti acquistati dall’ex tesoriere Belsito, ora espulso dal partito e inquisito.
La ricerca della verginità perduta trova nel suo cammino una metafora: i bravi leghisti sono preziosi come diamanti.
Brandendoli Maroni afferma:
“Ho chiesto ai dirigenti delle varie regioni di consegnarli ai militanti più meritevoli e alle sezioni che più s’impegnano per il movimento: sono loro i nostri diamanti.”
“Questi sono i miei gioielli”. Maroni come Cornelia?
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lunedì 7 maggio 2012
Ich bin ein Berliner. La preghiera di Kennedy per la libertà
Sono in viaggio di lavoro in giro per il Sud America e posso seguire con difficoltà i discorsi più o meno potenti di casa nostra. Ne approfitto per una pausa salutare e per rispolverare qualche super classico dell'oratoria.
La collana di Dvd "Le parole che hanno cambiato il mondo", in edicola in questi giorni con il Corriere della sera, ha riproposto il discorso pronunciato da John F. Kennedy nel giugno del 1963 a Berlino Ovest, in piena della Guerra Fredda.
Un'allocuzione passata alla storia per una frase chiave che il presidente Usa dice in tedesco, incastonandola in un discorso pronunciato in inglese:
«Ich bin ein Berliner», "Sono un berlinese".
Quanta retorica in questa fase. E di quella buona! Le arguzie linguistiche e stilistiche si sommano offrendo all'uditorio vari livelli di comprensione e coinvolgimento. Non è affatto scontato che il pubblico li individui tutti. Anzi, questo non avviene quasi mai, ciò malgrado ne riesce ad apprezzare lo spessore e la portata.
Innanzitutto Kennedy mette in campo una captatio benevolentiae. Forse banale, ma sempre un cavallo di battaglia. Noi tutti proviamo gratitudine per lo straniero che si sforza di parlare la lingua locale. Lo sanno bene le pop e le rock star che, nei concerti, cercano di pronunciare qualche frasetta nella lingua indigena. Sembra che la Pausini sia un'esperta assoluta nel campo.
Poi, il presidente Usa si sofferma sulla spiegazione del significato della frase, in puro stile divulgativo made in Usa, che mira alla comprensione anche dei più disattenti o dei più impermeabili alle profondità della lingua:
«Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire "civis Romanus sum" oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire "Ich bin ein Berliner".»
In chiusura Kennedy torna sul punto, non vuole che a nessuno sfugga il concetto. Tutti, proprio tutti, devono comprendere cosa intende dire:
«Ogni uomo libero, ovunque viva, è cittadino di Berlino. E, dunque, come uomo libero, sono orgoglioso di dire "Ich bin ein Berliner".»
Ecco un altro livello: essere berlinesi come metafora di libertà.
Non manca una liturgia: l'iterazione di una frase gemella, benché eterozigote, di «Ich bin ein Berliner»:
«Che vengano a Berlino.»
È la risposta ai sostenitori del comunismo, dei quali Kennedy rievoca e smonta le argomentazioni, formando quattro coppie:
Coppia uno.
«Ci sono molte persone al mondo che veramente non capiscono, o dicono di non capire, quale sia il grande elemento di differenza tra il mondo libero e quello comunista.
Che vengano a Berlino.»
Coppia due.
«Ce ne sono alcune che dicono che il comunismo è l'onda del futuro.
Che vengano a Berlino.»
Coppia tre.
«E ce ne sono alcune che, in Europa come altrove, dicono che possiamo collaborare con i comunisti.
Che vengano a Berlino.»
Coppia quattro.
«E ce ne sono anche certe che dicono che è vero che il comunismo è un sistema malvagio, ma che permette di ottenere il progresso economico.
Che vengano a Berlino.»
È il meccanismo che coloro che vanno a messa conoscono bene: «Cristo pietà, Signore pietà».
Saluti da Bogotà.
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martedì 8 novembre 2011
Glossario della crisi di Governo. P come Passo indietro o Passo di lato
lunedì 7 novembre 2011
Glossario della crisi di Governo. F come Fronda

F Fronda
Il termine viene spesso usato dai media come sinonimo di “malpancisti” (vedi post precedente), rispetto ai quali i frondisti sembrano avere una maggiore attitudine all’azione, oltre che al lamento. Un’azione che si traduce nell’incontrarsi, nello scrivere documenti programmatici e lettere aperte.
In termini linguistici è una metafora. In termini storici, il termine fa riferimento a un movimento politico nato in Francia fra il 1648 e il 1653 per esprimere malcontento nei confronti della pressione fiscale dovuta alla partecipazione alla Guerra dei Trent’anni.
Se, poi, la fronda ha anche un forte mal di pancia che contagia altre fronde l’albero cade.
Il termine viene spesso usato dai media come sinonimo di “malpancisti” (vedi post precedente), rispetto ai quali i frondisti sembrano avere una maggiore attitudine all’azione, oltre che al lamento. Un’azione che si traduce nell’incontrarsi, nello scrivere documenti programmatici e lettere aperte.
In termini linguistici è una metafora. In termini storici, il termine fa riferimento a un movimento politico nato in Francia fra il 1648 e il 1653 per esprimere malcontento nei confronti della pressione fiscale dovuta alla partecipazione alla Guerra dei Trent’anni.
Se, poi, la fronda ha anche un forte mal di pancia che contagia altre fronde l’albero cade.
Glossario della crisi di Governo. M come Malpancista

M Malpancista.
Ecco una parola tipica delle crisi di Governo.
Un “malpancista” è un politico che esprime malessere all’interno del proprio schieramento, senza tuttavia proporre alternative. È un neologismo e, allo stesso tempo, una metafora che rende perfettamente l’idea: colui che si lamenta all’interno del “corpo” dello schieramento è un vero e proprio mal di pancia.
Ecco una parola tipica delle crisi di Governo.
Un “malpancista” è un politico che esprime malessere all’interno del proprio schieramento, senza tuttavia proporre alternative. È un neologismo e, allo stesso tempo, una metafora che rende perfettamente l’idea: colui che si lamenta all’interno del “corpo” dello schieramento è un vero e proprio mal di pancia.
giovedì 25 agosto 2011
Steve Jobs, il grande oratore, lascia Apple
Ha molto colpito i navigatori del Web la decisione di ieri di Steve Jobs, chief executive officer della Apple, di lasciare il suo ruolo per ragioni di salute.
Facciamo in bocca al lupo a Jobs e ricordiamo il suo famoso discorso del giugno 2005, tenuto all’università di Stanford in occasione della consegna dei diplomi (video).
In quell’occasione, Jobs diede dimostrazione delle sue grandi capacità oratorie, mettendo in campo figure retoriche raffinate.
Tra queste l’excusatio propter infirmitatem dell’incipit, l’attacco del discorso. In questo blog abbiamo incontrato più volte questa strategia dell’arte del dire, che consiste nello scusarsi per non sentirsi all’altezza del proprio ruolo di oratore:
«Sono onorato di essere con voi oggi, per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Ad essere sincero, questo è la cosa più vicina a una laurea, per me.»
Nel discorso a Stanford, Jobs racconta della propria malattia che, a quel tempo, sembrava superata. Anche raccontare qualcosa di sé è retorica. È un Erlebnis: un’esperienza personale ed emotiva che diventa una narrazione dal valore universale.
Jobs sintetizza il suo vissuto con una metafora:
«Qualche volta la vita ci colpisce come un mattone in testa.»
Quello di Stanford, è un discorso che mira alla motivazione: Jobs invita i ragazzi neolaureati a cercare e inseguire le proprie inclinazioni:
«Dovete trovare qualcosa che amate […]. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare, non accontentatevi.»
L’explicit, la chiusura, riassume il senso dell’intera allocuzione ed è di una potenza dirompente:
“Stay hungry, stay foolish”
Può essere tradotto con “Siate bramosi, siate insensati”. Secondo Jobs, il desiderio di farcela e un po’ di follia sono gli ingredienti per la realizzazione personale, la felicità ma, soprattutto, per realizzare qualcosa di nuovo.
Probabilmente è così. Pensiamo a Galileo cui nessuno riusciva a togliere dalla testa che col cavolo che è il sole a girare intorno alla Terra; a Galvani che torturava le rane in nome dell’elettrofisiologia; a Marconi che andava matto per la radio o a quel pazzotico di Orwell che, nel 1948, aveva avuto una strana visione di una società futura controllata dai media. Ma quando mai!
Facciamo in bocca al lupo a Jobs e ricordiamo il suo famoso discorso del giugno 2005, tenuto all’università di Stanford in occasione della consegna dei diplomi (video).
In quell’occasione, Jobs diede dimostrazione delle sue grandi capacità oratorie, mettendo in campo figure retoriche raffinate.
Tra queste l’excusatio propter infirmitatem dell’incipit, l’attacco del discorso. In questo blog abbiamo incontrato più volte questa strategia dell’arte del dire, che consiste nello scusarsi per non sentirsi all’altezza del proprio ruolo di oratore:
«Sono onorato di essere con voi oggi, per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Ad essere sincero, questo è la cosa più vicina a una laurea, per me.»
Nel discorso a Stanford, Jobs racconta della propria malattia che, a quel tempo, sembrava superata. Anche raccontare qualcosa di sé è retorica. È un Erlebnis: un’esperienza personale ed emotiva che diventa una narrazione dal valore universale.
Jobs sintetizza il suo vissuto con una metafora:
«Qualche volta la vita ci colpisce come un mattone in testa.»
Quello di Stanford, è un discorso che mira alla motivazione: Jobs invita i ragazzi neolaureati a cercare e inseguire le proprie inclinazioni:
«Dovete trovare qualcosa che amate […]. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare, non accontentatevi.»
L’explicit, la chiusura, riassume il senso dell’intera allocuzione ed è di una potenza dirompente:
“Stay hungry, stay foolish”
Può essere tradotto con “Siate bramosi, siate insensati”. Secondo Jobs, il desiderio di farcela e un po’ di follia sono gli ingredienti per la realizzazione personale, la felicità ma, soprattutto, per realizzare qualcosa di nuovo.
Probabilmente è così. Pensiamo a Galileo cui nessuno riusciva a togliere dalla testa che col cavolo che è il sole a girare intorno alla Terra; a Galvani che torturava le rane in nome dell’elettrofisiologia; a Marconi che andava matto per la radio o a quel pazzotico di Orwell che, nel 1948, aveva avuto una strana visione di una società futura controllata dai media. Ma quando mai!
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giovedì 28 aprile 2011
Collana “La forza delle parole” de L’Espresso: Pertini e il cane tignoso
Quanti epiteti e quante figure nel discorso radiofonico di Sandro Pertini del 27 aprile 1945.
Due giorni dopo la liberazione di Milano, Pertini si rivolge ai lavoratori milanesi incitandoli al riscatto, divenuto un obiettivo possibile grazie alla fine dell’oppressione nazifascista.
La retorica e gli espedienti stilistici danno enfasi alle parole di Pertini.
Tanti gli epiteti. La bandiera rossa è «rossa bandiera»; le armate che hanno vinto sono «vittoriose armate»; i partigiani coraggiosi sono «fieri partigiani».
Efficaci le figure e i paragoni. La dittatura fascista era fatta di «catene»; il nazifascismo è «un mostro»; la patria provata dalla guerra è «sanguinante» e Mussolini – senza troppi giri di parole – «meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso».
C’è ancora qualcuno che pensa che retorica e chiarezza siano in contrapposizione tra loro?
Due giorni dopo la liberazione di Milano, Pertini si rivolge ai lavoratori milanesi incitandoli al riscatto, divenuto un obiettivo possibile grazie alla fine dell’oppressione nazifascista.
La retorica e gli espedienti stilistici danno enfasi alle parole di Pertini.
Tanti gli epiteti. La bandiera rossa è «rossa bandiera»; le armate che hanno vinto sono «vittoriose armate»; i partigiani coraggiosi sono «fieri partigiani».
Efficaci le figure e i paragoni. La dittatura fascista era fatta di «catene»; il nazifascismo è «un mostro»; la patria provata dalla guerra è «sanguinante» e Mussolini – senza troppi giri di parole – «meriterebbe di essere ucciso come un cane tignoso».
C’è ancora qualcuno che pensa che retorica e chiarezza siano in contrapposizione tra loro?
martedì 1 febbraio 2011
Berlusconi e Bersani: botta e risposta, sul cavallo

Come non commentare la lettera di ieri del premier Silvio Berlusconi sul Corriere della Sera (vai alla lettera) e la risposta del leader dell’opposizione Pier Luigi Bersani.
Botta: la frustata al cavallo
Berlusconi affronta con decisione il tema spinoso del debito pubblico del Paese per il quale propone la cura della «frustata al cavallo», una metafora.
«occorre un’economia decisamente più libera, questa è la frustata di cui parlo, in un Paese più stabile, meno rissoso, fiducioso e perfino innamorato di sé e del suo futuro»
L’economia più libera si traduce nella riforma dell’articolo 41 della Costituzione, nell’allocazione sul mercato del patrimonio pubblico, nelle defiscalizzazioni per le imprese e per i giovani.
Metafora della frustata a parte, com’è lo stile?
Nell’insieme, la lettera è volutamente complessa. Non è stato fatto un tentativo di tradurre i tecnicismi.
Termini e modi di dire della quotidianità sono affiancati a parole desuete o ricercate.
I primi: «mostruoso», «formichine», «staremmo veramente messi male», «tanto al chilo».
I secondi: «gravame», «intrapresa privata», «asfittica», «malmostosi» (è un aggettivo lombardo, scorbutico, ingrugnato*).
Alcuni periodi sono decisamente lunghi e complicati per la presenza di diversi livelli di significato:
«Ma se riusciamo a portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni, e i mercati capiscono che quella è la strada imboccata dall’Italia, Paese ancora assai forte, Paese esportatore, Paese che ha una grande riserva di energia, di capitali, di intelligenza e di lavoro a partire dal suo Mezzogiorno e non solo nel suo Nord europeo e altamente competitivo, l’aggressione vincente al debito.»
Ancora:
«E per questo, dal momento che il segretario del Pd è stato in passato sensibile al tema delle liberalizzazioni e, nonostante qualche sua inappropriata associazione al coro strillato dei moralisti un tanto al chilo, ha la cultura pragmatica di un emiliano, propongo a Bersani di agire insieme in Parlamento, in forme da concordare, per discutere senza pregiudizi ed esclusivismi un grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana; un piano del governo il cui fulcro è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti, e misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico e di vasta defiscalizzazione a vantaggio delle imprese e dei giovani.»
Se l’uomo della «discesa in campo» e dell’«amore che vince sempre sull’invidia e sull’odio» parla complicato ci sarà un motivo: vuole, forse, alzare il livello del dibattito politico, svilito dall’affaire Ruby rubacuori e dai relativi «culi flaccidi». Necessità condivisibile e tentativo apprezzabile.
Risposta: la condizione di infelicità
Bersani risponde all’offerta di Berlusconi di realizzare un piano bipartisan per l’economia italiana rifiutandone l’autorevolezza:
«Per rivolgersi credibilmente all'opposizione Berlusconi dovrebbe potersi rivolgere credibilmente al Paese e alla comunità internazionale. Così non è.»
Si tratta di una negazione della felicità del dire, che rifiuta la possibilità stessa di parlare, di avere voce in capitolo.
*Devoto, Oli, Nuovissimo vocabolario illustrato della lingua italiana, Selezione dal Reader’s Digest.
Botta: la frustata al cavallo
Berlusconi affronta con decisione il tema spinoso del debito pubblico del Paese per il quale propone la cura della «frustata al cavallo», una metafora.
«occorre un’economia decisamente più libera, questa è la frustata di cui parlo, in un Paese più stabile, meno rissoso, fiducioso e perfino innamorato di sé e del suo futuro»
L’economia più libera si traduce nella riforma dell’articolo 41 della Costituzione, nell’allocazione sul mercato del patrimonio pubblico, nelle defiscalizzazioni per le imprese e per i giovani.
Metafora della frustata a parte, com’è lo stile?
Nell’insieme, la lettera è volutamente complessa. Non è stato fatto un tentativo di tradurre i tecnicismi.
Termini e modi di dire della quotidianità sono affiancati a parole desuete o ricercate.
I primi: «mostruoso», «formichine», «staremmo veramente messi male», «tanto al chilo».
I secondi: «gravame», «intrapresa privata», «asfittica», «malmostosi» (è un aggettivo lombardo, scorbutico, ingrugnato*).
Alcuni periodi sono decisamente lunghi e complicati per la presenza di diversi livelli di significato:
«Ma se riusciamo a portare la crescita oltre il tre-quattro per cento in cinque anni, e i mercati capiscono che quella è la strada imboccata dall’Italia, Paese ancora assai forte, Paese esportatore, Paese che ha una grande riserva di energia, di capitali, di intelligenza e di lavoro a partire dal suo Mezzogiorno e non solo nel suo Nord europeo e altamente competitivo, l’aggressione vincente al debito.»
Ancora:
«E per questo, dal momento che il segretario del Pd è stato in passato sensibile al tema delle liberalizzazioni e, nonostante qualche sua inappropriata associazione al coro strillato dei moralisti un tanto al chilo, ha la cultura pragmatica di un emiliano, propongo a Bersani di agire insieme in Parlamento, in forme da concordare, per discutere senza pregiudizi ed esclusivismi un grande piano bipartisan per la crescita dell’economia italiana; un piano del governo il cui fulcro è la riforma costituzionale dell’articolo 41, annunciata da mesi dal ministro Tremonti, e misure drastiche di allocazione sul mercato del patrimonio pubblico e di vasta defiscalizzazione a vantaggio delle imprese e dei giovani.»
Se l’uomo della «discesa in campo» e dell’«amore che vince sempre sull’invidia e sull’odio» parla complicato ci sarà un motivo: vuole, forse, alzare il livello del dibattito politico, svilito dall’affaire Ruby rubacuori e dai relativi «culi flaccidi». Necessità condivisibile e tentativo apprezzabile.
Risposta: la condizione di infelicità
Bersani risponde all’offerta di Berlusconi di realizzare un piano bipartisan per l’economia italiana rifiutandone l’autorevolezza:
«Per rivolgersi credibilmente all'opposizione Berlusconi dovrebbe potersi rivolgere credibilmente al Paese e alla comunità internazionale. Così non è.»
Si tratta di una negazione della felicità del dire, che rifiuta la possibilità stessa di parlare, di avere voce in capitolo.
*Devoto, Oli, Nuovissimo vocabolario illustrato della lingua italiana, Selezione dal Reader’s Digest.
venerdì 17 dicembre 2010
Di Pietro vuole sposare Bersani e Vendola: avranno fatto il corso pre-matrimoniale?

Antonio Di Pietro ha proposto a Bersani e Vendola di mettere in piedi una coalizione Idv, Pd e Sel.
Lo ha fatto con una metafora: «sposiamoci entro Natale».
Apprezzo il linguaggio figurato del leader dell’Idv. Ha un’accezione rurale e conferisce al personaggio una cifra stilistica molto caratterizzante.
Amo le metafore. Però, attenzione: sono strumenti linguistici affascinanti ma impegnativi. Allargano il campo semantico creando aspettative. Se di Pietro dice «sposiamoci» ci aspettiamo che, tra i futuri congiunti, ci sia almeno un briciolo di passione e ci chiediamo se gli sposi intendono fare la rituale preparazione pre-matrimoniale. E ci chiediamo ancora: Il loro è vero amore o è una più prosaica unione di convenienza?
Non per essere romantici a tutti i costi, ma i matrimoni d’interesse spesso non durano. Ricordiamoci come è finita, solo qualche giorno fa, con il cornificatore Scilipoti.
Allo «sposiamoci entro Natale» di Di Pietro do voto 7 con riserva. La riserva è dovuta al dubbio sul fatto che sia vero amore. Noi ragazze – anche se attempate - non prescindiamo.
Lo ha fatto con una metafora: «sposiamoci entro Natale».
Apprezzo il linguaggio figurato del leader dell’Idv. Ha un’accezione rurale e conferisce al personaggio una cifra stilistica molto caratterizzante.
Amo le metafore. Però, attenzione: sono strumenti linguistici affascinanti ma impegnativi. Allargano il campo semantico creando aspettative. Se di Pietro dice «sposiamoci» ci aspettiamo che, tra i futuri congiunti, ci sia almeno un briciolo di passione e ci chiediamo se gli sposi intendono fare la rituale preparazione pre-matrimoniale. E ci chiediamo ancora: Il loro è vero amore o è una più prosaica unione di convenienza?
Non per essere romantici a tutti i costi, ma i matrimoni d’interesse spesso non durano. Ricordiamoci come è finita, solo qualche giorno fa, con il cornificatore Scilipoti.
Allo «sposiamoci entro Natale» di Di Pietro do voto 7 con riserva. La riserva è dovuta al dubbio sul fatto che sia vero amore. Noi ragazze – anche se attempate - non prescindiamo.
venerdì 22 ottobre 2010
Il predellino e la sineddoche, il trampolino e la metafora
Dicembre 2007-ottobre 2010
L’espressione «partito del predellino» si riferisce all’estemporanea creazione del partito unico del centro-destra, il Popolo della Libertà, da parte di un Silvio Berlusconi dritto in piedi sul predellino della sua auto. L’annuncio avviene il 18 novembre 2007 a piazza San Babila a Milano.
Un’interessante forma linguistica. Ma a quale figura retorica corrisponde? A una sineddoche, direi.
La sineddoche consente di trasferire “il significato di una parola a un’altra in base a un rapporto di contiguità*”.
E il «trampolino» del famoso patto proposto il 16 ottobre 2010 dal Ministro Calderoli? L’espressione si riferisce all’esigenza di un nuovo accordo tra Berlusconi, Fini e Bossi, con l’obiettivo di evitare di andare al voto. Il trampolino non è una sineddoche ma una metafora. Nel primo caso, infatti, si designa un evento politico attraverso un oggetto fisico - il predellino dell’auto - che è stato parte della scenografia in cui l’evento ha avuto luogo. Nel secondo caso, invece, si fa riferimento a un concetto evocatore: la necessità di rilanciare un’alleanza che è inciampata in divergenze di vedute e battibecchi.
La metafora è senza dubbio la più conosciuta tra le figure retoriche (l’unica conosciuta, spesso). Attraverso la metafora viene ridefinito un oggetto, utilizzandone un altro con il quale il primo condivide uno o più tratti semantici. Un esempio: “Capelli biondi che ricordano il colore giallo dell’oro” diventano “capelli d’oro”, anche se quei capelli non sono di metallo.
*Marchese A. (1990), Dizionario di retorica e stilistica, Mondadori, Milano.
L’espressione «partito del predellino» si riferisce all’estemporanea creazione del partito unico del centro-destra, il Popolo della Libertà, da parte di un Silvio Berlusconi dritto in piedi sul predellino della sua auto. L’annuncio avviene il 18 novembre 2007 a piazza San Babila a Milano.
Un’interessante forma linguistica. Ma a quale figura retorica corrisponde? A una sineddoche, direi.
La sineddoche consente di trasferire “il significato di una parola a un’altra in base a un rapporto di contiguità*”.
E il «trampolino» del famoso patto proposto il 16 ottobre 2010 dal Ministro Calderoli? L’espressione si riferisce all’esigenza di un nuovo accordo tra Berlusconi, Fini e Bossi, con l’obiettivo di evitare di andare al voto. Il trampolino non è una sineddoche ma una metafora. Nel primo caso, infatti, si designa un evento politico attraverso un oggetto fisico - il predellino dell’auto - che è stato parte della scenografia in cui l’evento ha avuto luogo. Nel secondo caso, invece, si fa riferimento a un concetto evocatore: la necessità di rilanciare un’alleanza che è inciampata in divergenze di vedute e battibecchi.
La metafora è senza dubbio la più conosciuta tra le figure retoriche (l’unica conosciuta, spesso). Attraverso la metafora viene ridefinito un oggetto, utilizzandone un altro con il quale il primo condivide uno o più tratti semantici. Un esempio: “Capelli biondi che ricordano il colore giallo dell’oro” diventano “capelli d’oro”, anche se quei capelli non sono di metallo.
*Marchese A. (1990), Dizionario di retorica e stilistica, Mondadori, Milano.
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