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venerdì 4 settembre 2015
"In caso di disastro lunare", un discorso mai pronunciato
Un discorso all’insegna del “non si sa mai”. Lo ha scritto lo speechwriter William Safire nel luglio 1969 per il capo dello staff del presidente americano Nixon. Il mondo aspettava con trepidazione lo sbarco sulla Luna dell’Apollo 11. Safire scrive un discorso di riserva, nel caso gli astronauti Armstrong e Aldrin non fossero riusciti nella loro impresa. Ecco l’incipit:
“Il destino ha decretato che gli uomini che si sono recati sulla Luna per esplorarla in pace rimarranno sulla Luna per riposare in pace”. Fortunatamente il discorso non è mai stato pronunciato.
Questo contenuto è stato segnalato da Andrea Granelli, vicepresidente di PerLaRe, associazione Per La Retorica.
Qui per leggere il testo del discorso.
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martedì 3 febbraio 2015
domenica 9 novembre 2014
Signor Gorbačëv, abbatta questo muro: l’invocazione di Reagan
L’anniversario della caduta del muro di Berlino riporta alla memoria le parole del presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan che nel 1987, in occasione della sua seconda visita a Berlino, lancia una sfida a Michail Gorbačëv: gli chiede ti abbattere quel muro che dal 1961 divide barbaramente la città.
Nel suo
discorso, Reagan si rivolge in tedesco agli abitanti di Berlino Est. L’uso
della lingua dei destinatari è una captatio benevolentiae.
“Ma vorrei dire una
parola particolare agli abitanti di Berlino Est in ascolto: anche se non posso
essere in vostra compagnia, il mio discorso si rivolge tanto a voi quanto a chi
si trova davanti a me, dal momento che condivido con voi e con i vostri
concittadini di Berlino Ovest la salda e inalterabile convinzione che Es gibt nur ein Berlin (C’è soltanto una
Berlino).”
Reagan
definisce il muro di Berlino con una metafora: uno “sfregio”.
“Ebbene oggi io dico:
finché questa porta resterà chiusa, finché si terrà in piedi questo sfregio di
muro, non sarà soltanto la questione tedesca a restare aperta, ma la questione
della libertà di tutto il genere umano.”
Poi, la
sfida diretta a Gorbačëv, che prende la forma di un’invocazione:
“Segretario Generale Gorbačëv,
se cerca la pace, se cerca la prosperità per l’Unione Sovietica e l’Europa
Orientale, se cerca la liberalizzazione, venga qui davanti a questa porta. Segretario
Generale Gorbačëv, apra questa porta. Signor Gorbačëv… Signor Gorbačëv, abbatta
questo muro.”
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venerdì 10 ottobre 2014
Puntata di Rai Storia su De Gasperi con il mio commento
Ecco la puntata di Rai Storia su Alcide De Gasperi con il commento di Giuseppe Sangiorgi, Segretario Generale dell’Istituto Luigi Sturzo, e il mio. Introduce e chiude Paolo Mieli. Il programma è stato curato da Giuditta Di Chiara.
"Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me" (Discorso alla Conferenza di Pace di Parigi, 10 agosto 1946): con queste parole potenti De Gasperi rompe il ghiaccio in un contesto nel quale è considerato un nemico.
Cliccate qui.
Su retoricatiamo,it trovate il testo completo del discorso. Basta selezionare la lettera D di De Gasperi. Cliccate qui.
"Sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me" (Discorso alla Conferenza di Pace di Parigi, 10 agosto 1946): con queste parole potenti De Gasperi rompe il ghiaccio in un contesto nel quale è considerato un nemico.
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mercoledì 26 febbraio 2014
Renzi, il nuovo è il messaggio
Il premier Renzi ha fatto
del nuovo la sua bandiera, tanto da trasformarlo in un vero e proprio topos letterario, un motivo ricorrente
della sua narrazione, un cavallo di battaglia. Lo ha confermato lunedì 24
febbraio nel suo discorso al Senato e agli italiani speranzosi che il nuovo si possa
tradurre ben presto in più lavoro e meno tasse.
Tutto sa di nuovo: la
squadra di Governo giovane e rosa, l’atteggiamento informale delle mani in
tasca ma, soprattutto, il discorso a braccio. Per la prima volta un presidente
del Consiglio ha il coraggio di chiedere la fiducia basandosi solo su qualche
appunto scritto a penna. Una scelta che è stata molto criticata, ma che
certamente dimostra coraggio, padronanza e una prodigiosa capacità oratoria. Sì,
anche gli scettici (e gli invidiosi?) lo devono ammettere. Renzi sa parlare, e
di brutto.
Dopo i saluti e i
ringraziamenti di rito, il premier si serve di un altro topos letterario: il sogno di un mondo migliore che resiste,
malgrado siamo costretti a vivere in un tempo di “grande difficoltà, di
struggenti responsabilità”.
“[…] di fronte all'ampiezza di questa
sfida, abbiamo la necessità di recuperare il coraggio, il gusto e, per qualche
aspetto, anche il piacere di provare a fare dei sogni più grandi rispetto a
quelli che abbiamo svolto sino ad oggi e contemporaneamente accompagnarli da
una concretezza puntuale, precisa.”
Non si fa aspettare il topos più importante nella retorica
renziana: il nuovo. Il premier non perde occasione per sottolineare la sua
giovane età, citando una canzone di Gigliola Cinquetti.
“Riflettevo stamattina sul fatto che io non ho l'età per sedere
nel Senato della Repubblica. Non vorrei iniziare con una citazione colta e
straordinaria della pur bravissima Gigliola Cinquetti, ma è così: non ho l'età.”
Lo stesso topos viene
sottolineato anche in negativo. Il nuovo spazza via il “vecchio”. È la sua
natura.
“[…] vorrei essere l'ultimo
Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'Aula.”
In un discorso al Paese
non può mancare una captatio
benevolentiae, una strizzata d’occhio a coloro che sono fuori dall’aula, ai
cittadini che hanno la netta sensazione che le decisioni vengano sempre prese
sopra la loro testa, salvo poi chiedere loro di pagare il conto quando le cose
vanno male. Il concetto viene supportato da una doppia paronomasia, una figura retorica che accosta parole che hanno una
somiglianza fonica ma un significato diverso: mercati rionali - mercati
finanziari; Paese finito – Paese infinito.
“Tuttavia, non possiamo non partire
da un giudizio reale su ciò che sta fuori da queste Aule. Se in questi anni
avessimo prestato ai mercati rionali lo stesso ascolto che abbiamo prestato ai
mercati finanziari, ci saremmo accorti che la prima richiesta è la richiesta di
semplicità, di pace, di chiarezza; è la richiesta di una tregua della politica
rispetto ai cittadini. L'impressione che invece abbiamo dato è quella di un'angoscia
nel rapporto tra politici e cittadini, per i quali l'idea che oggi è forte nel
Paese è che l'Italia abbia già finito tutto il futuro che aveva, che l'Italia
abbia esaurito le sue carte e che sia un Paese finito, più che un Paese
infinito.”
Il concetto, viene
supportato da un paradosso,
un’affermazione contraria al senso comune: i cittadini sono “più avanti”
rispetto ai politici; sono i politici a doverli rincorrere, a dover accettare
di farsi condurre.
“Bene, noi abbiamo accelerato e
deciso di cambiare l'impostazione del Governo nelle forze politiche che lo
sostengono perché pensiamo che fuori di qui ci sia un'Italia viva, brillante e
curiosa; un'Italia che, nell'aspettarci fuori da questi Palazzi, si vuole bene
e che ci tiene a presentarsi bene. Un'Italia che non ci segue per un motivo:
perché è avanti a noi. È avanti a noi: siamo noi a doverla rincorrere e doverla
recuperare. È l'Italia che forse si sta stancando di aspettarci, e vi propongo,
vi proponiamo, come Governo, di fare di tutto per raggiungerla attraverso un
pacchetto di riforme che parta e consideri il semestre europeo come la principale
opportunità, che affronti prima del semestre europeo le scelte legate alle
politiche sul lavoro, sul fisco, sulla pubblica amministrazione, sulla
giustizia, che metta al centro il valore della scuola, ma che parta
naturalmente dalle riforme costituzionali, istituzionali ed elettorali, sulle
quali si è registrato un accordo che va oltre la maggioranza che sostiene
questo Governo, e per il quale noi non possiamo che dire che gli accordi li
rispetteremo nei tempi e nelle modalità prestabilite.”
Nel discorso del premier
colpisce un’ammissione. Renzi sconta pubblicamente il suo peccato originale:
non avere un “chiaro mandato elettorale”.
“Avrei preferito che questo passaggio
fosse stato preceduto da un chiaro mandato elettorale.”
Il discorso continua con
il desiderio di manutenere una
parola, ripristinando la nobiltà del suo significato. È il sostantivo
“politica”. Renzi rivendica di essere a capo di un Governo politico, non
tecnico.
“Non vi sorprenderà il fatto che in
questo Governo sono rappresentati i segretari dei maggiori partiti, perché
questo è un Governo politico e noi pensiamo che la parola "politica"
non sia una parolaccia. Noi pensiamo di poter andare nelle piazze a dire che la
politica che noi abbiamo in testa è reale, vera e precisa.”
Verso la conclusione,
emerge un colpo da maestro: l’attacco all’Italia piagnona.
“L'idea che il futuro dell'Italia non
sia quello di essere il fanalino di coda dell'Europa, che il futuro dell'Italia
non sia stare a lamentarsi e piangere dalla mattina alla sera, che il futuro
dell'Italia non sia semplicemente raccontarci come le cose vanno male o perché
non ci fanno lavorare.”
Ricorda la geniale Lezione
sul coraggio di Oscar Farinetti, amico e sostenitore di Renzi.
“Secondo me tutti noi nella vita, a
parte le grandi sventure legate alla salute, abbiamo un 50% di eventi sfigati e
un 50% di eventi fortunati. Il saldo è questo. Ci dividiamo in due grandi
categorie: chi ricorda e memorizza le sfighe e le racconta, chi ricorda e
memorizza le fortune e le racconta. Fortunatamente la maggioranza racconta le
sfighe. E sapete perché? Perché si cerca consolazione e si ottiene
consolazione. […] La consolazione è un appagamento interiore che diventa come
una droga. […] Man mano che sei consolato diventi sempre più sfigato e racconti
le tue disgrazie. […] Però, quando dobbiamo fare una società, quando dobbiamo
andare in vacanza, quando dobbiamo uscire la sera a cena, quando dobbiamo
sposarci, chi cerchiamo? Mica gli sfigati. Cerchiamo i fortunati. Quelli che
noi riteniamo essere fortunati. Quindi conviene essere fortunati.»
Tornando al discorso di Matteo
Renzi, appare con decisione un altro topos:
il coraggio. Matteo ha fatto di questa virtù un suo tratto distintivo. Il 24
febbraio ha offerto il suo petto, trasformandosi in eroe: “Se perderemo questa
sfida, la colpa sarà soltanto mia”. Al topos del coraggio, Renzi affida l’explicit del discorso.
“Noi abbiamo una sola occasione: è
questa. E noi vi diciamo, guardandovi negli occhi, che se dovessimo perdere,
non cercheremmo alibi. Se perderemo questa sfida, la colpa sarà soltanto mia.
Deve finire infatti il tempo in cui chi va nei palazzi del potere, poi, tutte
le volte trova una scusa. Non ci sono più alibi per nessuno e primo per me.”
“Noi siamo assolutamente certi che,
mettendo tutti noi stessi in questa sfida, la possibilità di cambiare è reale,
concreta e immediata, purché ciascuno di noi viva il futuro non come
un'incognita e purché ciascuno di noi sappia che è il tempo del coraggio e che
questo tempo del coraggio non esclude nessuno e non lascia alibi a nessuno.”
È il tempo di Matteo.
Tutti noi speriamo di cuore che lo sappia usare.
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martedì 16 luglio 2013
Malala, l’anafora, il paradosso, l’anticlimax
Una ragazzina vestita di rosa
confetto. Ha lo scialle di Benazir Bhutto e un paio di scarpe basse.
Parla all’Onu nell’aula magna gremita, davanti a Ban Ki-moon. È
il giorno del suo compleanno: appena 16 anni.
È sicura come un’oratrice navigata: ha un foglio davanti ma non legge; concede
il suo sguardo a tutti i presenti in sala, senza fissarsi sugli ascoltatori più
accondiscendenti; declama ad alta voce, lancia le sue bordate e attende per
vedere l’effetto che fanno. E l’effetto c’è, eccome. Il pubblico applaude
sempre più frequentemente. Qualcuno – le donne – si asciuga le lacrime.
Nel 2012 i Talebani hanno colpito alla testa questa ragazzina e hanno
rivendicato l’attentato, accusandola di essere una “femmina oscena”.
Non è una fanciulla come le altre. Non lo è la sua storia e non lo è il
suo eloquio. Lei lo sa, ma non vuole farlo pesare: preferisce apparire come una
ragazza qualsiasi, non come un fenomeno della natura. Teme l’effetto Guiness
dei primati, che sposterebbe l’attenzione su di lei e sulla performance, lasciando in un angolo
dimenticato i contenuti. È per questo che, dopo i ringraziamenti di rito,
Malala mette in campo una excusatio propter infimitatem, una voluta
diminuzione della sua persona e della sua storia.
“Io sono qui, una ragazza tra tante, e non parlo per me, ma per
tutti i bambini e le bambine.”
Segue un classico
della retorica: un’anafora, la ripetizione di una
parola o di un gruppo di parole all’inizio di frasi successive:
“Voglio far sentire la mia voce non perché posso gridare, ma
perché coloro che non l’hanno siano ascoltati. Coloro che lottano per i loro
diritti: il diritto di vivere in pace, il diritto di essere trattati con
dignità, il diritto di avere pari opportunità e il diritto di ricevere
un’istruzione.”
La storia
personale della pallottola in testa viene messa in evidenza da un paradosso, una contraddizione voluta:
“I terroristi pensavano che sparando avrebbero cambiato i nostri
obiettivi e fermato le nostre ambizioni, ma niente nella mia vita è cambiato
tranne questo: la debolezza, la paura e la disperazione sono morte. La forza,
il potere e il coraggio sono nati. Io sono la stessa Malala. Le mie ambizioni
sono le stesse. Così pure le mie speranze sono le stesse.”
Dal paradosso
scaturisce un messaggio d’amore, dal sapore messianico:
“Cari fratelli e sorelle io non sono contro nessuno. Nemmeno
contro i terroristi. Non sono qui a parlare in termini di vendetta personale
contro i Taliban o qualsiasi altro gruppo terrorista. Sono qui a parlare a
favore del diritto all’istruzione di ogni bambino.”
È un messaggio
che crea un impatto, perché spiazza l’uditorio che viene trascinato fino al
culmine del ragionamento: anche i figli dei Taliban, quelli che le hanno
sparato in testa, hanno diritto all’istruzione:
“Io voglio che tutti i figli e le figlie degli estremisti,
soprattutto Taliban, ricevano un’istruzione.”
L’uditorio è
convinto di essere arrivato al punto più alto dell’emozione. Ma l’oratrice
Malala non si ferma, alza l’asticella dei sentimenti con un anticlimax, una scala discendente che porta il ragionamento dalla divina
misericordia ultraterrena, all’eroica misericordia terrena, fino all’immensità
quotidiana dell’insegnamento dei genitori di una bimba la cui testa è stata
perforata dal proiettile di un idiota che pretendeva di conoscere la verità del
mondo. Un idiota che invece non sapeva niente di niente.
“Non odio neppure il Taliban che mi ha sparato. Anche se avessi
una pistola in mano ed egli mi stesse davanti e stesse per spararmi, io non
sparerei. Questa è la compassione che ho appreso da Mohamed, il profeta
misericordioso, da Gesù Cristo e dal Buddha. Questa è il lascito che ho
ricevuto da Martin Luther King, Nelson Mandela e Muhammed Ali Jinnah. Questa è
la filosofia della non-violenza che ho appreso da Gandhi, Bacha Khan e Madre
Teresa. E questo è il perdono che ho imparato da mio padre e da mia madre.
Questo è quello che la mia anima mi dice: siate in pace e amatevi l’un l’altro.”
Poi la rivelazione, la verità nel suo splendore: i terroristi terrorizzano
perché sono terrorizzati. Terrorizzati dalle donne e dall’istruzione. Che
miseria.
“Gli estremisti avevano e hanno paura dell’istruzione, dei libri
e delle penne. Hanno paura del potere dell’istruzione. Hanno paura delle donne.
Il potere della voce delle donne li spaventa. Ed è per questo che hanno appena
ucciso a Quetta 14 innocenti studenti di medicina. È per questo che fanno
saltare scuole in aria tutti i giorni. È per questo che uccidono i volontari
antipolio nel Khyber Pukhtoonkhwa e nelle Fata. Perché hanno avuto e hanno
paura del cambiamento, dell’uguaglianza che essa porterebbero nella nostra società.
[…] I Taliban hanno paura dei libri perché non sanno che cosa c’è scritto
dentro”.
Malala affonda il
coltello, grazie all’ironia. Si prende gioco dei Taliban, facendoli apparire
ridicoli:
“Pensano che Dio sia un piccolo essere conservatore che
manderebbe le bambine all’inferno soltanto perché vogliono andare a scuola.”
L’explicit – il finale – è fortissimo. Malala lo declama con un dito
alzato, guardando negli occhi il mondo intero. È potente perché non perde il focus del discorso. Rimane incollata alla tesi iniziale: l’istruzione
che salva la vita:
“Queste sono le nostre armi più potenti. Un bambino, un maestro,
una penna e un libro possono fare la differenza e cambiare il mondo.
L’istruzione è la sola soluzione ai mali del mondo. L’istruzione potrà salvare
il mondo.”
Grande Malala, la
ragazzina vestita di rosa confetto.
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mercoledì 13 febbraio 2013
Non di solo pane vivrà l'uomo
Nel suo primo discorso dopo le dimissioni, Benedetto XVI cita il passo del Vangelo sulle tentazioni di Gesù.
Ecco il testo:
1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3 E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio"».
5 Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto:
"Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo,
ed essi ti porteranno sulle loro mani,
perché tu non urti con il piede contro una pietra"».
7 Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».
8 Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: 9 «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto"».
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.Matteo (4,1-11)
Ecco il testo:
1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2 E, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3 E il tentatore, avvicinatosi, gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, ordina che queste pietre diventino pani». 4 Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di pane soltanto vivrà l'uomo, ma di ogni parola che proviene dalla bocca di Dio"».
5 Allora il diavolo lo portò con sé nella città santa, lo pose sul pinnacolo del tempio, 6 e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù; poiché sta scritto:
"Egli darà ordini ai suoi angeli a tuo riguardo,
ed essi ti porteranno sulle loro mani,
perché tu non urti con il piede contro una pietra"».
7 Gesù gli rispose: «È altresì scritto: "Non tentare il Signore Dio tuo"».
8 Di nuovo il diavolo lo portò con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, dicendogli: 9 «Tutte queste cose ti darò, se tu ti prostri e mi adori». 10 Allora Gesù gli disse: «Vattene, Satana, poiché sta scritto: "Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi il culto"».
11 Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli si avvicinarono a lui e lo servivano.Matteo (4,1-11)
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venerdì 7 settembre 2012
Obama accetta la candidatura alle presidenziali Usa e riafferma il “basic bargain”: lavora duro e avrai la tua opportunità
L’oratore Obama non perde il suo smalto e la sua grinta. Ieri sera alla convention di Charlotte ha formalmente accettato la candidatura alla elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America.
La sua entrata sul palco è preannunciata dalla moglie Michelle:
«Sono emozionata, onorata e fiera di presentare l’amore della mia vita, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.»
Barack guadagna la scena e Michelle lo abbraccia, sussurrandogli qualcosa nell’orecchio, poi si siede in prima fila con le figlie Malia e Sasha.
Obama è sicuro come sempre. La testa alta e lo sguardo lontano che sfida il modo. La platea urla in coro «Four more years, four more years, four more years». Ancora quattro anni.
La speranza è il primo tema affrontato nel discorso, con un esplicito riferimento al messaggio chiave che ha contraddistinto l’ispirazione politica di Obama: «The audacity of hope», il coraggio della speranza.
Uno slogan che i repubblicani stanno usando come arma contro l’attuale presidente, tacciando di scarsa concretezza la sua politica. Obama vuole sgombrare subito il campo e scrollarsi di dosso l’accusa di sognatore velleitario e inconcludente:
«Now, the first time I addressed this convention in 2004, I was a younger man; a Senate candidate from Illinois who spoke about hope, not blind optimism or wishful thinking, but hope in the face of difficulty; hope in the face of uncertainty…» [La prima volta che ho parlato in questa convention nel 2004 ero un uomo più giovane, un candidato al Senato dell'Illinois che parlava di speranza, non di cieco ottimismo o di utopie; di speranza di fronte alle difficoltà, di speranza di fronte all'incertezza.]
Segue la tesi principale del discorso. I cittadini, attraverso il voto, sono chiamati a scegliere una strada, una visione del mondo, un’idea di cosa sia veramente il sogno americano:
«And on every issue, the choice you face won’t be just between two candidates or two parties. It will be a choice between two different paths for L’American dream prende la forma del basic bargain (il patto fondamentale) e Barack le sembianze del cavaliere che lo difende dagli attacchi nemici. È il “patto” il cuore dell’argomentazione di Obama:
«My grandparents were given the chance to go to college, buy their own -- their -- their own home, and fulfill the basic bargain at the heart of America’s story: the promise that hard work will pay off; that responsibility will be rewarded; that everyone gets a fair shot, and everyone plays by the same rules, from Main Street to Wall Street to Washington, D.C. And I ran for President because I saw that basic bargain slipping away.» [I miei nonni hanno avuto la possibilità di andare al college, di comprare la propria casa e adempiere al patto fondamentale al centro della storia americana: la promessa che il duro lavoro pagherà, che la responsabilità sarà premiata; che ognuno ha un’opportunità e tutti giocano con le stesse regole, da Main Street a Wall Street a Washington, DC. Ho scelto di correre per la presidenza perché ho visto il rischio che il patto fondamentale svanisse.]
Solo dopo questa lunga introduzione, Obama pronuncia lo slogan della campagna 2012: «Forward.». Avanti! Uno messaggio che contiene una presupposizione linguistica: gli Usa di Barack hanno intrapreso la strada giusta, ma il cammino da fare è ancora lungo e accidentato. Si tratta di una formula felice, perché è assertiva e positiva ma non rinnega le difficoltà affrontate nel primo mandato e quelle da fronteggiare nell’eventuale secondo.
«I won’t pretend the path I’m offering is quick or easy. I never have. You didn’t elect me to tell you what you wanted to hear. You elected me to tell you the truth.» [Non voglio fingere che la strada che sto prospettando sia rapida o facile. Non l’ho mai fatto. Non mi avete eletto per dirvi quello che volevate sentirvi dire. Mi avete eletto per dirvi la verità.]
Nell’intero discorso ricorre il tentativo di coinvolgere direttamente l’uditorio, facendolo sentire protagonista e responsabile del futuro del Paese. Qualche esempio.
«We can help big factories and small businesses double their exports, and if we choose this path, we can create a million new manufacturing jobs in the next four years. You can make that happen. You can choose that future.» [Possiamo aiutare le grandi fabbriche e le piccole imprese a raddoppiare le loro esportazioni e, se si sceglie questa strada, siamo in grado di creare un milione di posti di lavoro nel manifatturiero nei prossimi quattro anni. Potete fare in modo che ciò accada. Potete scegliere questo futuro.]
«Help me recruit 100,000 math and science teachers within ten years, and improve early childhood education. Help give two million workers the chance to learn skills at their community college that will lead directly to a job. Help us work with colleges and universities to cut in half the growth of tuition costs over the next ten years. We can meet that goal together. You can choose that future for America.» [Aiutatemi ad assumere 100.000 insegnanti di scienze e matematica entro dieci anni, a migliorare l'istruzione della prima infanzia. Aiutatemi a dare a due milioni di lavoratori la possibilità di acquisire le competenze che porteranno direttamente a un posto di lavoro. Aiutatemi a lavorare con i college e le università per dimezzare la crescita dei costi di istruzione per i prossimi dieci anni. Siamo in grado di raggiungere questo obiettivo insieme. È possibile scegliere questo futuro per l'America.]
Molti i colpi di fioretto, le frasi memorabili da segnare sul diario del perfetto oratore. Ne segnalo due:
«And tonight, we pay tribute to the Americans who still serve in harm’s way. We are forever in debt to a generation whose sacrifice has made this country safer and more respected […]. When you take off the uniform, we will serve you as well as you’ve served us because no one who fights for this country should have to fight for a job, or a roof over their head, or the care that they need when they come home.» [E stasera, rendiamo omaggio ai soldati americani. Siamo in debito con una generazione il cui sacrificio ha reso questo Paese più sicuro e rispettato... Quando vi toglierete l'uniforme, a casa, vi serviremo così come voi avete servito noi. Faremo in modo che nessuna persona che combatte per questo Paese sia mai costretta a lottare per un posto di lavoro o per un tetto sulla testa o per le cure di cui ha bisogno.]
«We believe the little girl who’s offered an escape from poverty by a great teacher or a grant for college could become the next Steve Jobs, or the scientist who cures cancer, or the President of the
Il finale (explicit) ha il sapore di un passo della Bibbia, in linea con la tradizione oratoria segnata da Luther King:
«
L’America di Obama,
Video
Ps Non sono una traduttrice. Se avete correzioni, sarò felice di accoglierle!
giovedì 22 marzo 2012
Aung San Suu Kyi dà una spallata a due luoghi comuni: l'intolleranza è virtù da sfigati e che le donne parlino troppo è vero e va bene
Esce in questi giorni il film di Luc Besson "The lady", dedicato all'orchidea d'acciaio: il premio Nobel Aung San Suu Kyi, la donna politica birmana che ha sempre lottato per i diritti umani, pagando la sua scelta con l'allontanamento dalla famiglia e con vent'anni di arresti domiciliari.
In un video discorso inviato nel 1995 alla Conferenza mondiale sulle donne, Aung San offre una lezione su una parola chiave e ribalta un luogo comune.
La parola chiave è "tolleranza"; il luogo comune da ribaltare è la negatività del fatto che le donne parlano troppo.
La tolleranza. Secondo Aung San Suu Kyi la mancanza di tolleranza non è dovuta a un'eccessiva considerazione di sé, ma al suo contrario: l'insicurezza. Chi è consapevole del proprio ruolo sa valorizzare gli altri ed è in grado di accettare il dissenso.
«Spesso l'altra faccia della medaglia dell'intolleranza è l'insicurezza. Le persone insicure tendono a essere intolleranti, e la loro intolleranza dà libero sfogo a forze che minacciano la sicurezza degli altri. E dove c'è insicurezza, non può esistere una pace durevole»
Le donne parlano troppo. Aung San Suu Kyi sostiene che la propensione delle donne a parlare non sia una debolezza, ma un elemento di forza. Parlare, infatti, significa dialogo, significa confronto pacifico:
«in tutto il mondo è diffuso un vecchio pregiudizio secondo il quale le donne parlano troppo. Ma è veramente una debolezza? Non è piuttosto un elemento di forza? (...) le donne possono dare un valido contributo nelle situazioni di conflitto, portando a soluzioni basate sul dialogo piuttosto che sulla violenza».
Due argomentazioni potenti.
http://www.boardofstudies.nsw.edu.au/syllabus_hsc/pdf_doc/english-advanced-speeches-2009-2014.pdf
In un video discorso inviato nel 1995 alla Conferenza mondiale sulle donne, Aung San offre una lezione su una parola chiave e ribalta un luogo comune.
La parola chiave è "tolleranza"; il luogo comune da ribaltare è la negatività del fatto che le donne parlano troppo.
La tolleranza. Secondo Aung San Suu Kyi la mancanza di tolleranza non è dovuta a un'eccessiva considerazione di sé, ma al suo contrario: l'insicurezza. Chi è consapevole del proprio ruolo sa valorizzare gli altri ed è in grado di accettare il dissenso.
«Spesso l'altra faccia della medaglia dell'intolleranza è l'insicurezza. Le persone insicure tendono a essere intolleranti, e la loro intolleranza dà libero sfogo a forze che minacciano la sicurezza degli altri. E dove c'è insicurezza, non può esistere una pace durevole»
Le donne parlano troppo. Aung San Suu Kyi sostiene che la propensione delle donne a parlare non sia una debolezza, ma un elemento di forza. Parlare, infatti, significa dialogo, significa confronto pacifico:
«in tutto il mondo è diffuso un vecchio pregiudizio secondo il quale le donne parlano troppo. Ma è veramente una debolezza? Non è piuttosto un elemento di forza? (...) le donne possono dare un valido contributo nelle situazioni di conflitto, portando a soluzioni basate sul dialogo piuttosto che sulla violenza».
Due argomentazioni potenti.
http://www.boardofstudies.nsw.edu.au/syllabus_hsc/pdf_doc/english-advanced-speeches-2009-2014.pdf
lunedì 2 gennaio 2012
Giorgio Napolitano. Il discorso di fine anno del regista della politica italiana

Elegante e preciso. Due aggettivi per definire il discorso di fine anno di Giorgio Napolitano.
La varietà lessicale e la precisione millimetrica nella gestione del periodo ne fanno un’allocuzione che ha un carattere aristocratico e ottocentesco, senza perdere tuttavia quel mordente necessario a lasciare il segno.
La voce è calda (direi paterna) e la pronuncia chiarissima, appena ammorbidita da un tocco partenopeo, che la rende più vicina e terrena.
Uno stile – come sottolineato più volte nel blog – che in questo momento storico viene apprezzato per differenza, essendo l’esatto opposto della sguaiatezza, della sproporzione e della semplificazione in stile marketing dall’era berlusconiana.
Alcuni ingredienti del discorso di Napolitano.
1. PAROLE
(in ordine di apparizione nel discorso)
Recato
«Grazie a tanti di voi, a tanti italiani, uomini e donne, di tutte le generazioni e di ogni parte del paese per il calore con cui mi avete accolto ovunque mi sia recato per celebrare la nascita dell'Italia unita e i suoi 150 anni di vita».
Sconsiglio tutti quelli che non sono Giorgio Napolitano (e non ne hanno la statura istituzionale) di usare il termine “recato” al posto di “andato”.
Dibatte
«La radice di questi stati d'animo [scoraggiamento e pessimismo per la condizione attuale dell’Italia], anche aspramente polemici, è naturalmente nella crisi finanziaria ed economica in cui l'Italia si dibatte».
I comuni mortali avrebbero detto “la crisi finanziaria ed economica che l’Italia affronta”, ma “dibatte” è più preciso e ricco di sfumature, perché significa “reagire con fatica e anche in modo scomposto”.
Lena
«[…] colpire corruzione ed evasione fiscale. È un'opera di lunga lena, che richiede accurata preparazione di strumenti efficaci e continuità».
“Lena” significa respiro, fiato.
Maestranze
La parola viene pronunciata dal Presidente quando ricorda gli incontri nelle fabbriche che hanno caratterizzato il suo passato politico.
Il termine è preciso, in quanto indica “l’insieme di operai che lavorano in un grosso complesso industriale” (Devoti, Oli). Mi sembra però che abbia un’accezione leggermente snob. Avrei preferito “lavoratori”. “Operai”, invece, sarebbe stata una parola sbagliata, per la storia politica cui è legata, che avrebbe rischiato di dividere l’uditorio invece di unirlo.
Severa
«L'Italia può e deve farcela. La nostra società deve uscirne più severa e più giusta, più dinamica, moralmente e civilmente più viva, più aperta, più coesa».
Bell’aggettivo per suggerire che i politici e i cittadini devono dimostrare maggiore rigore ed essere alieni da cedimenti.
2. EPITETI
Un classico dei discorsi di Napolitano è l’aggettivo prima del nome che crea una sorta di epiteto. Tre esempi:
«gravosa ipoteca»
«fecondo dispiegarsi della conoscenza e del merito»
«acute necessità»
3. CHIAREZZA DEI CONTENUTI
Lo stile risorgimentale del Presidente non esclude la chiarezza dei contenuti. È questo l’aspetto che lo rende apprezzabile. Se i contenuti mancassero – o se non fossero chiari – l’allocuzione scivolerebbe nel puro manierismo.
Qualche esempio:
«Nessuno, oggi - nessun gruppo sociale - può sottrarsi all'impegno di contribuire al risanamento dei conti pubblici, per evitare il collasso finanziario dell'Italia».
«Ma non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell'Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale». Qui Napolitano dà un’elegante imbeccata ai sindacati, suggerendo loro il comportamento che devono tenere nel prossimo futuro.
«[…] colpire corruzione ed evasione fiscale».
«[…] i sacrifici sono inevitabili per tutti».
«All'Italia tocca perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una più conseguente integrazione europea, e non indietro verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali».
«[…] crescente presenza di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare».
Carissima Lega, hai capito?
La varietà lessicale e la precisione millimetrica nella gestione del periodo ne fanno un’allocuzione che ha un carattere aristocratico e ottocentesco, senza perdere tuttavia quel mordente necessario a lasciare il segno.
La voce è calda (direi paterna) e la pronuncia chiarissima, appena ammorbidita da un tocco partenopeo, che la rende più vicina e terrena.
Uno stile – come sottolineato più volte nel blog – che in questo momento storico viene apprezzato per differenza, essendo l’esatto opposto della sguaiatezza, della sproporzione e della semplificazione in stile marketing dall’era berlusconiana.
Alcuni ingredienti del discorso di Napolitano.
1. PAROLE
(in ordine di apparizione nel discorso)
Recato
«Grazie a tanti di voi, a tanti italiani, uomini e donne, di tutte le generazioni e di ogni parte del paese per il calore con cui mi avete accolto ovunque mi sia recato per celebrare la nascita dell'Italia unita e i suoi 150 anni di vita».
Sconsiglio tutti quelli che non sono Giorgio Napolitano (e non ne hanno la statura istituzionale) di usare il termine “recato” al posto di “andato”.
Dibatte
«La radice di questi stati d'animo [scoraggiamento e pessimismo per la condizione attuale dell’Italia], anche aspramente polemici, è naturalmente nella crisi finanziaria ed economica in cui l'Italia si dibatte».
I comuni mortali avrebbero detto “la crisi finanziaria ed economica che l’Italia affronta”, ma “dibatte” è più preciso e ricco di sfumature, perché significa “reagire con fatica e anche in modo scomposto”.
Lena
«[…] colpire corruzione ed evasione fiscale. È un'opera di lunga lena, che richiede accurata preparazione di strumenti efficaci e continuità».
“Lena” significa respiro, fiato.
Maestranze
La parola viene pronunciata dal Presidente quando ricorda gli incontri nelle fabbriche che hanno caratterizzato il suo passato politico.
Il termine è preciso, in quanto indica “l’insieme di operai che lavorano in un grosso complesso industriale” (Devoti, Oli). Mi sembra però che abbia un’accezione leggermente snob. Avrei preferito “lavoratori”. “Operai”, invece, sarebbe stata una parola sbagliata, per la storia politica cui è legata, che avrebbe rischiato di dividere l’uditorio invece di unirlo.
Severa
«L'Italia può e deve farcela. La nostra società deve uscirne più severa e più giusta, più dinamica, moralmente e civilmente più viva, più aperta, più coesa».
Bell’aggettivo per suggerire che i politici e i cittadini devono dimostrare maggiore rigore ed essere alieni da cedimenti.
2. EPITETI
Un classico dei discorsi di Napolitano è l’aggettivo prima del nome che crea una sorta di epiteto. Tre esempi:
«gravosa ipoteca»
«fecondo dispiegarsi della conoscenza e del merito»
«acute necessità»
3. CHIAREZZA DEI CONTENUTI
Lo stile risorgimentale del Presidente non esclude la chiarezza dei contenuti. È questo l’aspetto che lo rende apprezzabile. Se i contenuti mancassero – o se non fossero chiari – l’allocuzione scivolerebbe nel puro manierismo.
Qualche esempio:
«Nessuno, oggi - nessun gruppo sociale - può sottrarsi all'impegno di contribuire al risanamento dei conti pubblici, per evitare il collasso finanziario dell'Italia».
«Ma non dimentico come nel passato, in più occasioni, sia stata decisiva per la salvezza e il progresso dell'Italia la capacità dei lavoratori e delle loro organizzazioni di esprimere slancio costruttivo, nel confronto con ogni realtà in via di cambiamento, e anche di fare sacrifici, affermando in tal modo, nello stesso tempo, la loro visione nazionale, il loro ruolo nazionale». Qui Napolitano dà un’elegante imbeccata ai sindacati, suggerendo loro il comportamento che devono tenere nel prossimo futuro.
«[…] colpire corruzione ed evasione fiscale».
«[…] i sacrifici sono inevitabili per tutti».
«All'Italia tocca perciò levare la sua voce perché si vada avanti verso una più conseguente integrazione europea, e non indietro verso anacronistiche chiusure e arroganze nazionali».
«[…] crescente presenza di immigrati, con i loro bambini, che restano stranieri senza potersi, nei modi giusti, pienamente integrare».
Carissima Lega, hai capito?
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