L'abbiamo chiamata story telling, l'abbiamo chiamata public speaking, ma è un'arte antica e italiana, nata nella Magna Grecia. E' la #retorica.
L’arte del dire e del ragionare nella politica, nel business e nel web
Mercoledì 22 aprile 2015, ore 18,30. Associazione Civita, Piazza Venezia, 11 - Roma.
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mercoledì 15 aprile 2015
lunedì 16 febbraio 2015
Io cubo, tu cubi, egli cuba: la moda linguistica degli orecchianti
Dopo "slot" (qui), un'altra preoccupante moda linguistica. "Quante ore cuba questo progetto?" che, tradotto in italiano, significa "Quante ore di lavoro sono necessarie?".
Queste espressioni fanno sembrare chi le pronuncia degli orecchianti senza personalità. E' un peccato perché mi auguro che i "cubanti" abbiano molto di più da dire e da raccontare.
Cubanti, non cubate, parlate come magnate!
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lunedì 2 dicembre 2013
Grillo e i suoi nemici
Ogni eroe che si rispetti
ha bisogno di un nemico. Lo sa bene Berlusconi che ha fatto dei suoi antagonisti i
comunisti, prima, la magistratura, poi. Lo sa Renzi che si è scagliato contro
i vecchi in politica, nemici da rottamare. Lo sapeva benissimo quel grande
comunicatore di Steve
Jobs che, quando ha lanciato il Macintosh, ha utilizzato uno spot
che faceva apparire il concorrente Ibm intrusivo, omologante e dittatoriale
come il Grande Fratello. http://www.youtube.com/watch?v=ipQngtV_8oU
Beppe Grillo del Vaffaday di Genova ha individuato vari nemici:
i partiti e la finanza (super classici della sua fegatosa oratoria), i
politici, i sindacati, le Regioni e il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano per il quale ha chiesto l’impeachment.
Napolitano è l’antieroe di
turno. Quello su cui spostare tutte le antipatie del pubblico.
“Napolitano, uno che si è raddoppiato
la carica e nello stesso giorno ha distrutto le intercettazioni con Mancino.
Uno così non lo voglio. Rimarrà solo. E la deve tradire da solo, l’Italia.”
Regola numero 1: se vuoi
essere eroe trovati un antieroe e dallo in pasto alla piazza.
lunedì 9 gennaio 2012
Monty style: dallo story telling all’economy telling
Per quanto tempo lo storytelling, la narrazione finalizzata a coinvolgere l’uditorio, è stata indicata come unica arma di comunicazione vincente, a scapito di altre forme di argomentazione? Troppo.
Monti, con il suo stile, dimostra che le vie dell’argomentazione sono infinite e che non esiste la formula buona per tutte le stagioni.
Il neo premier, al contrario di quanto predicano guru o presunti guru della comunicazione, non affabula. Si limita a illustrare le ragioni delle scelte del suo governo. A volte riesce a farlo in modo semplice, a volte invece le spiegazioni sono un po’ ostiche per i più, ma l’uditorio apprezza comunque la competenza e il fatto stesso di essere trattato da pari a pari.
Monti puntualizza. Ci tiene a chiamare le cose con il loro nome. Chi evade le tasse è un ladro. Non è il Governo a mettere le mani nelle tasche degli italiani attraverso la tassazione – come sosteneva Berlusconi – ma sono gli evasori a farlo:
«Sono loro a mettere le mani nelle tasche di chi fa sacrifici».
Ieri sera, a CheTempoCheFa, ha dimostrato anche che non bisogna sempre (e solo) parlare terra terra per farsi capire e per coinvolgere i propri interlocutori. Ha utilizzato un linguaggio sofisticato, mettendo in campo parole come «dissipare», «manicheo» («nelle cose economiche non si può essere manichei»), «cogente», «durevole» («veri e durevoli posti di lavoro»).
È riuscito anche a sfatare il mito del politico che deve sempre avere risposte per tutto e, di conseguenza, è costretto a ricorrere agli slogan per colmare la carenza di soluzioni precostituite:
«Sarò un po’ evasivo […] le politiche vere meritano riflessioni che durano più di qualche secondo.»
Certo non essere stato costretto a promettere mari e monti per essere eletto è un grande vantaggio, come pure è un vantaggio essere stato presentato agli italiani come salvatore della patria. Ma sicuramente gli italiani erano stanchi della bonomia pubblicitaria che porta a dire che i ristoranti sono pieni quando il Paese è in crisi; della semplificazione estrema delle faccine di Brunetta e di essere tallonati dalle ricerche di mercato.
Monti, con il suo stile, dimostra che le vie dell’argomentazione sono infinite e che non esiste la formula buona per tutte le stagioni.
Il neo premier, al contrario di quanto predicano guru o presunti guru della comunicazione, non affabula. Si limita a illustrare le ragioni delle scelte del suo governo. A volte riesce a farlo in modo semplice, a volte invece le spiegazioni sono un po’ ostiche per i più, ma l’uditorio apprezza comunque la competenza e il fatto stesso di essere trattato da pari a pari.
Monti puntualizza. Ci tiene a chiamare le cose con il loro nome. Chi evade le tasse è un ladro. Non è il Governo a mettere le mani nelle tasche degli italiani attraverso la tassazione – come sosteneva Berlusconi – ma sono gli evasori a farlo:
«Sono loro a mettere le mani nelle tasche di chi fa sacrifici».
Ieri sera, a CheTempoCheFa, ha dimostrato anche che non bisogna sempre (e solo) parlare terra terra per farsi capire e per coinvolgere i propri interlocutori. Ha utilizzato un linguaggio sofisticato, mettendo in campo parole come «dissipare», «manicheo» («nelle cose economiche non si può essere manichei»), «cogente», «durevole» («veri e durevoli posti di lavoro»).
È riuscito anche a sfatare il mito del politico che deve sempre avere risposte per tutto e, di conseguenza, è costretto a ricorrere agli slogan per colmare la carenza di soluzioni precostituite:
«Sarò un po’ evasivo […] le politiche vere meritano riflessioni che durano più di qualche secondo.»
Certo non essere stato costretto a promettere mari e monti per essere eletto è un grande vantaggio, come pure è un vantaggio essere stato presentato agli italiani come salvatore della patria. Ma sicuramente gli italiani erano stanchi della bonomia pubblicitaria che porta a dire che i ristoranti sono pieni quando il Paese è in crisi; della semplificazione estrema delle faccine di Brunetta e di essere tallonati dalle ricerche di mercato.
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