martedì 7 dicembre 2010

La burocrazia deve scrivere per forza burocratese? La lezione dei testi resi noti da Wikileaks

La riposta è no, la burocrazia non deve per forza scrivere burocratese.
Questo post è dedicato a coloro che lavorano nella pubblica amministrazione italiana. Sono persone che spesso incontro nei corsi di formazione sulla scrittura. Molti lamentano il fatto di essere costretti a scrivere in burocratese.

Com’è il burocratese? Subordinate su subordinate, prima di arrivare al verbo principale seppellito sotto strati di polvere. «In considerazione di»; «Nell’ambito del progetto tal dei tali e alla luce della normativa…»; «Premesso che…». Vi ricorda qualcosa?

I dispacci inviati dal corpo diplomatico Usa per informare il proprio governo sulla situazione politica mondiale sono un esempio di come si possa scrivere, anche su temi delicati, utilizzando uno stile semplice. I messaggi resi pubblici dal sito Wikileaks hanno uno stile asciutto che, senza troppo subordinate, va subito al dunque: “soggetto + verbo + complemento. Punto”.

La pubblicazione di materiale informativo delicato e confidenziale non è certamente meritevole, anzi è un reato bello e buono. Resta tuttavia la lezione di scrittura: se vogliamo comunicare in modo forte e chiaro è meglio preferire uno stile con periodi brevi e poche frasi subordinate. Anche in italiano, non solo in inglese.

Chiudo il post con una citazione da Paolo Villaggio sul burocratese:

«ho visto dei funzionari “tentare” delle lettere e insabbiarsi su una serie di premesse, di coordinate e subordinate dalle quali non sono più usciti»

Villaggio P. (1971), Fantozzi, Rizzoli, Milano.


Voto ai testi della diplomazia Usa: 10.

giovedì 2 dicembre 2010

Gli studenti anti-Gelmini e la strategia della demolizione. Il premier disse: «fuori corso!»



Riprendo i temi del blog dopo la pausa dedicata alla presentazione del libro (Roma, 30 novembre, Bibli).
Colgo un’espressione nelle cronache sulle rivolte studentesche di piazza di questi giorni contro la riforma dell’università voluta dal ministro Gelmini: «fuori corso!»
.
Il premier Silvio Berlusconi ha definito in questo modo i rivoltosi: un classico meccanismo di screditamento.
È una tecnica linguistica usata con frequenza per minare la credibilità dell’avversario ed è una strategia che ricorre anche in famiglia: «Che ne sai tu di politica, che sei stato pure bocciato?!»; «Che ne sai tu di calcio, che quando abbiamo vinto con la Germania 4 a 3 non eri nemmeno nato?!»
I linguisti si sono concentrati spesso sul tema dell’autorevolezza della fonte: un vero e proprio patrimonio per sostenere una discussione, un dibattito o uno scontro politico.
Una cosa è se il giudice in un tribunale dice «La seduta è tolta»; un’altra è se lo dice l’imputato (John Langshow Austin nella foto).
Frase identica, risultato opposto. Qual è la differenza? La differenza è la credibilità della fonte della comunicazione in uno specifico contesto.
Gli studenti, se fuori corso, si presuppone non abbiano nulla da fare se non protestare. Questo smantella l’autorevolezza della protesta.
Oltre alle tecniche linguistiche di persuasione, la retorica mette a disposizione tecniche linguistiche di distruzione.

mercoledì 1 dicembre 2010

Presentazione "Discorsi potenti": grazie a tutti


Grazie a tutti per la partecipazione alla presentazione di ieri: sia fisica che con il pensiero. Sono commossa per la presenza di oltre cento persone. Un vero record, per la presentazione di un libro che non è scritto da Camilleri!

Ringrazio tutti coloro che hanno sfidato gli scioperi, un traffico feroce e varie inondazioni e saluto con affetto tutti coloro che, per gli stessi motivi, non sono riusciti a venire. Quelli che sono ancora imbottigliati sul muro torto, ci spediscano un sos: vi mandiamo un elicottero!


giovedì 18 novembre 2010

Presentazione Discorsi potenti di Flavia Trupia

Roma, 30 novembre, ore 21
Bibli, via dei Fienaroli 28

Reading di Elisa Lucarelli ed Emiliano Masala

Intervengono
Fabio Bistoncini, fondatore e partner FB&Associati Advocacy&Lobbying
Ilaria Tani, ricercatrice in teoria e filosofia dei linguaggi
Flavia Trupia

Modera
Stefano Ferrante, giornalista parlamentare de La7

martedì 9 novembre 2010

Zzzzz, le parole dormono. E i rottamatori di Renzi le risvegliano

Attenzione, non facciamo rumore: ci sono parole che dormono.

Sono le parole che vengono spesso usate nei discorsi: «auspichiamo il dovuto dialogo» o «un futuro con le radici nella storia».

Parallelamente ci sono gli insulti, contro gli avversari politici, contro i gay, contro gli stranieri, contro le donne. Dormono anch’essi per la loro banalità: ahimè, niente di nuovo, possiamo girarci dall’altra parte e continuare il nostro pisolino.

Poi, però, ci sono gli insulti creativi. I ribelli del Pd, capitanati dal sindaco di Firenze Matteo Renzi, si sono autodefiniti «rottamatori», perché vorrebbero mandare allo sfasciacarrozze il vetusto establishment del nostro Paese.

Il termine «rottamatori» in comunicazione funziona: si memorizza facilmente e riassume un sentimento diffuso tra gli italiani. Qual è il suo segreto? È uno straniamento.

In stilistica è una procedura che porta a deformare il linguaggio, creando una percezione inedita. È quanto succede prendendo in prestito l’espressione «rottamare» dal mondo delle auto usate e trasportandola nel mondo della politica.

Ok, ora ci siamo svegliati. Aspettiamo, però, i «costruttori».

Nel frattempo, vi vengono in mente o avete sentito insulti creativi?

Ecco un bell’esempio di straniamento della poetessa russa Anna Achmatova, che accosta l’ordinaria parola «cannuccia» al nobile termine «anima»:

Come con una cannuccia mi bevi l’anima.
Lo so, amaro e inebriante è il sapore,
ma il supplizio non turberò implorandoti.
(Anna Achmatova, 1911)

martedì 2 novembre 2010

Meglio guardare una bella ragazza che essere gay: anche la gaffe di Berlusconi è pura retorica

Oggi il premier Silvio Berlusconi al Salone del ciclo e motociclo di Milano ha, di fatto, insultato gli omosessuali. Non lo ha fatto in modo esplicito, ma in modo implicito, attraverso una presupposizione linguistica.
Berlusconi ha voluto sdrammatizzare il caso Ruby con le seguenti parole:
«Sono fatto così da sempre. Qualche volta mi capita di guardare in faccia un bella ragazza, ma è meglio essere appassionato di belle ragazze che gay.»
La presupposizione linguistica è un non dire che dice. E dice molto, anzi moltissimo. Cosa dice, esattamente? Che l’omosessualità è una condizione non desiderabile.
Ma dice anche qualcosa di più: dà per scontato che questa sia una convinzione condivisa da molti. La presupposizione linguistica, infatti, è un’informazione o una visione dei fatti che viene data per scontata e acquisita da tutti, anche se così non è.
Nella breve frase di Berlusconi compare anche un eufemismo: la parola «faccia». Siamo sicuri che Berlusconi, quando vede una bella ragazza, guardi proprio il volto?

venerdì 29 ottobre 2010

Il bunga bunga di Berlusconi e il materiale genetico di Clinton

1998-2010: gli anni passano ma l’eufemismo è sempre di moda. Ricompare su tutti i media con l’espressione «bunga bunga», riferita alle pratiche sessuali che, secondo le dichiarazioni della testimone diciassettene Ruby, si sarebbero tenute nella villa di Berlusconi ad Arcore.
L’eufemismo (dal greco eu = bene e phēmì = dico) è una figura molto frequente per dire senza dire, con l’obiettivo di evitare di offendere sensibilità e oltraggiare l’altrui senso del pudore.
Lo scandalo Clinton-Lewinsky del 1998 ci ha offerto una sorprendente collezione di salti mortali linguistici per definire lo sperma presidenziale, che aveva macchiato il tailleur della stagista Monica. Eccone una selezione: «fluido corporeo», «materiale genetico» o, in modo ancora più vago, alcuni parlarono di «indizi che farebbero supporre l’esistenza di un contatto sessuale».
Bunga bunga sembra derivi da una barzelletta cara al premier. La freddura recita, più o meno, così: due ministri del governo Prodi vengono catturati da una tribù africana. Il capo tribù pone un’alternativa ai due malcapitati: morire o bunga bunga. Il primo ministro sceglie per la soluzione bunga bunga e viene violentato; il secondo sceglie di morire. Ma il capo tribù dice: «prima bunga bunga, poi morire».
La barzelletta era, in origine, un componimento popolare in metrica accompagnato dalla musica.

(discorsi potenti)