lunedì 14 marzo 2011

John Kennedy 3. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, inventare una nuova espressione per passare alla storia: la «nuova frontiera»


Arrivo al punto chiave del discorso di John Kennedy alla Convention nazionale democratica del 1960: la «nuova frontiera» (new frontier).
L’espressione è il punto culminante e il filo conduttore dell’intera allocuzione.

Con «frontiera» Kennedy fa riferimento ai pionieri americani che, nell’Ottocento, si sono spinti alla conquista dell’ovest del Paese: il Far West.

La «nuova frontiera» è quella degli anni Sessanta con le sfide della modernità: «E io vi dico che la nuova frontiera è qui, che noi la cerchiamo oppure no. Al di là si trovano i territori inesplorati della scienza e dello spazio, i problemi irrisolti della pace e della guerra, le sacche non debellate dell’ignoranza e del pregiudizio, le questioni irrisolte della povertà e della sovrapproduzione.

Sarebbe più facile ritirarsi da quella frontiera, per guardare alla sicura mediocrità del passato, per cullarci nelle buone intenzioni e nella retorica delle belle parole, e chi preferisce quella strada non dovrebbe votare per me, qualunque sia il suo partito politico.»

La strategia linguistica di attribuire una definizione originale a un concetto o a un’idea si rivela quasi sempre efficace. Tale pratica ha un interessante risvolto mediatico, perché i mezzi d’informazione sono particolarmente ricettivi nei confronti di formule e slogan e l’opinione pubblica tende a memorizzarli a farli propri.

Un esempio illustre è l’enunciazione «Una casa divisa non può stare in piedi»,
pronunciata da Abramo Lincoln nel 1858, per sostenere la necessità di unire l’America divisa dalla schiavitù.

Tornando a tempi più recenti, chi non ricorda lo «Yes we can» usato nel 2008 da Barack Obama nel corso delle primarie americane. Lo slogan ha avuto un effetto eco formidabile anche grazie will.i.am, il fondatore e produttore del gruppo pop rap Black Eyed Peas, che ne ha fatto una canzone scaricabile su youtube.com e dipdive.com.

Anche in Italia abbiamo esempi simili. Silvio Berlusconi ha lanciato lo slogan «L’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio», a seguito dell’aggressione ricevuta il 13 dicembre 2010 a Milano dallo squilibrato Massimo Tartaglia. Lo slogan è diventato il titolo di un libro e il messaggio chiave della manifestazione organizzata dal Popolo della Libertà il 20 marzo a Piazza San Giovanni a Roma.

John Kennedy 2. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, il futuro è un calembour


Senza esagerare: è la premessa delle premesse. Senza esagerare, dicevo, nei discorsi è possibile usare qualche gioco di parole per facilitare la memorizzazione, per dare ritmo alla frase o per colpire il pubblico con la nostra arguzia.

Nel discorso pronunciato nel 1960 da John Kennedy alla Convention nazionale democratica troviamo un passaggio che si conclude con un riuscito gioco di parole sul tema del futuro.

«Una nazione organizzata e governata come la nostra è in grado o no di durare? Questo è il dilemma sostanziale. Ne abbiamo o non ne abbiamo la volontà e la forza d’animo? Siamo o no in grado di superare un’epoca nella quale assisteremo non solo a novità rivoluzionarie nel campo degli armamenti più distruttivi, ma anche a una gara per il dominio del cielo e della pioggia, degli oceani e delle maree, delle remote profondità dello spazio e degli intimi recessi delle menti umane? Siamo davvero capaci di questo? Siamo davvero all’altezza della situazione? Siamo davvero decisi a sacrificare anche noi il presente al futuro come fanno i russi, o dobbiamo sacrificare il nostro futuro per goderci il presente?»

Ecco un gioco di parole, una sorta di calembour. J’adore.

John Kennedy 1. Nel libretto pubblicato con L’Espresso, la preterizione di chi dice di non voler parlare male ma la fa


Mi tengo ancora qualche giorno fuori dalla politica nostrana per seguire le pubblicazioni de L’Espresso. Questa settimana il libretto uscito con il settimanale riporta alcuni tra i più famosi discorsi di John e Robert Kennedy.

Prendo in considerazione l’allocuzione alla Convention nazionale democratica tenuta da John Kennedy a Los Angeles nel luglio 1960. Per intenderci, è il discorso in cui l’allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti usa la ben nota espressione «nuova frontiera» (new frontier).

Tratterò la metafora «nuova frontiera» nel post John Kennedy 3, perché vorrei andare per ordine e segnalare qui un altro passaggio interessante, che è presente nello stesso discorso: una bella preterizione.

È una figura logica che permette all’oratore di fingere di voler tacere di un argomento, nel momento stesso in cui ne sta parlando.

La preterizione è presente nel linguaggio quotidiano, soprattutto quando si vuole dimostrare bontà d’animo o superiorità, senza però privarsi della soddisfazione di lanciare qualche frecciatina avvelenata. Un esempio:

«non voglio parlare di quanto sia spilorcio, incapace e puzzolente il mio collega Mario Rossi, perché sono una persona che odia i pettegolezzi».

Nel discorso alla Convention nazionale democratica, Kennedy usa una sofisticata preterizione per demolire il suo avversario Nixon e il partito repubblicano, in quel momento al potere:

«Noi tuttavia non stiamo solamente gareggiando contro il signor Nixon. Il nostro compito non è solamente quello di fare l’elenco degli insuccessi dei repubblicani. Cosa che poi non è affatto necessaria. Perché le famiglie cacciate dalle campagne sapranno per chi votare, senza che noi glielo diciamo. I minatori e gli operai tessili rimasti senza lavoro sapranno come votare. Gli anziani rimasti senza assistenza sanitaria, le famiglie senza una casa decorosa, i genitori senza possibilità di nutrire e istruire adeguatamente i loro figli, sanno tutti che è arrivato il momento di cambiare.»

Questo passaggio porta a una metafora potente, diretta conseguenza della preterizione appena citata:

«Siamo qui non per lamentarci del buio, ma per accendere la candela che ci può guidare attraverso quel buio, verso un futuro che ci veda sani e salvi.»

giovedì 10 marzo 2011

Presentazione di Discorsi potenti a Bruxelles, 30 marzo, Piola book shop

Il 30 marzo alle 18,27 (sì, 27: è un'abitudine della libreria) presenterò Discorsi potenti a Bruxelles alla libreria Piola, 66-68 rue Franklin.

Programma

Reading da Barroso, Blair, Clinton, Merkel, Luther King, Obama, Rosaria Schifani
a cura di Emiliano Masala e Dominique Pattuelli

Intervengono:

Graham Watson
, deputato del Parlamento Europeo

Andrea Pierucci, Professore di organizzazione politica europea, Università di Napoli L’Orientale

Modera Barbara Roffi


Ovviamente ci sarò anche io.


www.piolalibri.be/en_events.php

sabato 5 marzo 2011

Mandela 2: nel libretto pubblicato con L’Espresso, il locus amoenus del discorso di insediamento del 1994


Nel discorso di insediamento come presidente della Repubblica del Sudafrica, Mandela ci regala il topos letterario del locus amoenus: un luogo ideale e felice in cui l’uomo vive senza contrasti.

Il topos assume un particolare valore in una terra che ha vissuto la segregazione e la miseria ed è stata locus terribilis, l’esatto contrario del locus amoenus.

Il topos del locus amoenus, nella letteratura e nell’arte, è rappresentato dalla descrizione di una natura piacevole e rigenerante.

Ecco il locus amoenus nel discorso di insediamento di Mandela:

«Ai miei compatrioti posso dire, senza timore di sbagliare, che ciascuno di noi è intimamente legato alla terra di questo bel paese quanto lo sono i famosi alberi di jacaranda di Pretoria e le mimose di Bushveld. Ogni volta che uno di noi tocca questa terra avverte un senso personale di rinnovamento. L’umore dell’intera nazione cambia con l’alternarsi delle stagioni.
Una sensazione di gioia e di euforia ci pervade quando l’erba diventa verde e i fiori sbocciano»

Un espediente narrativo classico, come il locus amoenus, può assumere un significato nuovo e fresco, se attualizzato e contestualizzato. Il discorso di Mandela ne è la prova.

Mandela 1: nel libretto pubblicato con L’Espresso, la libertà bambina e la prosopopea del discorso di insediamento del 1994


Approfitto dell’iniziativa de L’Espresso per distrarmi dall’osservazione dei botta e risposta dell’attualità politica italiana e gettare uno sguardo ai discorsi potenti della contemporaneità.

Il libretto “Un mondo senza apartheid” riporta il discorso di insediamento di Mandela del maggio 1994.

Dopo quasi trent’anni di prigionia e una lunga campagna elettorale, Mandela vince le elezioni e diventa il primo presidente nero del Sudafrica.

Nel discorso di insediamento il suo pensiero si rivolge alla
«libertà appena nata».

Il concetto «libertà» viene identificato con una persona, una bambina neonata, da proteggere, rispettare e far crescere.

È una prosopopea, una figura retorica frequente nella letteratura. Nei romanzi, nei racconti, nelle poesie i concetti e gli esseri inanimati o animati – come gli animali - diventano persone e, spesso, acquisiscono il dono della parola.

Giosuè Carducci in Rime nuove (“Davanti a San Guido”) fa parlare i cipressi:

«Intesi allora che i cipressi e il sole / una gentile pietade avean di me, / e presto il mormorio si fe’ parole: / - Ben lo sappiamo: un pover uomo tu se’»

La libertà che diventa neonata è una strategia linguistica felice per far vivere, attraverso poche parole, l’importanza di una conquista così grande per il popolo del Sudafrica e per il mondo.

mercoledì 2 marzo 2011

L'Espresso: una collana con i discorsi dei grandi

Per chi ama i grandi discorsi come me, segnalo un'interessante iniziativa de L'Espresso.

A partire dal 4 marzo, il settimanale distribuisce una collana di libri con i discorsi di grandi uomini dei nostri giorni. Tra i primi in uscita, Mandela e Kennedy.