venerdì 9 settembre 2011

Aristotele e il fenomeno Berlusconi in "Silvio forever"

La proiezione di ieri sera del documentario "Silvio forever" su La7 ci ha fatto rivivere i momenti salienti dell'era Berlusconi. Per interpretare il fenomeno ci può aiutare Aristotele (wow!).

Mi spiego. Nell'intera berlusconeide ricorrono riferimenti alla vita privata del premier, che lui stesso cita per condividere con noi il suo mondo, reale o idealizzato: la mamma Rosa, il papà, le cinque zie suore, la tomba di famiglia progettata dall'artista Cascella, la passione per il calcio, l'amore per la famiglia, le parole che pronuncia alla sua stessa immagine davanti allo specchio (guarda caso dice: "mi piaccio"), l'hobby del giardinaggio, la passionaccia per le donne giovani e belle.

Una valanga di notazioni personali squadernate di fronte all'intero paese. Perché? La tecnica argomentativa di Silvio è basata su quello che Aristotele chiama pathos: una forma di persuasione che si basa sull'emotività. Berlusconi ha costruito il suo personaggio di padre-figlio-devoto-tifoso-latin-lover e ne ha fatto oggetto di una narrazione che ha appassionato e coinvolto la maggioranza dei cittadini-votanti.

Che gli elementi della narrazione siano reali non è poi così importante. È importante, invece, la costruzione di un personaggio che genera immedesimazione e simpatia negli elettori.

Aristotele distingue il pathos da altri due strumenti di persuasione: l'ethos e il logos. Il primo si basa sulla credibilità dell'oratore, il secondo sulla forza del ragionamento.


Nella comunicazione di tutti i politici - e di tutti noi - ethos, logos e pathos vengono messi in campo a seconda del contesto, ma il pathos sembra essere molto gettonato, soprattutto nella costruzione di un personaggio.

Berlusconi, dunque, non è solo con il suo pathos. Pensiamo a Obama, del quale proprio in questi giorni è uscito in Italia il libro "Di voi io canto", una lettera aperta dedicata alle sue figlie. Ma questo è già l'argomento di un un altro post.

Il ministro Sacconi e la barzelletta

Spesso i clienti che si servono del mio supporto come ghost writer mi chiedono se sia il caso di inserire una barzelletta nel loro discorso. La risposta è sempre la stessa: NO, per favore.

Per raccontare una barzelletta bisogna essere comici di professione, nel senso di attori brillanti non di buffoni da quattro soldi.

In altre parole se non sei Fiorello, lascia perdere!

Sacconi ieri, nel corso di un ragionamento sull'articolo 8 e la CGIL, ha raccontato la seguente, brutta barzelletta

"C'è un convento del '600 in cui entrano dei briganti e violentano tutte le suore, tranne una.
Il sant'Uffizio la interroga: «come mai solo lei non è stata violentata?». «Perché ho detto di no»"

Se capisco bene, la maggior parte delle suore non ha proferito parola perché aveva piacere a essere stuprata. È così?

Da donna, vorrei dare una dritta a Sacconi: nessuno è contento di essere violentato. Nemmeno le suore del '600.

mercoledì 7 settembre 2011

Brunetta, Sacconi, Cgil è il manieristico giochino dello sparanumeri



Le stime sull’affluenza sono il classico giochino dei post-manifestazione. E anche questa volta, dopo lo sciopero di ieri, non sono mancati gli sparanumeri.

Il sindacato ha dichiarato un’adesione del 58 per cento dei lavoratori; il ministro Sacconi ha parlato di «adesione bassa»; Brunetta di uno sciopero limitato al 3-4%.

Nessuno ormai crede più che le cifre tirate fuori in queste occasioni dai vari protagonisti della scena politica abbiano molto a che fare con la verità. Gli stessi sparacifre non sembrano poi tanto convinti. Eppure tutti continuano imperterriti a sparare, cercando strenuamente di avere l’ultima parola come vecchi coniugi che litigano da più di cinquant’anni.

La verità è che la disputa sui numeri dei cortei è diventata ormai una forma di manierismo, un’elaborazione formale fine a se stessa che rende il dettaglio l’oggetto principale del discorso e rischia di far spostare l’attenzione dalla domanda cruciale: perché i cittadini sono spaventati dal futuro?

giovedì 1 settembre 2011

Gheddafi e le donne che si arrendono

Che l'ex leader libico fosse maschilista non avevamo dubbi. Non stupisce, quindi, l'argomentazione bislacca che ha scelto per comunicare al mondo che non ha nessuna intenzione di mollare.

«Non ci arrendiamo. Non siamo donne, continueremo a combattere. Mettete la Libia a ferro e fuoco»

Parlando in termini machisti, forse gli unici che Gheddafi capisce, sarebbe bello se il rais dimostrasse di essere "uomo", uscendo dal bunker in cui è asserragliato e prendendosi le responsabilità di quello che ha fatto al suo paese.

giovedì 25 agosto 2011

Steve Jobs, il grande oratore, lascia Apple

Ha molto colpito i navigatori del Web la decisione di ieri di Steve Jobs, chief executive officer della Apple, di lasciare il suo ruolo per ragioni di salute.

Facciamo in bocca al lupo a Jobs e ricordiamo il suo famoso discorso del giugno 2005, tenuto all’università di Stanford in occasione della consegna dei diplomi (video).

In quell’occasione, Jobs diede dimostrazione delle sue grandi capacità oratorie, mettendo in campo figure retoriche raffinate.

Tra queste l’excusatio propter infirmitatem dell’incipit, l’attacco del discorso. In questo blog abbiamo incontrato più volte questa strategia dell’arte del dire, che consiste nello scusarsi per non sentirsi all’altezza del proprio ruolo di oratore:

«Sono onorato di essere con voi oggi, per la vostra laurea in una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. Ad essere sincero, questo è la cosa più vicina a una laurea, per me.»

Nel discorso a Stanford, Jobs racconta della propria malattia che, a quel tempo, sembrava superata. Anche raccontare qualcosa di sé è retorica. È un Erlebnis: un’esperienza personale ed emotiva che diventa una narrazione dal valore universale.

Jobs sintetizza il suo vissuto con una metafora:

«Qualche volta la vita ci colpisce come un mattone in testa.»

Quello di Stanford, è un discorso che mira alla motivazione: Jobs invita i ragazzi neolaureati a cercare e inseguire le proprie inclinazioni:

«Dovete trovare qualcosa che amate […]. Se ancora non l’avete trovato, continuate a cercare, non accontentatevi.»

L’explicit, la chiusura, riassume il senso dell’intera allocuzione ed è di una potenza dirompente:

“Stay hungry, stay foolish”

Può essere tradotto con “Siate bramosi, siate insensati”. Secondo Jobs, il desiderio di farcela e un po’ di follia sono gli ingredienti per la realizzazione personale, la felicità ma, soprattutto, per realizzare qualcosa di nuovo.

Probabilmente è così. Pensiamo a Galileo cui nessuno riusciva a togliere dalla testa che col cavolo che è il sole a girare intorno alla Terra; a Galvani che torturava le rane in nome dell’elettrofisiologia; a Marconi che andava matto per la radio o a quel pazzotico di Orwell che, nel 1948, aveva avuto una strana visione di una società futura controllata dai media. Ma quando mai!


venerdì 5 agosto 2011

Discorsi potenti va in vacanza

Arrivederci a settembre.

Che l'arte oratoria sia con voi anche sotto l'ombrellone!

giovedì 4 agosto 2011

Le ferie della casta, i simboli e l'ombrellino


Il putiferio di ieri sulle cinque settimane di vacanza dei nostri parlamentari con annesso pellegrinaggio a Gerusalemme è forse pura demagogia o, forse, trito populismo, però.

Va bene riposarsi; va bene concedersi più vacanze consecutive di tutti gli italiani messi insieme; va bene mettere un attimo (un attimo!) da parte il Paese in preda agli speculatori; va bene anche fare il pellegrinaggio in Terra Santa con Maurizio Lupi che guida il drappello con l’ombrellino rosso in mano; va bene tutto. Per carità: non saranno certo quelle cinque settimane a salvare il mondo, però.

Però, ritornando al tema di questo blog, i messaggi nella comunicazione rimangono importanti. Ci sono messaggi che hanno valore di simbolo, perché sono evocativi e intersoggettivi, cioè rimandano ad altri significati e sono condivisi da molti.

Rinunciare alle super vacanze e al super pellegrinaggio per comunicare al Paese che non è abbandonato a se stesso ha un valore simbolico inestimabile, anche se monsignor Fisichella ha detto:

«Visitare i luoghi sacri del nostro Credo invita a riflettere sull’essenziale della vita, così da affrontare i problemi del Paese con intensità ed efficacia»

I nostri politici non potrebbero scoprire l’essenziale della vita dal Divino Amore?