sabato 1 ottobre 2011

Della Valle, le parole della tirata d’orecchi e il finale a specchio

Reprimenda enfatica, ma non solenne quella di oggi di Diego Della Valle.

L’imprenditore marchigiano ha occupato le pagine pubblicitarie dei quotidiani italiani, inizialmente comprate per le pubblicità Tod’s, con un’intemerata dal titolo a caratteri cubitali:

«POLITICI ORA BASTA»

Qualche stralcio de testo (firmato “Diego Della Valle”):
«Lo spettacolo indecente ed irresponsabile che molti di voi stanno dando non è più tollerabile da gran parte degli italiani e questo riguarda la buona parte degli appartenenti a tutti gli schieramenti politici.»
«Rendetevi conto che tanti italiani non hanno più nessuna stima e nessuna fiducia in molti di Voi e non hanno più nessuna intenzione di farsi rappresentare da una classe politica che, salvo eccezioni, si è totalmente allontanata dalla realtà della cose e dai bisogni reali dei cittadini.»

«[la maggioranza della classe politica] è composta da persone incompetenti e non preparate che non hanno nessuna percezione dei problemi del Paese, della gravità del momento e tantomeno una visione mondiale degli scenari futuri che ci aspettano.»

Stile efficace. L’imprenditore utilizza un linguaggio semplice, parole di tutti i giorni. La forza del messaggio è nel rappresentare un sentimento contemporaneo, di farsi megafono della vox populi.

Non manca qualche destrezza retorica, come il finale speculare:

«Alla parte migliore della politica e della società che si impegnerà a lavorare seriamente in questa direzione, credo che saremo in molti a dire grazie.
A quei politici, di qualunque colore essi siano, che si sono invece contraddistinti per la totale mancanza di competenza, di dignità e di amor proprio per le sorti del Paese, saremo sicuramente in molti a volergli dire di vergognarsi

“in molti a dire grazie” - “in molti a volergli dire di vergognarsi”. Ecco lo specchio.

Sineddoche e anafora per i giovani della Confindustria



I giovani (e i vecchi) della Confindustria hanno attaccato il Governo. Lo hanno sfidato pubblicamente non invitando i suoi rappresentanti all’annuale convegno di Capri.

«Non inviteremo più i politici. Basta passerelle» ha dichiarato Jacopo Morelli, presidente dei giovani industriali.

Morelli usa una sineddoche, una figura retorica sempre efficace che abbiamo già incontrato in questo blog. Vi ricordate il “predellino”?

La sineddoche consente di trasferire “il significato di una parola a un’altra, in base a un rapporto di contiguità*”.

E la vena retorica dei confindustriali non finisce qui. Jacopo Morelli prosegue con un’anafora, la ripetizione di una parola all’inizio della frase.

«Avevamo fatto proposte, ma zero risposte […]. Zero risposte. Zero politici»

Non fa una piega.








*Marchese A. (1990), Dizionario di retorica e stilistica, Mondadori, Milano.

lunedì 26 settembre 2011

Sei una "Minetti"! A soreta

Pensiamo a un povero disgraziato che di cognome si chiama Hitler o a un altro che si chiama Pacciani. Oppure a una che si chiama Mussolini. Anzi no. Questo - a quanto pare - sembra non essere più un problema.

Ci sono cognomi che perdono la loro semplice funzione di identificazione della persona per assurgere al ruolo di personaggi universali della commedia o della tragedia che si annida nella realtà quotidiana.

Ieri Gianni Alemanno, sindaco di Roma, ha pronunciato il suo discorso alla tre giorni dei circoli della Nuova Italia, consacrando la scarnificazione della persona Nicole Minetti e facendola diventare il simbolo universale di un modo negativo di gestire la cosa pubblica.

«Lo dobbiamo dire con chiarezza. Mai più Minetti nei consigli regionali». Ha detto Alemanno.

Da oggi, alla domanda "che tipo è?" si potrà rispondere: "una Minetti".

venerdì 23 settembre 2011

Il verso quinario “tutta invidia/colpa dei media”

«È tutta invidia» dice la escort Terry De Nicolò nella sua intervista a L’ultimaparola di Rai 2 nella quale elogia il Gianpi-Tarantini uomo e imprenditore e condanna i suoi detrattori.

«È colpa dei media» risuona Berlusconi, commentando il declassamento dell’Italia da parte di Standard & Poor's.

“Tutta invidia –colpa dei media” suona bene: è un quinario. Sembra il verso di una poesia o di una canzone. Un tormentone che è diventato familiarmente fastidioso come il jingle di una pubblicità. Avete presente “a far l’amore comincia tu” dello spot Wind? Più o meno l’effetto è lo stesso.

La domanda è: possibile che non esistano argomentazioni meno banali?
E la risposta è semplice. Nello spazio mediatico la regola numero uno è evitare l’imbarazzo del vuoto, della non reazione.

Quando si è sotto accusa meglio reagire con una banalità che stare zitti.
È proprio il contrario della vita reale, dove nel 90% dei casi il silenzio è d’oro.

sabato 17 settembre 2011

"Discorsi potenti" al festival della letteratura di Narni

Il 23 settembre "Discorsi potenti" è stato invitato a partecipare al Festival della letteratura al femminile di Narni, ideato e diretto dalla filosofa Esther Basile, Presidente dell'associazione culturale Eleonora Pimentel Lopez de Leon e delegata dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli.

L'appuntamento è al museo Eroli alle 10.

martedì 13 settembre 2011

Gli evasori sono “furbetti”? O, meglio, “ladri” e “parassiti”?

Chi mi conosce lo sa. Ogni volta che mi arriva l’e-mail del commercialista con le tasse da pagare si svolge il seguente orrido copione: pronuncio parolacce da osteria, mi maledico per non aver messo niente da parte, spendo qualche lacrimuccia, chiamo gli amici per lamentarmi e cercare comprensione (poveretti!) e mi metto a letto con le coperte fino agli occhi.

Malgrado questo atteggiamento tutt’altro che dignitoso, sono convinta che pagare le tasse sia una buona cosa. Ti permette di mandare i figli a scuola e di avere un medico che ti sta a sentire quando stai male. Chi non paga le tasse fa tutto questo a spese degli altri.

Ma veniamo agli aspetti linguistici. Gli evasori fiscali, tornati in auge in occasione della recente crisi economica, vengono spesso definiti “furbetti”. L’aggettivo è entrato prepotentemente nel nostro linguaggio, dopo essere stato utilizzato da Stefano Ricucci nel 2005, con riferimento alle banche estere che tentavano la scalata alle banche italiane.

La parola mi sembra riduttiva, perché può nascondere una vena di indulgenza. Per creare una reale e diffusa condanna sociale del fenomeno bisognerebbe chiamare gli evasori con termini più precisi: o “ladri” o “parassiti”. Inutile girarci intorno.

venerdì 9 settembre 2011

Aristotele e il fenomeno Berlusconi in "Silvio forever"

La proiezione di ieri sera del documentario "Silvio forever" su La7 ci ha fatto rivivere i momenti salienti dell'era Berlusconi. Per interpretare il fenomeno ci può aiutare Aristotele (wow!).

Mi spiego. Nell'intera berlusconeide ricorrono riferimenti alla vita privata del premier, che lui stesso cita per condividere con noi il suo mondo, reale o idealizzato: la mamma Rosa, il papà, le cinque zie suore, la tomba di famiglia progettata dall'artista Cascella, la passione per il calcio, l'amore per la famiglia, le parole che pronuncia alla sua stessa immagine davanti allo specchio (guarda caso dice: "mi piaccio"), l'hobby del giardinaggio, la passionaccia per le donne giovani e belle.

Una valanga di notazioni personali squadernate di fronte all'intero paese. Perché? La tecnica argomentativa di Silvio è basata su quello che Aristotele chiama pathos: una forma di persuasione che si basa sull'emotività. Berlusconi ha costruito il suo personaggio di padre-figlio-devoto-tifoso-latin-lover e ne ha fatto oggetto di una narrazione che ha appassionato e coinvolto la maggioranza dei cittadini-votanti.

Che gli elementi della narrazione siano reali non è poi così importante. È importante, invece, la costruzione di un personaggio che genera immedesimazione e simpatia negli elettori.

Aristotele distingue il pathos da altri due strumenti di persuasione: l'ethos e il logos. Il primo si basa sulla credibilità dell'oratore, il secondo sulla forza del ragionamento.


Nella comunicazione di tutti i politici - e di tutti noi - ethos, logos e pathos vengono messi in campo a seconda del contesto, ma il pathos sembra essere molto gettonato, soprattutto nella costruzione di un personaggio.

Berlusconi, dunque, non è solo con il suo pathos. Pensiamo a Obama, del quale proprio in questi giorni è uscito in Italia il libro "Di voi io canto", una lettera aperta dedicata alle sue figlie. Ma questo è già l'argomento di un un altro post.