"[...] è regola fondamentale, a un funerale non bisogna mai piangere, perché non bisogna rubare la scena al dolore dei parenti. Questo non è consentito. Perché immorale."
lunedì 3 marzo 2014
mercoledì 26 febbraio 2014
Renzi, il nuovo è il messaggio
Il premier Renzi ha fatto
del nuovo la sua bandiera, tanto da trasformarlo in un vero e proprio topos letterario, un motivo ricorrente
della sua narrazione, un cavallo di battaglia. Lo ha confermato lunedì 24
febbraio nel suo discorso al Senato e agli italiani speranzosi che il nuovo si possa
tradurre ben presto in più lavoro e meno tasse.
Tutto sa di nuovo: la
squadra di Governo giovane e rosa, l’atteggiamento informale delle mani in
tasca ma, soprattutto, il discorso a braccio. Per la prima volta un presidente
del Consiglio ha il coraggio di chiedere la fiducia basandosi solo su qualche
appunto scritto a penna. Una scelta che è stata molto criticata, ma che
certamente dimostra coraggio, padronanza e una prodigiosa capacità oratoria. Sì,
anche gli scettici (e gli invidiosi?) lo devono ammettere. Renzi sa parlare, e
di brutto.
Dopo i saluti e i
ringraziamenti di rito, il premier si serve di un altro topos letterario: il sogno di un mondo migliore che resiste,
malgrado siamo costretti a vivere in un tempo di “grande difficoltà, di
struggenti responsabilità”.
“[…] di fronte all'ampiezza di questa
sfida, abbiamo la necessità di recuperare il coraggio, il gusto e, per qualche
aspetto, anche il piacere di provare a fare dei sogni più grandi rispetto a
quelli che abbiamo svolto sino ad oggi e contemporaneamente accompagnarli da
una concretezza puntuale, precisa.”
Non si fa aspettare il topos più importante nella retorica
renziana: il nuovo. Il premier non perde occasione per sottolineare la sua
giovane età, citando una canzone di Gigliola Cinquetti.
“Riflettevo stamattina sul fatto che io non ho l'età per sedere
nel Senato della Repubblica. Non vorrei iniziare con una citazione colta e
straordinaria della pur bravissima Gigliola Cinquetti, ma è così: non ho l'età.”
Lo stesso topos viene
sottolineato anche in negativo. Il nuovo spazza via il “vecchio”. È la sua
natura.
“[…] vorrei essere l'ultimo
Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'Aula.”
In un discorso al Paese
non può mancare una captatio
benevolentiae, una strizzata d’occhio a coloro che sono fuori dall’aula, ai
cittadini che hanno la netta sensazione che le decisioni vengano sempre prese
sopra la loro testa, salvo poi chiedere loro di pagare il conto quando le cose
vanno male. Il concetto viene supportato da una doppia paronomasia, una figura retorica che accosta parole che hanno una
somiglianza fonica ma un significato diverso: mercati rionali - mercati
finanziari; Paese finito – Paese infinito.
“Tuttavia, non possiamo non partire
da un giudizio reale su ciò che sta fuori da queste Aule. Se in questi anni
avessimo prestato ai mercati rionali lo stesso ascolto che abbiamo prestato ai
mercati finanziari, ci saremmo accorti che la prima richiesta è la richiesta di
semplicità, di pace, di chiarezza; è la richiesta di una tregua della politica
rispetto ai cittadini. L'impressione che invece abbiamo dato è quella di un'angoscia
nel rapporto tra politici e cittadini, per i quali l'idea che oggi è forte nel
Paese è che l'Italia abbia già finito tutto il futuro che aveva, che l'Italia
abbia esaurito le sue carte e che sia un Paese finito, più che un Paese
infinito.”
Il concetto, viene
supportato da un paradosso,
un’affermazione contraria al senso comune: i cittadini sono “più avanti”
rispetto ai politici; sono i politici a doverli rincorrere, a dover accettare
di farsi condurre.
“Bene, noi abbiamo accelerato e
deciso di cambiare l'impostazione del Governo nelle forze politiche che lo
sostengono perché pensiamo che fuori di qui ci sia un'Italia viva, brillante e
curiosa; un'Italia che, nell'aspettarci fuori da questi Palazzi, si vuole bene
e che ci tiene a presentarsi bene. Un'Italia che non ci segue per un motivo:
perché è avanti a noi. È avanti a noi: siamo noi a doverla rincorrere e doverla
recuperare. È l'Italia che forse si sta stancando di aspettarci, e vi propongo,
vi proponiamo, come Governo, di fare di tutto per raggiungerla attraverso un
pacchetto di riforme che parta e consideri il semestre europeo come la principale
opportunità, che affronti prima del semestre europeo le scelte legate alle
politiche sul lavoro, sul fisco, sulla pubblica amministrazione, sulla
giustizia, che metta al centro il valore della scuola, ma che parta
naturalmente dalle riforme costituzionali, istituzionali ed elettorali, sulle
quali si è registrato un accordo che va oltre la maggioranza che sostiene
questo Governo, e per il quale noi non possiamo che dire che gli accordi li
rispetteremo nei tempi e nelle modalità prestabilite.”
Nel discorso del premier
colpisce un’ammissione. Renzi sconta pubblicamente il suo peccato originale:
non avere un “chiaro mandato elettorale”.
“Avrei preferito che questo passaggio
fosse stato preceduto da un chiaro mandato elettorale.”
Il discorso continua con
il desiderio di manutenere una
parola, ripristinando la nobiltà del suo significato. È il sostantivo
“politica”. Renzi rivendica di essere a capo di un Governo politico, non
tecnico.
“Non vi sorprenderà il fatto che in
questo Governo sono rappresentati i segretari dei maggiori partiti, perché
questo è un Governo politico e noi pensiamo che la parola "politica"
non sia una parolaccia. Noi pensiamo di poter andare nelle piazze a dire che la
politica che noi abbiamo in testa è reale, vera e precisa.”
Verso la conclusione,
emerge un colpo da maestro: l’attacco all’Italia piagnona.
“L'idea che il futuro dell'Italia non
sia quello di essere il fanalino di coda dell'Europa, che il futuro dell'Italia
non sia stare a lamentarsi e piangere dalla mattina alla sera, che il futuro
dell'Italia non sia semplicemente raccontarci come le cose vanno male o perché
non ci fanno lavorare.”
Ricorda la geniale Lezione
sul coraggio di Oscar Farinetti, amico e sostenitore di Renzi.
“Secondo me tutti noi nella vita, a
parte le grandi sventure legate alla salute, abbiamo un 50% di eventi sfigati e
un 50% di eventi fortunati. Il saldo è questo. Ci dividiamo in due grandi
categorie: chi ricorda e memorizza le sfighe e le racconta, chi ricorda e
memorizza le fortune e le racconta. Fortunatamente la maggioranza racconta le
sfighe. E sapete perché? Perché si cerca consolazione e si ottiene
consolazione. […] La consolazione è un appagamento interiore che diventa come
una droga. […] Man mano che sei consolato diventi sempre più sfigato e racconti
le tue disgrazie. […] Però, quando dobbiamo fare una società, quando dobbiamo
andare in vacanza, quando dobbiamo uscire la sera a cena, quando dobbiamo
sposarci, chi cerchiamo? Mica gli sfigati. Cerchiamo i fortunati. Quelli che
noi riteniamo essere fortunati. Quindi conviene essere fortunati.»
Tornando al discorso di Matteo
Renzi, appare con decisione un altro topos:
il coraggio. Matteo ha fatto di questa virtù un suo tratto distintivo. Il 24
febbraio ha offerto il suo petto, trasformandosi in eroe: “Se perderemo questa
sfida, la colpa sarà soltanto mia”. Al topos del coraggio, Renzi affida l’explicit del discorso.
“Noi abbiamo una sola occasione: è
questa. E noi vi diciamo, guardandovi negli occhi, che se dovessimo perdere,
non cercheremmo alibi. Se perderemo questa sfida, la colpa sarà soltanto mia.
Deve finire infatti il tempo in cui chi va nei palazzi del potere, poi, tutte
le volte trova una scusa. Non ci sono più alibi per nessuno e primo per me.”
“Noi siamo assolutamente certi che,
mettendo tutti noi stessi in questa sfida, la possibilità di cambiare è reale,
concreta e immediata, purché ciascuno di noi viva il futuro non come
un'incognita e purché ciascuno di noi sappia che è il tempo del coraggio e che
questo tempo del coraggio non esclude nessuno e non lascia alibi a nessuno.”
È il tempo di Matteo.
Tutti noi speriamo di cuore che lo sappia usare.
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giovedì 13 febbraio 2014
Enrico Letta a Palazzo Chigi: quel “non detto” anti Renzi
Il fuoco peggiore è il fuoco amico. Enrico Letta, ieri a
Palazzo Chigi, ha dimostrato di voler lottare fino all’ultimo contro il nemico
interno Matteo Renzi.
Prima, con un eufemismo, ha definito “franco e sincero” l’incontro
con il suo antagonista nel quale, presumibilmente, ci sarà stata una tensione
da tagliare con il coltello.
Poi, a Palazzo Chigi, ha portato la sua argomentazione chiave: la
schiettezza sulle proprie mire come forma di rispetto nei confronti delle
Istituzioni. Il presupposto
implicito, il non detto, è: chi trama non ha rispetto per le
Istituzioni e per il Paese, non vi fidate. Ora frega me, domani toccherà a voi.
“Ieri sera mi hanno chiamato diversi vostri colleghi [giornalisti] per
chiedere… Giravano voci di… Ma le dimissioni non si danno per dicerie, per
manovre di Palazzo, perché un retroscena dice questo. Io penso che il rispetto
nei confronti delle istituzioni voglia dire che ognuno debba pronunciarsi
esplicitamente. Ognuno deve dire che cosa vuol fare. Mi verrebbe da dire
soprattutto chi vuole venire qui al posto mio deve dire che cosa vuol fare. […]
Ognuno di noi deve giocare assolutamente a carte scoperte.”
Il premier ha anche ostentato il distacco di chi ha giocato
la sua partita con correttezza. Anche in questo caso c’è una presupposizione, un
non
detto: Renzi, l’antagonista, non dimostrato
lealtà. Il concetto viene tradotto con un linguaggio tipico della generazione
dei quarantenni, condendosi con “hashtag” e “Zen”.
“L'hashtag potrebbe essere 'IoSonoSereno, anzi zen' mi verrebbe da dire.
Se mi andasse male questa vicenda penso che potrei andare in qualsiasi posto a
insegnare pratiche zen".
Letta continuerà con lo stile del non detto? Aspettiamo gli sviluppi in streaming.
lunedì 30 dicembre 2013
La hit parade delle gaffe made in Italy 2013
Su Huffingtonpost le migliori gaffe 2013.
Se ti interessa, clicca qui:
http://www.huffingtonpost.it/flavia-trupia/la-hit-parade-delle-gaffe-made-in-italy-2013_b_4516096.html
Se ti interessa, clicca qui:
http://www.huffingtonpost.it/flavia-trupia/la-hit-parade-delle-gaffe-made-in-italy-2013_b_4516096.html
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domenica 8 dicembre 2013
Violenza, comunismo e discriminazione: la versione di Nelson Mandela
Madiba ci ha lasciato, ma
le sue parole sono ancora tra noi. Discorsi Potenti lo ricorda con l’allocuzione
del processo
di Rivonia, tenuta il 20
aprile 1964.
Mandela è in carcere e,
insieme al gruppo dirigente dell’African National Congress, viene accusato di
sovversione e terrorismo. Si difende con un discorso della durata di quattro ore.
Sono tre i temi chiave dell’allocuzione:
le motivazioni che hanno portato l’African National Congress a ricorrere alla violenza
nella lotta contro l’Apartheid, il rifiuto dell’accusa di comunismo, la condanna alla discriminazione
nei confronti della popolazione nera del Sudafrica.
Mandela conduce con
pacatezza il ragionamento.
Il primo tema è certamente
il più spinoso per un leader politico che intende essere anche una guida morale
del suo Paese. Il ricorso alla violenza come forma di lotta viene supportata
da un’argomentazione che intende condurre
chi ascolta a considerare il sabotaggio e la guerriglia mali minori per evitare
il terrorismo.
“Noi dell’ANC [African National
Congress] abbiamo sempre sostenuto l’idea di una democrazia non razziale e ci
siamo astenuti da qualsiasi azione che potesse creare tra le nostre razze una
distanza ancor più grande di quella già esistente. […] Quando alcuni di noi
discussero la questione nel maggio e nel giugno del 1961, fu impossibile negare
che la nostra politica volta al raggiungimento di uno Stato non razziale
attraverso la non violenza non avesse portato a niente, e che i nostri
sostenitori iniziavano a perdere fiducia in questa linea politica e stavano
elaborando allarmanti idee terroristiche.”
“Dopo una lunga e tormentata
valutazione della situazione sudafricana, io e alcuni colleghi giungemmo alla
conclusione che, poiché la violenza nel Paese era ormai inevitabile, sarebbe
stato irrealistico e sbagliato per i leader africani continuare a predicare la
pace e la non violenza in un momento in cui il governo rispondeva con la forza
alle nostre richieste pacifiche. […] Nel manifesto dell’Umkhonto [ala militare
dell’ANC], pubblicato il 16 dicembre 1961, dichiaravamo:
«Nella vita di ogni nazione c’è un
momento in cui rimangono soltanto due alternative: sottomettersi o lottare»”
Per il secondo tema, il
rifiuto dell’accusa di comunismo, Mandela ricorre a un paragone che lascia poco spazio alla
replica.
“Un’altra accusa avanzata dal
pubblico ministero è che gli obiettivi e gli scopi dell’ANC fossero gli stessi
del Partito Comunista. […] In nessun momento della sua storia l’ANC ha
sostenuto la necessità di un cambiamento rivoluzionario nella struttura
economica del Paese, né, a quanto ricordi, ha mai condannato la società
capitalista. […]
È vero che c’è stata spesso una
stretta collaborazione tra ANC e Partito Comunista, ma tale collaborazione è
semplicemente la prova di un obiettivo comune, in questo caso l’abolizione
della supremazia dei bianchi, e non di una totale comunione di interessi.
Ecco che arriva il
paragone.
“La storia mondiale è piena di esempi
analoghi. Forse il più eclatante è quello della collaborazione tra Gran
Bretagna, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica nella lotta contro Hitler.
Nessuno, eccetto Hitler, avrebbe osato insinuare che tale collaborazione
rendesse Churchill o Roosvelt dei comunisti o degli strumenti del comunismo, né
che la Gran Bretagna e l’America si stessero adoperando per creare un mondo
comunista.”
Il discorso al processo di
Rivonia è per Mandela anche un’occasione per sottolineare l’assurdità della
discriminazione. Per farlo usa l’espediente retorico dell’esempio.
“Ogni volta che c’è da trasportare o
da pulire qualcosa, l’uomo bianco si guarda intorno in cerca di un africano che
lo faccia al posto suo, indipendentemente dal fatto che questi sia al suo
servizio oppure no. […] I bianchi tendono a considerare gli africani come
appartenenti a una specie diversa. Non li vedono come persone che hanno una
famiglia, non si rendono conto che provano emozioni, che si innamorano proprio
come i bianchi, che desiderano stare con la moglie e i figli proprio come i
bianchi, che vogliono guadagnare abbastanza da mantenere adeguatamente la loro
famiglia, da nutrire i figli, vestirli e mandarli a scuola.”
I neri di Mandela avevano diritto alla loro “fetta di Sudafrica”. Le sue parole ci ricordano come tutti, anche gli ultimi,
abbiamo diritto alla loro fetta di mondo.
http://www.youtube.com/watch?v=-CNewYDzeDg
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lunedì 2 dicembre 2013
Grillo e i suoi nemici
Ogni eroe che si rispetti
ha bisogno di un nemico. Lo sa bene Berlusconi che ha fatto dei suoi antagonisti i
comunisti, prima, la magistratura, poi. Lo sa Renzi che si è scagliato contro
i vecchi in politica, nemici da rottamare. Lo sapeva benissimo quel grande
comunicatore di Steve
Jobs che, quando ha lanciato il Macintosh, ha utilizzato uno spot
che faceva apparire il concorrente Ibm intrusivo, omologante e dittatoriale
come il Grande Fratello. http://www.youtube.com/watch?v=ipQngtV_8oU
Beppe Grillo del Vaffaday di Genova ha individuato vari nemici:
i partiti e la finanza (super classici della sua fegatosa oratoria), i
politici, i sindacati, le Regioni e il presidente della Repubblica Giorgio
Napolitano per il quale ha chiesto l’impeachment.
Napolitano è l’antieroe di
turno. Quello su cui spostare tutte le antipatie del pubblico.
“Napolitano, uno che si è raddoppiato
la carica e nello stesso giorno ha distrutto le intercettazioni con Mancino.
Uno così non lo voglio. Rimarrà solo. E la deve tradire da solo, l’Italia.”
Regola numero 1: se vuoi
essere eroe trovati un antieroe e dallo in pasto alla piazza.
domenica 1 dicembre 2013
Collaborare per il bene comune, Roma, 3 dicembre 2013
Il 3 dicembre 2013 sono onorata di moderare l'incontro "Collaborare per il bene comune" che riguarda le forme di collaborazione tra profit, non profit e Pubblica Amministrazione.
L'incontro di terrà al Tempio di Adriano a Roma a Piazza Di Pietra, dalle 10 alle 13.
http://www.rm.camcom.it/archivio27_focus_0_238_0_1.html
L'incontro di terrà al Tempio di Adriano a Roma a Piazza Di Pietra, dalle 10 alle 13.
http://www.rm.camcom.it/archivio27_focus_0_238_0_1.html
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