lunedì 29 ottobre 2012

"Quelli di Grillo": la retorica della non politica

Ho pubblicato un post su Huffingtonpost su Cancelleri, candidato politico del Movimento 5 Stelle in Sicilia.

Si è animanto un dibattito acceso. Se volete unirvi, vi aspetto:
http://www.huffingtonpost.it/flavia-trupia/quelli-di-grillo-la-retor_b_2038055.html

martedì 23 ottobre 2012

Obama vs Romney: Obama è sarcastico e vince, Romney usa l'iterazione e perde

Se volete sapere tutto sui salti mortali retorici di questa notte dei due pesi massimi dell'oratoria, mi trovate su "L'Huffington Post". Cliccate il link sotto:

http://www.huffingtonpost.it/flavia-trupia/duello-romneyobama-le-par_b_2005634.html

Mi sono svegliata alle tre per seguire il terzo dibattito presidenziale su Sky.  Ragazzi, che emozione! Obama ha dominato, è stato incredibile. Ma anche Romney è stato enorme. Se credete, commentatatemi o condividetemi su L'HufPost. Vi aspetto

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giovedì 18 ottobre 2012

Secondo scontro Obama – Romney: "Io ti spiezzo in due"

Nel secondo dibattito televisivo tra i due candidati alla Casa Bianca l'aggressività è stata la protagonista della serata. Obama ha cercato di far apparire Romney uno squalo in affari e in politica e Romney ha mostrato i muscoli nei confronti della Cina.

Il duello è stato condotto dalla giornalista della Cnn Candy Crowley alla Hofstra University. Rispetto al primo scontro a Denver, il confronto si è svolto davanti a un pubblico di cittadini-elettori incaricati di porre domande ai due candidati.

Obama era concentrato e grintoso, mentre Romney ha perso un po dellaffabilità dimostrata nel primo dibattito. Una gaffe ha funestato la prestazione del governatore, quando ha dichiarato che Obama non avrebbe dimostrato sufficiente durezza dopo l'assassinio dell'ambasciatore Stevens a Bengasi l'11 settembre. La moderatrice è intervenuta ricordando che Obama aveva parlato di "atto di terrore".

Seguendo il dibattito dal principio si nota come il governatore Romney dia inizialmente dimostrazione di empatia e sicurezza. Jeremy, uno studente di ventanni, chiede ai due candidati se possono rassicurare i suoi genitori sul fatto che sarà in grado di trovare un lavoro dopo la laurea. Il governatore offre una risposta articolata e conclude:
Quando ti laurei?
[La risposta del ragazzo non si sente perché non usa il microfono.]
Romney ribatte con una captatio benevolentiae:
2014. Nel 2014 suppongo che sarò presidente. E farò in modo che sia sicuro che tu abbia un lavoro. Grazie, Jeremy. Ci puoi scommettere!

Candy Crowley chiede maggiori chiarimenti sul tema ai due candidati e Romney si avventura in una promessa ambiziosa e, da oratore navigato, non molla Jeremy che, in quel momento, rappresenta tutto il pubblico a casa:

Abbiamo un programma di cinque punti che porterà allAmerica 12 milioni di posti di lavoro in quattro anni e laumento dei salari. Questo aiuterà Jeremy ad avere un lavoro quando uscirà dalluniversità. E aiuterà tutti i disoccupati del Paese

Ma Obama gioca duro e ribatte. Unanafora (la ripetizione di una serie di parole allinizio del periodo) sottolinea la sua indignazione:
il governatore Romney non ha un piano in cinque punti, ma un piano con un solo punto. Questo piano è assicurare che la gente al top possa giocare con regole diverse rispetto a quelle di tutti gli altri cittadini. Questa è stata la sua filosofia nel settore privato. Questa è stata la sua filosofia come governatore. Questa è la sua filosofia come candidato presidente. Puoi fare un sacco di soldi e pagare meno tasse di chi ha meno soldi di te. Puoi portare il lavoro allestero e avere meno tasse da pagare. Puoi investire in una società, mandarla in bancarotta, lasciare a casa i lavoratori, strappare loro la pensione e continuare a fare soldi.

Interessante luso della parola filosofia (philosophy). Usando questo termine, Obama mette in discussione l'onestà del governatore, la sua rettitudine morale, non solo le sue scelte politiche.

Anche in questo dibattito, come nel primo, Romney fa pesare il suo pragmatismo di imprenditore di successo:
So bene quanto sia difficile avviare una piccola impresa. Ecco perché quello che farò sarà mirato a far crescere le piccole imprese ed aumentare i posti di lavoro.

In ogni narrazione c'è un eroe e un anti-eroe. E Mitt lo sa bene. Nell'America post bellica, fino alla caduta del muro di Berlino, gli antagonisti erano i Russi. Ciò non avveniva solo nella politica, ma trovava una sua drammatizzazione anche al cinema, in televisione e nel linguaggio quotidiano. Chi non ricorda la minaccia "io ti spiezzo in due" pronunciata dal perfido Ivan Drago per intimorire Rocky nel film Rocky IV del 1985?

Sembra che Romney, per conquistare un ruolo da eroe, abbia bisogno di trovare un anti-eroe. L'esposizione della sua strategia economica assume toni volutamente poco diplomatici:

"Nel primo giorno da presidente nominerò la Cina sleale nel commercio [...]".

Romney rincara la dose quando la moderatrice gli chiede:
LIpad, il Mac, lIphone sono fabbricati in Cina e una delle ragioni è che il lavoro è molto più economico. Come pensa di convincere le grandi aziende americane a riportare il lavoro in patria?

Il governatore risponde:
La Cina ha imbrogliato, in primo luogo tenendo basso il valore della moneta e in secondo luogo rubando la nostra proprietà intellettuale, il nostro design, i nostri brevetti, la nostra tecnologia. C’è persino un Apple Store in Cina che è contraffatto e vende merci contraffatte. Fanno hackeraggio nei nostri computer. []. Dobbiamo rendere lAmerica il posto più attraente per gli imprenditori e per chi vuole espandere il business. È questo che porterà il lavoro qui."  

Le campagne sono corse tra gli ostacoli delle gaffe, perché ogni parola fuori posto cancellerà le tante parole pronunciate al posto e al momento giusto ma, soprattutto, verrà usata contro di te. Senza pietà.

Obama riserva la sua arma letale alla battuta conclusiva. Usa in suo favore lo scivolone di Romney di qualche settimana fa che aveva tacciato di parassitismo il  47% degli americani. Il presidente affonda il coltello con un'ostentata cavalleria iniziale, introducendo il discorso con un'apparente dimostrazione di simpatia per lo sfidante:

"Sono convinto che il governatore Romney sia una brava persona. Ama la sua famiglia, crede della sua religione. Ma quando ha detto, a porte chiuse, che il 47 per cento degli americani ritiene di essere una vittima e rifiuta le proprie responsabilità, pensate a chi si riferiva. A gente che vive grazie alla Social Security e che ha lavorato tutta la vita, veterani che si sono sacrificati per il loro Paese, studenti che cercano di rendere reali i propri sogni, soldati che sono allestero a combattere per noi, gente che lavora sodo e paga le tasse ma non guadagna abbastanza. [...] Io voglio lottare per loro.

Obama spiezza in due Romney.

lunedì 15 ottobre 2012

Bersani a Bettola parla la lingua del perfetto Brav’Uomo: “senza radici foglie non se ne fa”

Compreresti una macchina usata da Bersani? Sì, certo che la comprerei. Soprattutto dopo il comizio di Bettola di ieri mattina, dove il leader del Pd ha rispolverato tutto il repertorio del Brav’Uomo.

La “pecora rossa” – così lo chiamavano gli amici del paese – è apparso concreto, pacato e indubbiamente simpatico.

Cominciamo dal luogo. Il Brav’Uomo ha iniziato la sua corsa per le primarie da Bettola, paese natio. Dal punto di vista narrativo è una scelta perfetta. Dà modo al Brav’Uomo di raccontare le sue origini: il padre benzinaio, il primo comizio nella piazza del mercato, gli ideali della gioventù.

L’uso della storia personale come leva argomentativa è un superclassico (Erlebnis). Tutti i politici se ne servono: Obama ha raccontato mille volte dei sacrifici di madre Ann per farlo studiare; Berlusconi della sua vittoria contro il cancro; persino la rigida Frau Merkel ha citato, davanti al Congresso degli Stati Uniti, la sua adolescenziale brama per un paio di blue jeans, introvabili nella Germania dell’Est dove viveva.

«Il Bersani più vero è questo qua. Questo tra il distributore e l’officina. Dove stanno le mie radici.»

E ora la scelta dello stile. Il Brav’Uomo parla il bravuomese, va da sé. Ecco, allora, che il colto Bersani cede al vezzo dialettale di troncare i verbi (“avevan”, “eran”), di non accordare soggetto e verbo, di dislocare il complemento a sinistra, di usare metafore della terra (“foglie”, “radici”):

«E io penso che in un paese che ha bisogno di futuro e di cambiamento, che ha bisogno di foglie nuove, beh io penso che le foglie nuove possano venire solo se ci sono le radici. Senza radici foglie non se ne fa.»

Esplicita la sua scelta programmatica di non “programmare” il discorso, perché il Brav’Uomo rifugge dalle strategie. Una raffinatezza metalinguistica, travestita da semplicità:

«Non aspettatevi il discorsone solenne. Starò sul tono della giornata. Che che dicano i comunicatori.»
«La realtà viene prima di ogni altra cosa. Della comunicazione, dell’interpretazione politica.»

Da Brav’Uomo chiede addirittura scusa per l’incomodo:

«Spero di non aver dato troppo disturbo. Sapete tutti nei paesi come giran le cose.»

Poi, illustra le tappe della sua campagna. Da Brav’Uomo sceglie i «luoghi della realtà», dove non ripeterà lo stesso copione come Renzi, ma pronuncerà discorsi sempre diversi:

«Io andrò nei luoghi della realtà. Nei luoghi dei problemi e nei luoghi delle energie che ci sono in questo paese. […] Fatta questa anteprima la partenza la farò dal Cern. Dal più grande laboratorio di fisica delle particelle. […] Il luogo che in questo momento spinge più avanti le conoscenze dell’umanità. Il luogo dove ci sono tanti ricercatori, giovani ricercatori. Dove c’è tanta intelligenza italiana. E vorrei anche ricordare con l’occasione che il creatore, il fondatore del Cern, non solo è un italiano - Amaldi, Edoardo Amaldi - uno dei più grandi fisici del secolo scorso. È un italiano ed è anche un paesano. È di Carpaneto Piacentino.»

La bravuomaggine non lo fa però rinunciare a una battutina, un’allusione alla gaffe della Gelmini di un anno fa:
«Da lì, dal Cern di Ginevra, la tappa successiva sarà di prendere la famosa galleria della Gelmini e di andare a L’Aquila.»

Nel finale ribadisce la sua apologia delle radici, citando Berlinguer:

“Essere fedele agli ideali della tua gioventù.”

È giusto. Il Brav’Uomo non dimentica il passato.

giovedì 11 ottobre 2012

Discorsi potenti collezione: quando le domande servono, anche se non hanno risposta

Capita di essere a corto di risposte. Ma capita anche di essere a corto di domande.

Ieri sera su Rete 4 è andato in onda Invictus, il film di Clint Eastwood del 2009 dedicato a Nelson Mandela. Il presidente del Sudafrica, interpretato da un incredibile Morgan Freeman, si pone la domanda che tutti i leader, i genitori, gli educatori hanno in mente, ma che non riescono a esprimere con la stessa limpidezza: come fare a rendere le persone che si guidano migliori di quanto loro stesse credano di essere?

La formula non esiste. Esistono tentativi, insuccessi e qualche successo. Ma il fatto stesso di porsi la domanda ci porta più vicino alla meta.

Nel film, Mandela - primo presidente eletto dopo l’apartheid - si trova a governare un Paese profondamente diviso tra neri e bianchi. È il 1995 e il Sudafrica ospita la Coppa del mondo di rugby, uno sport odiato dai neri e amato dai bianchi, gli afrikaner.
Mandela considera strategica la vittoria degli Springboks, la nazionale di rugby, nella speranza che l’esultanza comune possa unire tutti i sudafricani e farli diventare “un” popolo.

Per ottenere questo risultato, cerca di ispirare il capitano della squadra François Pienaar (Matt Damon).

Mandela: Dimmi François, qual è la tua filosofia della leadership. Come ispiri la tua squadra a dare il meglio?
François: Con l’esempio, ho sempre dato l’esempio per guidarli.
Mandela: Oh, questo è giusto, sì. Questo è sacrosanto. Ma come fare a renderli migliori di quanto loro credano di essere? È questo che io trovo difficile. Con l’ispirazione è possibile. Ma come facciamo a ispirarci alla grandezza quando niente di meno ci può bastare. Come facciamo a ispirare quelli che ci circondano? A volte io credo che la risposta sia nel lavoro di altri. A Robben Island, quando le cose si mettevano male, trovavo ispirazione in una poesia.
François: Una poesia?
Mandela: Una poesia vittoriana. Solo parole. Ma mi davano la forza di stare in piedi quando tutto ciò che volevo era lasciarmi andare. Però tu non sei venuto fin qui per sentire un vecchio che parla di cose prive di senso.
François: No, no, la prego signor presidente, hanno molto senso per me. Prima di una grossa partita, che so di un test, sul pullman prima di andare allo stadio, non parla nessuno.
Mandela: Ah ecco. Si stanno preparando…
François: Esatto. Ma quando sento che siamo pronti, io chiedo al nostro autista una canzone. Una di mia scelta, ma che conosciamo tutti. E insieme ascoltiamo le parole. Ci aiuta.
Mandela: Io ricordo quando mi invitarono alle Olimpiadi del ’92 a Barcellona. Tutti i presenti allo stadio mi accolsero con una canzone. A quei tempi il futuro, il nostro futuro, sembrava molto fosco. Ma, a sentire quella canzone intonata dalle voci di tutto il pianeta, mi fece sentire orgoglioso di essere sudafricano. Mi diede l’ispirazione di tornare a casa e fare meglio. E mi incoraggiò a pretendere di più da me stesso.
[…] Abbiamo bisogno di ispirazione, François, perché per poter costruire la nostra nazione dobbiamo tutti cercare di superare le nostre aspettative.
Guarda il video.

mercoledì 10 ottobre 2012

Grillo, lo sa bene. Il mezzo è il passaggio

Contro ogni previsione sportiva, Grillo ce l’ha fatta. Ha attraversato lo stretto di Messina a nuoto, senza mai fermarsi, seguito – su una barca – dal suo guru Casaleggio con la testa calzata da una scoppola verde.

Le immagini stanno facendo il giro del mondo, dimostrando che, al di là dei contenuti, i passaggi mediatici sono sempre un valore inestimabile.

Il sito beppegrillo.it, che ha narrato l’impresa, ci regala una pillola di retorica. Una captatio benevolentiae in favore dei siciliani:

“La Sicilia potrebbe vivere meglio senza l'Italia, ma l'Italia non potrebbe vivere senza la Sicilia.”

martedì 9 ottobre 2012

Nichi Vendola si candida alla primarie, ma parla ai “suoi” non ai Gentili

Nichi Vendola a Ercolano lancia la sua candidatura alle primarie del centro sinistra utilizzando un registro linguistico decisamente aulico. L’impalcatura retorica complessa, il ricorso a figure, i termini ricercati danno al dire vendoliano un’impronta allontanante.
I lettori di questo blog sanno quanto ami la retorica e gli artifici che rendono potente la lingua. Li amo quando vengono usati con grazia, quando si nascondono tra le parole, quando fanno appena capolino. Insomma quando sono al servizio delle idee. Perché quando la tecnica oratoria prevale, i pensieri vengono ingabbiati, invece di volare.
Qualche esempio. Un Vesuvio personificato viene utilizzato per denunciare l’abusivismo edilizio campano:
“Il vulcano, la sua natura che sembra farsi beffe del nostro sapere. Il suo tornare a ogni sputo di fiamma a spiazzare il mondo. E, sotto il suo sguardo, una pullulante nebulosa di città, di agglomerati urbani riversi gli uni sugli altri.”

Una tripla sineddoche sottolinea la progressiva degradazione del concetto di bellezza nella nostra società:
“Quella nozione di bellezza che aveva agitato la tavolozza dei pittori e il pentagramma dei musicisti viene ridotta alle curve delle veline.”

Un epiteto – un aggettivo ornamentale, più che funzionale – viene posto prima del nome in stile risorgimentale:
“La fredda tecnica”

Il crollo della Schola Armaturarum di Pompei viene – giustamente - preso come esempio significativo dell’indifferenza italiana per i propri giacimenti culturali, ma nel dire vengono incastonati termini eccessivamente ricercati, come epifania e innervato.
“Il crollo a Pompei nel novembre 2010 della Schola Armaturarum appare subito come una dolorosa epifania. Rivela certamente l’incuria nella tutela del nostro patrimonio archeologico ma soprattutto comunica al mondo intero gli effetti di quell’analfabetismo di ritorno che ha innervato la nostra classe dirigente [APPLAUSO]. Il bel Paese è diventato progressivamente un vuoto a perdere.”

Non mancano i calembour.
“Come sappiamo, noi sappiamo sempre meno.”

E non manca la banalità da vecchia zia che vuole la televisione di oggi come origine di tutti i mali:
“Lo schermo televisivo, questa è la scena vera dell’egemonia berlusconiana, che soppianta la scuola; l’educazione alla libertà soppiantata dall’educazione al consumo.

Alcuni passaggi sono invece più efficaci, in quanto il rapporto tra tecnica e pensiero trova un equilibrio.
Sulla crisi economica Vendola parla chiaro:
“La verità è che la crisi è crisi solo per una parte della società che la paga due volte. La paga con il dimagrimento dei servizi pubblici, con la riduzione dei redditi e dei diritti, con il blocco degli ascensori sociali, con le giovani generazioni addestrate e condannate alla precarietà. […] La crisi è figlia della perdita di valore sociale del lavoro.”
L’aggettivo “pudica” è ricercato ma ben scelto:
“Vi è una tassazione che colpisce in basso ma che è pudica quando deve colpire in alto.”

Sull’Ilva, Vendola dice, con parole migliori, quello che tanti pensano ma non riescono a esprimere con la stessa chiarezza:
“Si è detto è il conflitto tra lavoro e salute. No, è il conflitto tra l’impresa irresponsabile e il lavoro e la salute insieme”.

il leader di Sel ha letto il suo discorso di 90 minuti, chino su un pacco di fogli. Solo nella parte finale è andato a braccio, dimostrando l’abilità e la sicurezza oratoria che conosciamo e scrollandosi di dosso l’antiquata – e nel suo caso immeritata – immagine del vecchio dirigente di partito.
Nichi Vendola, con questa allocuzione, ha parlato ai “suoi”. A quelli che già lo seguono e apprezzano.
Non ha parlato agli “altri”, a quelli che potrebbero apprezzarlo, conoscendo le sue idee e il suo programma.
Come Paolo di Tarso (San Paolo) dovrebbe parlare ai Gentili, non solo agli ebrei. Altrimenti il suo slogan “Oppure Vendola” ben presto diventerà “Neppure Vendola”. Guarda il video.